Negli accesi dibattiti sui due più evidenti e vicini teatri di guerra, Ucraina ed Israele, si è spesso mossa prepotente una pubblica opinione orientata ad auspicare, e perfino pretendere un’immediata pace, come soluzione comunque preferibile al conflitto, che divora ogni giorno innumerevoli vite umane e rade al suolo intere città.
La pace possiede un’irresistibile attrazione emotiva, di assoluta nobiltà, trattandosi della massima aspirazione esistenziale di una comunità. E torna alla mente la perorazione finale di Francesco Petrarca nella ‘Canzone all’Italia’, che esprime tutta la sua disperazione: “I’ vo gridando: Pace, pace, pace”. Questo è il grido di milioni e milioni di cittadini, ed in Italia forse con più accorata passione, per toccare il cuore dei belligeranti. E tuttavia, quel grido si scontra sovente con un amaro paradosso, quello di rinfacciare la mancata pace non a chi ha innescato il conflitto, ma a chi tenta di difendersi legittimamente da esso. Non si riflette che chi subisce l’attacco bellico si trova di fronte ad una scelta drammatica tra la sottomissione al potere armato dell’aggressore o la necessità disperata di difendere, con equivalente risposta bellica, la propria dignità e sovranità. E ciò neppure se vi fosse un proprio errore comportamentale che ha scatenato l’ira dell’aggressore, che doveva esprimersi con altre legali modalità.
E tuttavia, la sua illegale aggressione armata trova spesso nelle piazze indulgente considerazione, mentre si ricorre ad una qualche ragione per incolpare l’aggredito, forse perché come tale implicherebbe il dovere della solidarietà e ciò potrebbe costare parecchio. Succede spesso che di fronte all’aggredito ci si volti dall’altra parte per non farsi implicare nel conflitto. Mentre la solidarietà verso l’aggressore è più comoda e non implica il sostegno attivo, essendo già potente di suo. Egli non dichiara la guerra con le prescritte procedure, preferendo l’attacco inatteso e improvviso, e chi deve difendersi deve farlo in modo precipitoso, commettendo degli errori. Ciò obbliga ad essere sempre pronti in armi, per un’efficace risposta all’attacco, ed è un felice sogno infantile quello di un mondo tutto pacifico, in cui non sia necessaria la precauzione di armarsi.
Affermare che nessuno dovrebbe armarsi, è un principio in teoria nobile, e tuttavia finché l’armato è predisposto all’attacco, l’unica inevitabile alternativa è un’equivalente risposta armata. Se poi, per amore della pace, non si vuole ricorrere ad essa non resta che consegnarsi all’aggressore con una resa totale, sacrificando la dignità e la libertà del proprio popolo, che salva sì la vita, ma resta condannato ad una condizione servile, anche per le successive generazioni. Almeno finché al popolo che subisce un’aggressione armata non si assicuri , a sua difesa, l’intervento di un esercito, o altro organismo di solidarietà internazionale, efficientemente armato, che scoraggi e respinga l’aggressore. In sua assenza tocca al governo nazionale del popolo aggredito il primario dovere di disporre le irrinunciabili condizioni di sicurezza, oltre a quella interna, con un’adeguata polizia, anche
all’esterna, con l’esercito nazionale.
Non si comprende perché la sicurezza esterna con l’esercito sarebbe da contestare ed eliminare, mentre per la sicurezza interna siamo tanto esigenti anche con le armi. Non si comprende perché ciò non valga contro i delinquenti esterni. E se anche una nazione ha una maggioranza pacifista, questa non può imporre alla minoranza di rinunciare a vivere con la dovuta sicurezza, interna ed esterna, che va assicurata non per il meccanismo di maggioranza decidente, ma per assoluto compito istituzionale dello Stato.
Certo sono degni di ammirazione i puri idealisti della pace, purché la loro desistenza dalle armi non costituisca incoraggiamento ai violenti, indotti ad aggredire per la previsione di assenza di reazioni da parte del pacifista disarmato. Alimenterebbe il paradosso che sia il pacifista disarmato ad indurre le aggressioni e una pace ingiusta ed indegna di passività e sottomissione farebbe del nostro mondo il paradiso dei violenti vincitori. Portare avanti la dissociazione tragica tra pace e giustizia è stata la causa delle peggiori oppressioni collettive della storia, produttrici di paci nefaste di schiavitù. Né la giustizia può rinunciare a se stessa per amore della pace e né la pace vera può esistere senza giustizia. Può esserci una pace malvagia di rancore e di odio, che non esplode per impotenza dell’aggredito, ma non merita il nome di pace, che è tale solo nella giustizia e nell’amicizia.
