Tiepide raccomandazioni.
L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha il preciso compito di richiamare tutti i soggetti coinvolti in violazioni o conflitti a rispettare il diritto umanitario. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite già nel 2021 (con Risoluzione 2601) aveva fermamente condannato i continui attacchi e le minacce di attacchi a GAZA contro le scuole e i civili ad esse collegati, compresi bambini e insegnanti. Tuttavia le esortazioni dell’UNESCO nei confronti di chi impedisce l’accesso all’istruzione non hanno prodotto alcun risultato.
A tiepida denuncia, nessuna risposta.
Anzi, oggi circa il 95% delle scuole di Gaza è stato danneggiato e ciò che resta in piedi o è in grado di offrire una qualche protezione è utilizzato dalla popolazione come rifugio.
La situazione ci mostra che dopo 28 mesi dall’attacco militare nella Striscia di Gaza si continua a commettere un vero e proprio “Scolasticidio”, attraverso politiche deliberate che impediscono alla popolazione di ripristinare l’istruzione, come: il blocco della formazione, l’attacco militare a obiettivi scolastici, l’impedimento della ricostruzione e il blocco dell’ingresso di materiali, attrezzature e risorse operative necessarie per ristrutturare e gestire scuole e università. Di conseguenza, centinaia di migliaia di studenti rimangono tagliati fuori dall’istruzione formale.
Come non leggere quello che accade come un modello sistematico per distruggere il sistema educativo nella Striscia prendendo di mira civili, studenti, insegnanti e accademici, e attaccando obiettivi civili come scuole e università, rendendoli inutilizzabili?
Ciò che rimane dell’istruzione nella Striscia di Gaza è limitato a un apprendimento parziale in scuole gravemente danneggiate o semi-distrutte gestite dall’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), insieme a piccole iniziative comunitarie e scuole private temporanee. La maggior parte di queste opera in tende che non soddisfano gli standard minimi di sicurezza, né alcuna efficace protezione per poter operare in condizioni sicure e stabili.
I bombardamenti hanno preso di mira 668 edifici scolastici, distrutto completamente 179 scuole pubbliche e danneggiato gravemente altre 118, oltre ad aver colpito e vandalizzato 100 scuole dell’UNRWA. Un totale di 63 edifici universitari sono stati completamente distrutti, con gravi danni alle università e agli istituti rimanenti.
A conti fatti oltre 780.000 studenti sono stati privati dell’istruzione regolare per tre anni accademici consecutivi, con un evidente aggravio delle lacune di apprendimento, interruzione del percorso accademico e compromissione delle loro possibilità di completare l’istruzione superiore e di entrare nel mercato del lavoro.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha inoltre documentato l’uccisione di 18.911 studenti e 1.362 studenti dell’istruzione superiore, oltre al ferimento di 2.931 studenti dell’istruzione superiore e decine di migliaia di altri studenti che hanno riportato lesioni di varia natura. Sembra siano stati uccisi 794 insegnanti e 246 membri del corpo docente e ricercatori universitari, feriti rispettivamente 3.261 e 1.491.
Viene da chiedersi allora se queste cifre rappresentino perdite isolate o rivelino piuttosto un modello ampio e sistematico che prende di mira il processo educativo in tutte le sue componenti, inclusi studenti e personale docente, amministrativo e di ricerca.
Attacchi che minano la struttura della conoscenza della società, ne indeboliscono la capacità di resistere e riprendersi e lasciano conseguenze durature sulle prospettive di sviluppo e ricostruzione per i decenni a venire.
Cosa sta succedendo ai siti culturali? Forse non tutti sanno che Gaza ospita siti storici importanti per le tre principali religioni della Regione: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Si tratta di un patrimonio ricco e stratificato, con tracce archeologiche risalenti almeno al 1300 a.C. La zona è stata a lungo crocevia di molte culture ed è stata sotto il controllo degli antichi Egizi, Greci e Romani.
Vediamo quali sono i siti in questione. Due sono nella Lista Propositiva del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO:
- Le zone umide costiere di Wadi Gaza, considerate una riserva di straordinaria biodiversità;
- Il Porto di Antedone, il più antico porto marittimo conosciuto di Gaza, abitato tra l’800 a.C. e il 1100 d.C.
