Che questo mondo sia sempre più ingovernato ce lo siamo già detto molte volte. Tuttavia, senza avere la pretesa di tornare ad un periodo storico in cui, per ciascuna delle parti in causa, era chiaro chi erano i “buoni” e chi i “cattivi” ed era sufficientemente evidente “chi stava con chi”, non si può che constatare come i numerosi protagonisti dell’attuale scenario siriano hanno interessi, storie, strategie talmente conflittuali tra loro, da rendere difficilissimo per chiunque, interpretare il conflitto in corso.
Cominciamo col ricordare che la Siria occupa un’area strategica nel Medio Oriente; chiunque abbia interesse a passare da Est a Ovest o da Nord a Sud nell’area, deve necessariamente passare dalla Siria. Non è un caso, infatti, che l’antica “via della seta”, nel suo lunghissimo percorso dall’Estremo Oriente al Mediterraneo, aveva scelto la città di Damasco come snodo logistico principale dopo Samarcanda nell’’attuale Uzbekistan. La ricchezza di cui godeva Damasco, le consentì di diventare una delle città più belle ed interessanti del mondo musulmano. Questa valenza strategica, ancora oggi è quanto mai attuale per molteplici attori di quello scenario e non solo. Rispondere al perché sta succedendo ora, è, tutto sommato, abbastanza semplice: mai come in questa fase il sanguinario regime siriano di Assad è stato così debole. Debole perché i suoi principali alleati non sono più in condizione di sostenerlo: la guerra contro l’Ucraina sta assorbendo tutte le forze russe che, di conseguenza, possono aiutare l’alleato siriano solo marginalmente; gli attacchi di Israele contro l’Iran e l’eliminazione dei principali comandanti dei Pasdaran, hanno pressoché annullato la capacità iraniana di sostenere il regime di Assad; allo stesso tempo anche Hezbollah e le milizie sciite irachene, sono stati fortemente ridimensionati nelle loro capacità militari, gli uni dall’attacco israeliano in Libano e gli altri dai bombardamenti statunitensi in Iraq. Mai come oggi il regime siriano è stato così solo di fronte alle diverse forze che vogliono smantellarlo. Più problematico è comprendere gli interessi delle varie forze in campo. Proviamo ad analizzarli.
ISRAELE che ha occupato le alture del Golan, è con la Siria in uno stato di guerra permanente. Inoltre la Siria è sempre stata il retroterra sicuro per tutti i nemici di Israele nonché il territorio che funge da hub logistico in particolare di Hezbollah, il movimento sciita libanese in guerra con lo Stato ebraico. Tramite la Siria, Hezbollah riceve armamenti, assistenza logistica e militare che provengono dalla repubblica iraniana. Inoltre il governo Netanyahu per perseguire il suo folle e illegittimo obiettivo di cancellare definitivamente la giusta aspirazione dei Palestinesi ad avere un loro Stato, deve indebolire tutti i possibili sostenitori della resistenza palestinese.
L’IRAN ha nella Siria il corridoio necessario per arrivare in Libano dove, tramite Hezbollah esercita una forte influenza sulle istituzioni libanesi e una forte pressione sullo Stato di Israele. Il territorio siriano consente quindi alla repubblica iraniana di avere quella profondità strategica necessaria alla sua rete di movimenti fondamentalisti che operano nell’area. Non bisogna nemmeno dimenticare che Assad è di religione alawita, un gruppo religioso di derivazione sciita minoritario in Siria che opprime con il terrore la maggioranza sunnita della popolazione. Altro fondamentale interesse della Repubblica iraniana è di contenere le mire neo ottomane della Turchia che, come vedremo, ha forti interessi sul nord siriano. Tra Iran e Turchia le questioni non sono soltanto geopolitiche ma anche religiose, poiché il presidente turco Erdogan si propone come leader dei musulmani sunniti in contrapposizione alla leadership iraniana nel mondo sciita.
