In questi ultimi decenni il papato cattolico ha superato le tendenze novecentesche dell’ecumenismo, come intesa tra le confessioni religiose, ed allargato il ministero alla condizione globale dell’umanità sul pianeta, considerata dovere della stessa religione, quasi implementando l’antico programma del commediografo latino, il giovane liberto cartaginese Publio Terenzio Afro ( 185-160 a.C.): “nihil humani a me alienum puto”, niente di ciò che è umano mi è estraneo. Ciò offrirebbe alla stessa religione lo scopo supremo di esaltare la dignità anche terrena dell’uomo, come adempimento fondante di una prassi obbligante e condivisa, che capovolga l’espressione blasfema di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. E Dio rispose: “La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra fino a me”. In ciò si potrebbe intravvedere lo scenario onnicomprensivo e planetario di una religione universale del futuro, che sia a prescindere da trascendenze, dogmi e morali particolari.

La morte di Papa Francesco ha richiamato in Vaticano i rappresentanti dei popoli provenienti da ogni continente, producendo lo straordinario paradosso del minuscolo Stato-Città del Vaticano che richiama a sé non solo folle di popolo, ma anche i loro potenti rappresentanti sulla Terra. Ed è anche il paradosso della coscienza morale, che non ha alcuna forza fisica, ma esercita una forte pressione sentimentale e razionale sull’uomo, che chiamiamo ‘rimorso’, prodotto dall’insopprimibile condanna della vigile coscienza interiore per la colpa commessa o per il bene omesso. E di conseguenza, si verifica anche il paradosso che il monarca assoluto di questo minuscolo Stato del Vaticano, senza un popolo nazionale, può rivolgersi al popolo di tutto il pianeta, con l’unica sua forza di una predicazione disarmata, che viene dalla coscienza dell’uomo a difesa dei supremi valori umani, storicamente predicati in una fascinosa sintesi dal Galileo Gesù, nato a Betlemme in Giudea, oggi Palestina. Quella predicazione, racchiusa nei Vangeli, lo condusse alla morte sull’abominevole supplizio della croce a soli 33 anni. Ma i suoi precetti, predicati oggi dal Papa cattolico, seppure ovunque calpestati dai grandi organismi politici e militari, sono da questi stessi venerati e temuti ed i loro capi sono ora accorsi al funerale di chi infaticabilmente li predicava, come antichi vassalli al loro imperatore.

Quello del Papa è un impero di pura spiritualità, intrisa di precetti che ribaltano il ruolo vincente della forza e del dominio, ed impongono quell’ultima istanza del ‘tu devi’, intuita da Immanuel Kant, come eversiva di ogni altra istanza di potenza ed assoggettata all’invalicabile monito interiore, che ci interroga sulla sorte inflitta al nostro fratello. E tocca al minimo monarca vaticano prospettare il radicale ribaltamento contenuto nei precetti evangelici, predicando che gli ultimi saranno i primi, che i poveri saranno beati, gli afflitti consolati, i miti possederanno la terra, i misericordiosi, i puri di cuore e quelli che cercano la pace e che hanno fame e sete di giustizia saranno soddisfatti. Non la forza o la ricchezza fanno grande l’uomo, ma la sua umiltà e misericordia, chi è il primo sia servo di tutti e la legge sia al servizio e non al dominio dell’uomo, Dio è il padre di tutti gli uomini, non vi sono nazioni o uomini abietti. Sono enunciazioni che ribaltano concezioni e tendenze diffuse e quotidiane, e perciò disorientano, e tuttavia attraggono verso il mondo del ‘dover essere’, la patria agognata, incombente e definitiva, che irresistibilmente ci intriga. Di esso il Papa resta il tenace testimone che ne rammenta l’esistenza, di cui non possiamo liberarci, perché è terrificante la prospettiva di un mondo ad essa contrario, destinato alla conflagrazione dei contrasti, alla universale reciproca distruzione.

La prassi politica, per spinta egoistica, insegue fini opposti, la potenza, la ricchezza, il dominio, e per conseguirli scatena incessantemente guerre sempre più estese e crudeli, tanto che la stessa insostenibile potenza distruttiva delle armi ha indotto agli accordi disperati sulla loro limitazione. Sono, quindi, evidenti le urgenze che inducono ad andare verso un ordine internazionale orientato all’esclusione dei conflitti, espressione questi di manifesta e belluina irrazionalità, inutilmente distruttiva, indegna dell’homo sapiens. L’impegno per una convivenza pacifica portò, dopo la prima guerra mondiale, alla costituzione di organismi sovranazionali, come la Società delle Nazioni del 1919, che voleva essere la sede della composizione dei contrasti per escludere l’uso della forza omicida. Ma essa non riuscì ad impedire la seconda e più atroce guerra mondiale, alla cui conclusione, il 26 giugno 1945, 49 Stati dettero vita all’ONU, per tutelare la pace, il diritto internazionale, la sovranità delle nazioni, l’intangibilità delle frontiere. Anche l’ONU, tuttavia, oramai viene meno al suo compito, mentre i conflitti si susseguono sempre più aspri.

