Da qualche tempo si discute molto di difesa comune europea ma, ancora, non sembra che si sia delineato un percorso credibile per raggiungere l’obiettivo. Anzi, va detto che il programma di incremento delle spese per la difesa per circa 800 miliardi di euro, approvato di recente dalla UE, non propone un approccio comune europeo alla questione ma finisce per supportare le singole scelte nazionali alla questione della difesa.

Non si tratta di una svista né della debolezza della Commissione ma della inevitabile conseguenza della mancata volontà, da parte degli Stati membri, di rinunciare alla loro sovranità in materia, a favore di una visione comune sulle politiche di difesa e sicurezza.

A sentire le dichiarazioni dei diversi Paesi, tutti si dicono favorevoli a processi di integrazione ma, nei fatti, al momento di assumere le decisioni conseguenti, nessuno compie i passi giusti.

Certo è molto difficile riuscire a fare scelte di questa portata strategica in una fase così instabile degli equilibri mondiali e con le guerre in corso in Ucraina e in Palestina. I Paesi europei sono consapevoli di non avere da soli la forza per opporsi alle mire imperialistiche della Federazione Russa e del suo presidente Vladimir Putin, così come non riescono a definire una linea comune per fermare il genocidio del popolo palestinese che il governo israeliano d Netanyahu sta consapevolmente perpetrando nella striscia di Gaza e in Cisgiordania.

In questa drammatica situazione, o per paura o per scelta ideologica, i governi europei continuano a cercare le rassicurazioni che l’ombrello strategico degli Stati Uniti, ha finora garantito ai Paesi europei.

Non si riesce a prendere atto fino in fondo, che gli USA hanno radicalmente cambiato il loro approccio strategico e le loro priorità rispetto agli equilibri mondiali. L’amministrazione Trump ha detto chiaramente che non intende più svolgere il ruolo di garante delle democrazie liberali, che non riconosce più il ruolo di mediazione delle organizzazioni internazionali sia per quanto riguarda le relazioni tra Paesi (ONU) che per ciò che concerne il commercio internazionale (WTO) e il sistema di regole del diritto internazionale (Corte Penale Internazionale).

Il neoisolazionalismo trumpiano, dirompente anche dentro la società americana, non considera più un valore il ruolo strategico degli Stati Uniti e riconduce tutta la sua azione politica alla presunta tutela di interessi commerciali e tecnologici. Da qui la folle imposizione di dazi commerciali a tutti i Paesi del mondo, il ridimensionamento dei suoi impegni strategici con gli alleati europei e, per molti versi, anche con quelli asiatici.

Per Donald Trump è assolutamente indifferente se questa politica sta portando al rafforzamento di regimi a-democratici, anzi sembra voler portare gli stessi Stati Uniti verso una situazione politica ed istituzionale analoga.

La democrazia non è più un valore fondante ed irrinunciabile, anzi il suo sostanziale smantellamento è il manifesto unificante delle destre nazionalistiche di tutto il mondo, compresi gli attuali governanti di casa nostra!

In questo scenario arriva ancora una volta il ragionamento di Mario Draghi che, ancora ieri, ha voluto ricordare che l’Europa non può più perdere tempo. Deve necessariamente fare passi avanti nel processo di integrazione pena non soltanto la decadenza della UE ma dell’idea stessa di democrazia, di integrazione sociale e solidale, di rispetto del diritto internazionale, della vocazione alla pace di cui l’Europa, dalla fine del secondo conflitto mondiale, si è fatta la più sincera interprete nello scenario globale.

Torniamo allora alle decisioni da prendere sulla difesa e la sicurezza comune, cominciando con il dire che la regola europea dell’unanimità delle decisioni non consente di assumere le scelte necessarie. Tuttavia questa non può essere l’alibi per giustificare l’immobilismo.

Esistono, e sono stati già utilizzati, altri percorsi comuni per assumere le decisioni necessarie: la cooperazione rafforzata, anche questa ricordata da Draghi, e’ stata già utilizzata per far nascere la moneta unica – l’Euro-e per realizzare l’accordo di Schengen; possiamo utilizzarla anche per la difesa comune.

Costruire questa proposta significa mettere in campo una politica industriale comune per le industrie del settore che, in tanti casi sono già integrate a livello europeo. Il sistema industriale europeo possiede le capacità tecnologiche a provvedere alle necessità della difesa comune ma non ha ancora le dimensioni produttive necessarie e rendere autonomo il sistema europeo di difesa. Ancor meno lo hanno i singoli Stati membri e se si continua a delegare la spesa a ciascuno di essi, si finisce per incrementare la dipendenza dagli Stati Uniti.

La seconda questione riguarda gli Stati maggiori: bisogna lavorare per pervenire ad un pensiero strategico comune. Ma anche in questo caso non si parte da zero: appropriamoci dell’esperienza della NATO, sia dal punto di vista dottrinale, degli obiettivi strategici, delle strutture di comando e controllo, delle esperienze di formazione e gestione di forze militari provenienti da diversi Paesi. Trasformiamo il disimpegno statunitense nell’occasione per far divenire la NATO lo strumento operativo della difesa comune europea anche con accordi di stretta collaborazione e integrazione con altri Paesi europei come la Gran Bretagna o la Turchia. Avremmo il vantaggio di avere già disponibili strutture unificate e ampiamente collaudate e di non correre il rischio di duplicazione della spesa e di dispersione delle forze.

Tuttavia questo “esercito europeo” deve avere un’anima e non può che essere definita nell’ambito della vocazione originaria dell’Unione Europea: il rispetto delle libertà civili e democratiche, il rispetto del diritto umanitario internazionale, la vocazione alla pace e alla cooperazione tra i popoli e gli Stati. Uno strumento armato indispensabile per consentire all’Europa non solo di difendere i propri interessi ma anche i propri valori e per riaffermarli non in contrapposizione ad altri ma nell’ambito di un multilateralismo da ricostruire anche tramite un rafforzamento delle organizzazioni internazionali.

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