La TURCHIA che è sicuramente il principale sostenitore ed ispiratore dell’attuale offensiva, oltre alle motivazioni sopra delineate ha anche altre fondamentali interessi per voler giocare un ruolo da protagonista nel teatro siriano. In primis la questione curda, da sempre ossessione principale di tutti i governi turchi. I Curdi infatti, approfittando del caos siriano, sono riusciti, con il determinante appoggio degli USA, a conquistare e controllare una fetta di territorio siriano a ridosso del confine turco, il Rojava, embrione di un futuro Stato curdo (il peggiore incubo dei turchi). Inoltre la Turchia, a seguito della guerra civile siriana si è trovata a dover ospitare circa tre milioni di profughi siriani in fuga dalla guerra. È vero che questa ospitalità è stata “generosamente” finanziata dall’Unione Europea che temeva nuove ondate migratorie nel nostro continente, ma oggi Erdogan vuole creare le condizioni per farli rientrare nel loro paese, anche per alleggerire il peso che grava sul disastrato bilancio turco.
La FEDERAZIONE RUSSA ha anch’essa notevoli interessi strategici in Siria. Il presidente russo Putin sta cercando di ricostruire lo stesso potere di controllo e di influenza che aveva l’Unione Sovietica nel mondo. La Russia oggi, pur non essendo più quella grande potenza globale che fu l’Unione Sovietica, sta consapevolmente perseguendo una politica molto aggressiva di espansione della sua area di influenza. La guerra in Ucraina è sicuramente l’evidenza maggiore di questa politica ma non vanno sottovalutate le mire russe su diversi Paesi africani. Da questo punto di vista, la Siria gli garantisce la necessaria profondità strategica verso il Mediterraneo e il continente africano. Nella regione di Latakia, la Russia possiede due importantissime basi militari: quella navale di Tartus e quella aerea di Shayrat, oltre ad altre infrastrutture militari minori. Queste infrastrutture consentono alla Russia di avere un accesso diretto al mar Mediterraneo, aggirando il collo di bottiglia rappresentato dal Bosforo e dai Dardanelli che sono sotto il controllo della Turchia e, tramite questa, della NATO. La Russia inoltre utilizza mercenari siriani sia nei vari teatri africani che in Ucraina, potendo così disporre di truppe di prima linea già addestrate e per le quali non deve rendere conto alla sua opinione pubblica interna. Sono queste le ragioni che hanno portato la Russia a sostenere e difendere il sanguinario regime siriano di Assad, con bombardamenti indiscriminati delle regioni ribelli e con importanti presenze di truppe sul terreno.
Gli USA infine, pur avendo rinunciato da tempo a svolgere un ruolo egemonico in Medio Oriente (il disastroso ritiro dall’Afghanistan del 2021 ne è la più significativa dimostrazione), continuano a mantenere truppe nel nord della Siria e soprattutto una forte presenza navale della VI flotta nelle acque del Mediterraneo orientale. Ciò consente agli Stati Uniti di esercitare una funzione di deterrenza a favore di Israele, suo storico alleato, e di contrasto agli interessi di Iran e Russia, suoi altrettanto storici avversari. Gli USA inoltre, anche al fine di contenere la politica neo ottomana dell’alleato turco, sostengono militarmente diverse formazioni curde che operano nel nord e nell’est della Siria, in particolare le SDF, di cui parleremo più avanti.
Accanto a questi attori “statali”, un ruolo importantissimo e ‘quello delle molteplici milizie armate che operano nell’area. Alcune di queste sono strutturate ed armate come veri e propri eserciti, inoltre dispongono di personale addestrato che si è forgiato, principalmente, in anni di combattimenti pro o contro lo Stato Islamico.
I CURDI: Le YPG (forze di autodifesa curde) si sono conquistate sul campo il diritto di ambire ad un proprio Stato, oggi rappresentato dal Rojava un territorio del nord della Siria. Questo piccolo territorio è strategicamente situato sul confine turco siriano e consente quindi sia di alimentare la grande speranza curda di poter riunificare in un vero e proprio Stato curdo le popolazioni sparse tra i vari Paesi dell’area. Il Rojava inoltre funge da retrovia per le milizie curde del PKK che operano in Turchia. Le YPG sono state le vere forze di terra dell’Occidente nella durissima lotta che ha portato alla sconfitta dello Stato Islamico o Daesh. Per questo, nonostante l’opposizione della Turchia, continuano ad essere sostenute, sia pur debolmente, dagli USA. I Curdi inoltre, pur essendo in grande maggioranza di religione musulmana, hanno creato nel Rojava uno dei pochi esempi di democrazia effettiva del mondo islamico. La loro costituzione prevede che le donne abbiano uguali diritti degli uomini, il governo sia democraticamente eletto, i poteri tra le diverse funzioni dello Stato siano separati, lo Stato sia laico.
