La domanda che tutti gli analisti, e ormai anche l’opinione pubblica mondiale, la gente comune, si pongono (Trump che cambia idea di continuo è un debole o un instabile, o è lucidamente cinico e bluffa continuamente?) è del tutto giustificata visto il comportamento “anomalo” del Presidente USA. Propendo per un mix diabolico (dunque, al tempo stesso, geniale e folle, come Amleto). Le ultime imprese sono emblematiche. La minaccia (“inaccettabile” aveva detto il Papa, scatenando la reazione che ben sappiamo) di sterminare una “civiltà” è pura follia anche solo a pensarla (o a dirla, se anche non lo si pensa) e accettare, poche ore dopo, una semplice tregua di quindici giorni, è puro realismo.
Metodo e follia, dunque, coesistono e si alimentano a vicenda. Così è stato per tutto questo secondo mandato. Minacce esasperate e, poi, risultati modesti in proporzione agli annunci, ma rimediando pur sempre qualcosa (“piuttosto di niente, meglio piuttosto”, si dice anche dalle mie parti). Così è successo con i dazi: su e giù. Così per la Groenlandia (o invasa o comprata!), di cui non si parla più, ma che è servita a intimorire un po’ tutti. Maduro sta sempre in galera senza processo e in Venezuela non c’è stato l’annunciato cambio di regime, ma i nuovi capi locali sono sotto controllo. È così via. Non c’è proporzione tra le minacce e i risultati. Ma, nella logica (?) trumpiana, sono funzionali le une agli altri. Ogni minaccia provoca preoccupazione, timore, reazioni… un disordine dal quale ricavare qualcosa. Questo è il suo modo di negoziare. Persino l’attacco al Papa può essere interpretato con questo schema? Intimorire non tanto il Papa stesso (che in tal senso ha risposto), ma i cattolici americani messi di fronte al bivio: o chiesa o patria. Oppure la megalomania è prevalsa su tutto?
Poi è seguito l’attacco (anche questo inaccettabile) a Giorgia Meloni, nel quale l’accusa di infedeltà è palese. E qui lo schema si chiarisce ulteriormente: o avversari o dipendenti. Non c’è via di mezzo. Il punto è che le minacce di Trump sono sì esagerate, assurde. Ma provengono dalla persona più potente del mondo, che le dice con convinzione e che i blitz li fa. Non possono essere sottovalutate. Questo Trump lo sa e ne approfitta. Lo sappiamo anche noi e lo subiamo. Ora, possiamo anche accettare che il mondo sia stato colto di sorpresa da questo comportamento imprevedibile, politicamente schizofrenico, fuori dal bon ton; ma non possiamo lasciare “ai posteri” la sentenza, dato che le conseguenze le paghiamo tutti: noi e i posteri.
Questa modalità di gestire il mondo non può continuare. I rischi sono troppi: la pace costantemente minacciata e violata provoca uno stress innaturale; le conseguenze economiche sono eccessive; le regole del gioco sottoposte ad arbitrio. Assodato pure che il vecchio ordine sia saltato, ne serve uno nuovo che valga per tutti, anche per il Presidente degli Stati Uniti. E, poiché è passato un anno da quando, appena eletto, Trump ha rotto ogni argine, è ora di darci una mossa. Se la dia innanzi tutto l’Europa (soprattutto dopo Orban) che ancora balbetta. Se la diano gli organismi internazionali (sia politici che economici); se la diano le autorità morali, religiose e laiche. Se la diano i governi. Diamocela noi tutti.
Cosa vuol dire darsi una mossa? Innanzi tutto condividere una opinione. Chi pensa che Trump faccia bene lo segua, chi pensa che Trump sbagli lo dichiari a una sola voce. La sede è l’Onu? Il Fondo Monetario? Il Parlamento europeo? Qualsiasi assise è utile. Serve una presa di posizione collettiva, precisa, nel merito, non inutilmente preconcetta o ideologica, che stabilisca un confine culturale, etico, politico, morale (checché ne pensi Vance!). Certo Putin, Netanyahu e altri non dovrebbero stare al tavolo, ma un buon numero di nuovi “volonterosi” può fare la differenza. In ogni caso i popoli fanno la differenza. A tal fine va sviluppata una energica azione collettiva a favore della pace. La pace come risultato di compromessi, non della vittoria di una parte contro un’altra. E questa azione manca. Manca la diplomazia che crea una ambiente favorevole; mancano le emozioni collettive che sostengono questi tentativi.
E infine serve anche pensare al dopo. Trump lascerà e se anche al peggio non c’è mai fine, possiamo sperare che, nel frattempo, si siano formati anticorpi di cui la società americana è sempre stata ricca. Bisogna quindi lavorare alla cornice: a una nuova piattaforma istituzionale globale (nuovi trattati che rilancino le istituzioni internazionali come sedi preventive di dialogo, che prevedano sanzioni per gli inadempienti, ecc.). È il momento che i diplomatici e i giuristi escano allo scoperto. Così come gli economisti: servono nuove regole per il libero transito di persone e merci, oltre le sovranità nazionali (vedi Hormuz) e che promuovano scambi strutturali multilaterali tra grandi aree, secondo il principio che “dove transitano le merci (e le persone!) non transitano gli eserciti”.
Sembra utopico, ingenuo, irrealistico. È probabile. Ma non importa. Solo se si ha una visione di prospettiva del nuovo mondo che vogliamo si ha anche il coraggio e la forza di agire con efficacia nel presente. In questo frangente sentiamo parlare di guerra con naturalezza e la drammatica assenza di una vera azione diplomatica a favore della pace (sulla quale l’Europa ha il dovere storico di assumere la leadership) dipende proprio dalla incerta visione del futuro.
Recuperare l’idea che la pace non è solo assenza di guerra, ma è promozione umana; che il progresso è più di sviluppo, è crescita e uguaglianza insieme; che la democrazia è potere diffuso, non concentrato in poche mani, per cui non basta votare; che la solidarietà non si esaurisce nel mecenatismo (e così via… ): non sono roba da preti o intellettuali, ma i capisaldi di ogni cambiamento storico, sia operato dalla politica, che dai popoli. Ritessere, a tutti livelli, una rete di relazioni aperte e trasversali tra tutti coloro che sono disponibili a una nuova alleanza per un altro futuro rispetto a quello che oggi ci appare è il primo passo.
Ognuno, grande o piccolo che sia, faccia il proprio.