Le encicliche papali associano indissolubilmente pace e giustizia nel vincolo di causa ed effetto e di reciproco rafforzamento. Il principio del rispetto tra le nazioni, nel rigido regime di colpa/condanna, se fosse scardinato dalla concessione di condono, o sopportazione del danno, senza che se segua una giusta sanzione, verrebbe a confermare pericolosamente che la pace deve valere più della giustizia. E paradossalmente, se codificassimo ciò, sarebbe la stessa obliterazione della giustizia a produrre innumerevoli prepotenze ed aggressioni, che pace certamente non sono. Non si può, allora, né si deve, imporre la pace senza il giusto risarcimento del danno prodotto da parte dell’aggressore, a cui, promuovendo la pace senza risarcimento, si offre la condizione vantaggiosa e incoraggiante dell’impunità.
Non è accettabile, quindi, che, pur di fronte ad un torto ricevuto, ed in assenza di efficaci tribunali di sanzione di esso, i pacifisti pretendano dall’offeso, per amore della pace, di non reagire, favorendo così chi ha aggredito, incitandolo verso ulteriori aggressioni con vistosi vantaggi. Nasce la necessità di una serena, ma ferma riflessione sul rapporto tra pace e giustizia. La pace può essere a volte solo condizione di convenienza, ma non sempre di dignità. La pace di necessità tra aggressore ed aggredito può perfino convenire ad entrambi, in un tacito compromesso di sopravvivenza, ma il criterio del ‘pro bono pacis’, colloca il perdente in una condizione di permanente umiliazione, di morte civile. I nobili
pacifisti accetterebbero questo schema deleterio, che produrrebbe un pianeta ‘pacificato’, ma perché sedato nel veleno della prepotenza come legge. E’ già avvenuto per secoli, e nazioni armate e potenti hanno ridotto in schiavitù popoli pacifici inermi ed inoffensivi, in una cornice di pace di annientamento.
Prima di implorare la pace, si guardi , quindi, anche alla giustizia e sia questa la sua necessaria garanzia, non vi sia indulgenza verso chi ha aggredito per proprio vantaggio, alimentando il maledetto varco della guerra. Si chieda a lui di deporre le armi o gli si contrapponga una conflittualità equivalente, se la via della ragione condivisa risulta occlusa. Si costruisce così una pace vera, ripristinando l’equilibrio della giustizia, altrimenti si vuole la pace a conferma di una prevaricazione, a cui corrisponde nel perdente l’imposizione ad una servitù permanente. I padri possono accettare questa condizione servile per sé e per il futuro dei propri figli? La pace, infatti, per se stessa non dona dignità, bensì convenienza di sopravvivenza. Si può anche vivere in una pace arida, di reciproca misconoscenza, che non attinge ad alcun livello di dignità umana, riconosciuta nella giustizia e libertà.
La giustizia non può essere barattata con una pace qualsiasi, nella ferrea legge del più forte. Implorano questo i pacifisti nell’assolutezza della richiesta della sola pace? Una pace ingiusta è una pace da sottomessi e da schiavi, che nessuno augura a sé ed alla propria discendenza, ed incoraggia i violenti. E come per la malavita interna, che non può essere affrontata con mezzi esclusivamente pacifici ma necessita anche delle armi, pure per quella tra le nazioni serve la deterrenza e la repressione. Ideale sarebbe, come accennato, la costituzione di un’autorità planetaria e suprema, che intervenga nelle situazioni di conflitto, prevenendo le guerre armate contrapponendo la minaccia di altrettante armi. E nel frattempo che ciò avvenga, anche le aggregazioni difensive tra nazioni associate sono utili, come produttrici di pace e deterrenza contro i violenti, nella speranza che essi siano sempre meno numerosi degli amanti della pace. Infine i pacifisti siano coerenti sempre con i loro nobili ideali, anche quando si misurano con gli avversari ideologici, senza cadere nell’aggressività verbale, che non aiuta a trovare sintesi pacifiche, ma a prevalere nell’aspra tenzone dialettica. Porgere l’altra guancia dell’inoffensività può essere un’ottima strategia pacificante, senza che sia una resa o sottomissione, ma l’apertura ad un pacifismo gandhiano, vittorioso nel richiamo alla giustizia, che coinvolse anche gli inglesi. E fu vera pace.