Ma mentre le YPG si limitano a difendere il Rojava, nell’est della Siria operano le Syrian Defence Force, una fortissima milizia curda, esplicitamente sostenuta e coordinata dagli Stati Uniti, in conflitto sia con il regime di Assad che con le milizie sciite irachene e con quel che resta dello Stato Islamico, oltre che ovviamente con lo storico nemico turco. Le SDF stanno svolgendo un ruolo determinante nell’impedire all’Iran di far arrivare a sostegno di Assad, le formazioni di combattenti irachene di fede sciita.
I JIHADISTI: le formazioni jihadiste sunnite in Siria sono molteplici e rappresentano quel che rimane dello sconfitto Daesh o Stato Islamico e di Al Qaeda. La loro roccaforte è stata la città di Idlib nel nord della Siria, che ha resistito ai devastanti attacchi dell’aviazione russa. Queste formazioni sono state principalmente finanziate ed armate dalla Turchia e attualmente, sotto la guida di Mohammad Al Jolani, si sono riunite nell’Hay’at Tahir al-Sham (HTS), l’esercito che oggi sta conducendo l’offensiva contro il regime di Assad. HTS è la sommatoria di 13 fazioni jihadiste che Al Jolani e la Turchia hanno trasformato in un esercito ben addestrato e armato ma soprattutto disciplinato, che in pochi giorni ha sbaragliato l’esercito siriano che, senza più l’appoggio delle forze di Hezbollah e della Russia, si è liquefatto ritirandosi da importanti città come Aleppo, Hama e Homs e ora sono arrivati a conquistare Damasco. Il regime criminale di Bashar el Assad non esiste più, il dittatore è in fuga, i quadri del regime e dell’esercito più compromessi stanno fuggendo all’estero. Ora bisognerà vedere come si riorganizzerà lo Stato siriano. HTS non si sta proponendo come un nuovo ISIS ma come un movimento politico persino rispettoso delle minoranze cristiane, druse e alawite. Non sembra proporre quindi la costruzione di un nuovo Stato Islamico nonostante la maggior parte dei suoi miliziani e dei suoi leaders, a cominciare da Al Jolani, siano stati importanti esponenti di Daesh e di Al Qaeda. Vedremo…
I DRUSI: I Drusi sono un’altra piccola etnia che vive nei territori a cavallo di Israele, Libano, Siria e Giordania. Grazie ad una consolidata capacità politica di adattamento con le autorità costituite, tranne che con il regime siriano di Assad, i Drusi sono riusciti a non essere schiacciati o omologati dai diversi Paesi in cui risiedono. In questa situazione anche i Drusi si stanno ribellando al regime ed hanno occupato due città del meridione della Siria, Daraa e Suwayda ed hanno preso il controllo del confine con la Giordania. Da questo complesso quadro delle forze in campo, emerge che la cacciata di Assad è un fortissimo collante anche tra formazioni diverse e per tanti versi in contrasto tra loro. È possibile che il crollo del regime trascini con sé anche lo stesso Stato siriano, cannibalizzato dalle varie componenti dell’opposizione. Sicuramente ne trarrà vantaggio la Turchia di Erdogan che potrà estendere la sua egemonia su tutti i territori del nord anche a scapito dei curdi e Israele che vedrà dissolversi un suo storico nemico e potrà, ancora più agevolmente, continuare nella politica di cancellazione della questione palestinese e dei palestinesi in quanto tali.
A Gaza intanto continuano a morire donne, bambini e anziani ma ormai è una notizia di secondo piano…



