Di Gilda Gallerati e Mirella Ferlazzo
Sono trascorsi pochi giorni dal voto referendario ed i risultati lasciano margini di interpretazione assai interessanti. Intanto constatiamo che i dati forniti dal Viminale non collegano il voto espresso a caratteristiche personali, quali il genere. Fino al 2023 esistevano liste elettorali separate, maschili e femminili, eliminate poi a partire dal 2024, con applicazione operativa anche nella recente consultazione referendaria. La modifica introdotta con un emendamento al decreto elezioni prevede attualmente una divisione dei registri elettorali per lettere alfabetiche, uno dalla A alla L e uno dalla M alla Z.
Dunque per chi ha interesse ad approfondire le scelte di voto per genere deve rivolgersi a sondaggi post-elettorali (come quelli forniti da Ipsos, SWG, Demopolis) o a studi di istituti di ricerca. Attingiamo dunque al report di YouTrend per vedere che il 55% delle donne che hanno votato al referendum del 22 e 23 marzo ha scelto il “No”, ed analogamente hanno fatto i giovani e gli elettori del Sud. Cerchiamo di capirne i motivi.
Di certo la forte politicizzazione della campagna referendaria ha pesato sulle intenzioni di voto, anche per la complessità del tema che aveva indotto molti elettori a dichiarare di volersi astenere non comprendendo le implicazioni della riforma.
Il massimo della partecipazione è stata assicurata invece dagli studenti: il 67% dei giovani dai 18 ai 28 anni (Generazione Z) ha partecipato al voto, con il 58,5% di preferenza per il No. Di contro gli elettori tra i 29 e i 44 anni (Generazione Y), sono quelli che si sono maggiormente astenuti (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Un fenomeno indubbiamente preoccupante, probabilmente ci dice che i giovani che entrano nel mondo del lavoro, quelli che stanno anche costruendo nuove famiglie, sono anche i più disinteressati alla partecipazione politica.
Riguardo poi agli studenti, non dimentichiamo che in questa tornata referendaria era stato vietato ai fuori sede di votare, cosa che invece era stata concessa agli studenti alle europee nel 2024 e anche ai lavoratori al referendum del 2025. Per il referendum sulla giustizia è stato trovato come escamotage di aprire le candidature come rappresentanti di lista. La legge prevede infatti che i rappresentanti di lista possano votare nel seggio dove eseguono questa funzione, cioè la sorveglianza del voto e dello scrutinio, anche se non è quello a cui sono iscritti. Certamente questi giovani hanno formulato un voto di protesta, preferendo il No.
Quindi nel caso della Generazione Z è stato determinante per il voto il “fattore clima politico” e la attuale situazione di sofferenza giovanile. Sul fronte scuola e sicurezza, l’annuncio di misure restrittive come i controlli con metal detector in scuole considerate a rischio e la stretta sugli smartphone in classe ha ingenerato un clima di grande diffidenza. Sul fronte ordine pubblico, il dibattito sul decreto sicurezza e sugli inasprimenti di pene per le varie forme di protesta (blocchi, danneggiamenti in manifestazione) ha alimentato il timore di una “linea dura”. A questo si è aggiunto il decreto anti‑rave, una delle prime misure del governo, percepito da alcuni come politica “anti‑aggregazione”. Si consideri poi la situazione dei costi altissimi per gli studi, per gli affitti nelle grandi città, i disagi psicologici dovuti alla virtualità dei rapporti, la difficoltà di trovare lavoro, spesso a termine e con stipendi bassi.
Infine, il peso della politica estera e delle piazze ha certamente influenzato il voto: Gaza che ha mobilitato studenti e università in più fasi, intrecciando temi globali e giudizi sul governo; la crisi in Iran, esplosa a ridosso del referendum, che ha esasperato il clima sociale. Presi insieme, tutti questi elementi aiutano a capire perché un referendum tecnico possa diventare, per una quota di giovani, un voto identitario: un No alla riforma ma forse ancora di più un No a un certo modo di governare.
Veniamo alla scelta di voto delle donne. Pochi giorni prima del voto in oltre 4000 donne hanno firmato un Appello per il No al referendum nel quale è stato spiegato che quella scelta intendeva difendere e tutelare libertà femminili e diritti delle donne. Ha prevalso cioè presso l’elettorato femminile la convinzione che servono “istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti”.
Un voto ideologico quello del NO femminile stimato al 55%, con due punti di distacco rispetto a quello maschile (53%). Probabilmente ha pesato sul voto delle donne anche la recente posizione assunta in Senato dalla leghista Buongiorno in merito all’introduzione del dissenso nel reato di violenza sessuale, nonostante gli accordi raggiunti in Commissione giustizia alla Camera tra maggioranza e opposizione. E di contro le sentenze di una parte della magistratura attenta e specializzata che ha consentito di consolidare nella giurisprudenza il principio di diritto per cui ogni atto sessuale senza consenso è stupro. Pertanto la difesa dell’indipendenza della magistratura dall’orientamento dei governi di turno ha per molte donne rappresentato anche la garanzia dell’applicazione di norme sovranazionali, quali la Convenzione di Istanbul in tema di contrasto alla violenza maschile.
Sul voto delle donne non ha contato tanto l’appartenenza a un partito o uno schieramento politico ma forse di più il confronto con un sistema che fatica ancora a riconoscere i loro diritti.




Leggo con voracita’ gli articoli qui pubblicati
..chiari e sempre eticamente corretti
…un passaggio che mi è piaciuto molto: quello sui giovani.
Sentire che una parte della nuova generazione si è attivata, ha preso posizione, ha contribuito… beh, questo rimette un po’ le cose in prospettiva, un un momento che toglie alcune speranze queste azioni ridanno .. grazie alle due autrici