In questo scenario di irrazionale umanità, si leva la voce inerme del Papa a denunciare la follia disumana delle guerre e la necessità della pace e della fratellanza: “Fratelli tutti”. La missione del Papato è sembrata così sempre più staccarsi dall’esclusivo terreno della dogmatica, dedita alla trascendenza divina, per dedicarsi, nello spirito di carità, alla vita degli uomini alla luce dei valori evangelici, di assoluta ed universale umanità: la dignità sacrale di ogni uomo, l’amore di prossimità, la compassione planetaria, la superiorità dell’uomo sulla legge, la priorità della conciliazione fraterna sullo stesso culto divino: “se vai al tempio e ricordi di avere un conflitto con il tuo fratello, va prima a riconciliarti con lui e poi al tempio di Dio”(Mt 5,23). Si tratta, quasi sempre, della coincidenza del Vangelo con i valori umani sommi, che la cultura ellenistica occidentale, greco-latina, aveva elaborato negli ultimi secoli dell’era antica con i grandi autori di filosofia e letteratura, come Platone, Aristotele, Cicerone, Virgilio, Seneca e Terenzio, questi anche con il suo “homo homini deus”, opposto al deleterio, seppur ironico, “homo homini lupus” di Plauto. Seneca e S.Paolo, contemporanei, l’uno cristiano l’altro pagano, sono tuttavia concordi nell’esortare a trattare fraternamente gli schiavi. Questo evangelismo di perenne umanità si ritrova nella pastorale del Papa e concorda con una religione antica ed universale, che colleghi la trascendenza divina con la concreta immanenza dell’uomo, per regolare la convivenza dei popoli, pur nella infinita varietà delle culture. In questo senso il gesuita, come papa Francesco, Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), che era anche paleontologo ed ha operato alla scoperta del Sinantropus nel 1929, ha utilizzato la sua disciplina evoluzionistica per spingere lo sguardo dal passato al futuro e delineare l’ulteriore sviluppo dell’evoluzione planetaria, oramai nella fase della ‘cefalizzazione’, governata cioè dal cervello dell’uomo, capace delle grandi scoperte dell’energia nucleare e delle telecomunicazioni. Per lui sarà la ‘noosfera’ umana, cioè l’inventività della mente, ad orientare l’evoluzione del pianeta nell’unica direzione salvifica della solidarietà e dell’amore. E sarà questo il Punto Omega, l’approdo definitivo, che troverà nel Cristo del Vangelo il punto più alto dell’evoluzione, il punto Omega, come espressione massima di inevitabile e razionale convivenza.

Questa fascinosa prospettiva evoluzionistica sembra inverarsi nella vicenda degli ultimi Papi, che hanno assunto nel loro ministero l’orizzonte non solo della loro Chiesa, ma quello anche della redenzione dell’intero pianeta da preservare, ed hanno ricevuto un consenso internazionale che va ben oltre i limiti del loro simbolico Stato Vaticano, come ha dimostrato la celebrazione funebre per Papa Francesco. Se l’organizzazione del Papato saprà cogliere questo bisogno dell’umanità, non tanto di dogmi astratti né di morali anguste, legate a pregiudizi storici, ma di una visione universalistica e dignitosa della religione dell’uomo, le cui direttrici universali coincidono tra Vangelo e saggezza umana, il Papato potrà guidare, come somma autorità morale e sociale, il cammino dell’umanità futura, utilizzando lo strumento del ‘Verbo Incarnato’ che diventa il Punto Omega, evolutivamente definitivo e costitutivo della fraterna convivenza umana sul Pianeta Terra.

Il criterio assoluto di questa prospettiva può assumersi dalla sofferta riflessione di Simone Weil, la giovane donna francese, morta a 34 anni nel 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale, tanto gracile ed emaciata dai suoi tormenti di umana condivisione quanto straordinaria per l’acutissima intelligenza, la struggente sensibilità che la condussero alla partecipazione, sofferta sulla propria carne, alla tragedia della guerra, prima spagnola e poi mondiale. Nelle sue spiazzanti analisi quotidiane, lei ebrea, si accostò al cristianesimo, adombrando un’universale religione futura, centrata sul principio della dignità suprema di ogni uomo, perfino al di sopra della stessa Verità, nonostante che per ogni teologia sia Dio stesso la Verità. Ma questa ‘eresia’ è l’espressione estremistica del nucleo stesso del Vangelo, che ritiene l’uomo immagine stessa di Dio, predicato ogni giorno da Papa Francesco, come monito vero i grandi della Terra, accorsi a rendergli onore, di conferire ad ogni singolo uomo un valore divino, mentre essi ne fanno deturpato strumento della loro potenza nelle guerre, per uccidere altri uomini ed essere uccisi, o nei processi di dominio, per essere asserviti. La religione dell’annuncio evangelico assume il compito di diventare parametro di una legislazione universale, oramai di sopravvivenza per l’uomo sul pianeta, di cui il Papa è il mentore che guida alla fraterna solidarietà, equivalente al massimo culto reso a Dio, padre di tutti i popoli. Era la religione di Papa Francesco che, pur mantenendo per i suoi fedeli la tradizione dei suoi riti e dei suoi dogmi, ha avuto moniti di saggezza universale, per orientare l’evoluzione dell’umanità nella fraternità, come mai era avvenuto prima.

Il Papa così è assurto al compito di essere il sacerdote e mentore universale che assume per l’umanità la custodia e gestione del Punto Omega, la noosfera dei sommi principi razionali ed etici, che garantiscono la dignità e la sopravvivenza dell’uomo. E’ sintomatico che anche i potenti, che li calpestano, abbiano l’incoercibile rimorso di rendere onore a chi ne ha data quotidiana testimonianza nel suo ministero papale, predicando la sacralità di ogni essere umano: ‘nessun uomo è uno scarto’. L’onore reso a Papa Francesco potrà germogliare nei suoi successori come ministero di pace futura sulla Terra, per realizzare quel saluto/impegno di ‘pace e bene’ del suo eponimo Francesco d’Assisi, come sommo culto reso alla Divinità.

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