Altri siti danneggiati o distrutti includono:
- La chiesa greco-ortodossa di San Porfirio, che risale al 425 d.C. definita la terza chiesa più antica del mondo.
- La Grande Moschea di Omari, del Settimo secolo, ritenuta la prima moschea di Gaza, insieme alla sua biblioteca dell’Ottavo secolo contenente rari manoscritti islamici.
- il Qasr al-Basha, una fortezza nota anche come Palazzo del Pascià, costruita a metà dell’Ottavo secolo dal sultanato mamelucco e trasformata in museo archeologico.
- Un cimitero Romano (Ard-al-Moharbeen), che si ritiene contenga almeno 134 tombe risalenti al 200 a.C.
Ora gran parte di questo patrimonio culturale è in rovina. Ma a fronte di una lista censita in cui l’UNESCO include 150 siti danneggiati o distrutti dall’inizio della guerra, la sua risposta risulta tiepida, rispetto al ruolo che l’agenzia ha svolto in altri conflitti. E’ vero che ha rilasciato diverse dichiarazioni in cui condanna la distruzione a Gaza e invita “tutte le parti coinvolte a rispettare rigorosamente il Diritto Internazionale”, tuttavia, una certa “timidezza” delle denunce poco si concilia con il suo mandato e con l’architettura giuridica esistente per la protezione dei beni culturali nei conflitti armati.
Ad esempio, si poteva invocare pubblicamente la Convenzione dell’Aja del 1954, che mira a proteggere i siti culturali durante i conflitti.
Si poteva richiedere un’azione urgente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per proteggere i siti culturali, come accaduto in altri scenari in Siria e Iraq (come nel caso della profanazione del sito Patrimonio dell’Umanità di Palmira).
Non è stata attivata una collaborazione con la Corte Penale Internazionale o la Corte Internazionale di Giustizia per avviare procedimenti contro gli attori della distruzione del patrimonio culturale a Gaza. Fu fatto dopo i conflitti nei Balcani e in Mali, dove fu stabilito che la distruzione intenzionale di beni culturali durante i conflitti è un Crimine di Guerra.
E allora perché l’UNESCO è stata così cauta? Per probabili pressioni economiche? Per un contesto diplomatico complesso? ricordiamo che Israele e gli Stati Uniti si sono ritirati dall’UNESCO dal 2019, forse a causa delle risoluzioni dell’agenzia che definivano Israele come potenza occupante e ne condannavano pur blandamente le azioni sui siti palestinesi.
Perché la tragedia umanitaria ha la priorità per il salvataggio delle vite umane, rendendo la distruzione culturale un tema secondario nel dibattito internazionale immediato?
Perché l’accesso e la verifica ha impedito all’UNESCO sopralluoghi che invece sono basati su immagini satellitari fornite da UNITAR/UNOSAT, con un rallentamento della valutazione ufficiale dei danni? Domande a cui è difficile rispondere con certezza.
In ogni caso è online, e ve lo segnaliamo, il documento della 43sima Conferenza Generale dell’UNESCO relativo all’impatto e alle conseguenze della situazione attuale nella Striscia di Gaza/Palestina in merito a tutti gli aspetti del mandato dell’UNESCO.
Vi troverete illustrate le attività portate avanti dall’UNESCO nei settori culturali, nella distribuzione di generi alimentari, kit igienici e fornitura di assistenza psicologica, in quelle collegate all’educazione, di monitoraggio e a valutazione della distruzione di edifici scolastici e di ricerca; sotto il profilo culturale, nelle attività di coordinazione della gestione di monitoraggio e recupero del patrimonio culturale tangibile e intangibile gravemente danneggiato e per guidare le attività di rimozione delle macerie e di preservazione dei siti del Patrimonio mondiale; e, dal punto di vista dell’informazione, di quelle attività di denuncia dell’uccisione di giornalisti e reporter di guerra, soprattutto donne, e per fornire assistenza umanitaria e materiale a questa categoria di lavoratori.




Articolo bellissimo , ferocemente illuminante e di denuncia, la deprivazione non solo nel corpo …questo impoverimento culturale è uno dei danni più silenziosi e profondi, destinato prima o poi a ritorcersi su tutti noi.