L’inizio muscolare e travolgente della presidenza USA di Donald Trump stride alla luce della profonda ispirazione politica ed etica del suo predecessore Thomas Woodrow Wilson (1856-1924). Questi non solo si lasciava alle spalle la vecchia politica dell’isolazionismo americano di James Monroe (1758-1831), ma, dopo aver partecipato al tragico sconvolgimento del primo conflitto mondiale, con un immenso esercito di 1.750.000 soldati, comprese profeticamente la necessità di dare indirizzo e organizzazione alla politica mondiale. Egli trasse ispirazione dalla profonda eticità che aveva ispirato i Padri Pellegrini, i ‘Pilgrim Fathers’, approdati, nel 1620, nel Nuovo Mondo, esuli alla ricerca di una patria libera, democratica e pacifica. E nell’enunciazione dei suoi 14 punti, per un indirizzo politico mondiale di giustizia e di pace, egli assunse un ruolo di leader da superpotenza mondiale, ma soltanto nell’esclusivo disegno ideale di porsi al servizio di un mondo retto dai sommi principi etici, condizione non solo di pace, ma anche di sviluppo civile e di fruttuoso progresso economico.

Dallo schiavismo, che aveva afflitto, con tragica ignominia, la società americana, veniva una lezione di prospettiva planetaria fondata su principi etici di rispetto della dignità e libertà di ogni uomo e di ogni Stato. Wilson, tuttavia, finì per essere un profeta inascoltato, ed i ciechi egoismi afflissero ancor più tragicamente il pianeta, col secondo e più letale conflitto mondiale, alla cui conclusione, ancora grazie all’illuminata guida di un altro Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt, seppur defunto, si sono imposti gli ideali etici a fondamento della dignità ed autonomia di ogni uomo e di ogni Stato. E’ nata così l’ONU, si sono attuate tutte le decolonizzazioni ed il pianeta oggi può annoverare, almeno giuridicamente, tutti popoli nell’autonomia e libertà.

Eppure, se sono cessati gli imperialismi economici e militari, sopravvivono nazioni che si ritengono superpotenze e pretendono di aver diritto al dominio politico ed economico, se non anche militare, sui popoli più deboli. Non era ciò che Wilson e Roosevelt avevano codificato per le politiche internazionali. Gli USA, in funzione di garanti dell’ordine mondiale, lucravano anche la ricchezza e svariata convenienza che si costituivano con le alleanze di protezione e sussidiarietà. La tutela della superpotenza era, pertanto, gratuita ed era sufficiente che il piccolo stato assicurasse fedeltà e alleanza anche economica. E il dispendio del ruolo di protettore tornava così a beneficio di entrambi, soprattutto con scambi e integrazioni produttive.

Già sapevano gli antichi che nella pace crescono le arti e cresce la prosperità dei popoli, mentre la prepotenza, l’aggressività, l’uso della forza distruttiva producono non solo tragedie, ma anche forti regressività economiche. Sallustio, grande storico romano, ammoniva che le piccole imprese nella concordia crescono, mentre anche le grandi falliscono nella discordia.

Quando, dunque, una superpotenza esercita il suo ruolo, per finalità etiche, legali e pacifiche, non ha bisogno di imporre ritorni economici, perché questi intervengono per effetto dello stesso clima di pace, che genera il progresso delle intermediazioni di benessere.

La superpotenza, invece, che si atteggia a entità imperialistica e crede di trovare nella sua forza lo strumento del dominio, si caccia nel tunnel dell’ostilità cupa e tenace, che porta all’isterilirsi dei commerci e delle interazioni produttive in un clima di sospetto e sordo contrasto, fino all’uso tragico delle armi. La letteratura antica e moderna, tuttavia, è piena di osservazioni che vanno nella direzione del certo fallimento dei padroni ottusi e feroci, mentre quelli saggi, come Augusto o Tito, sono acclamati padri della patria e amore e delizia del genere umano, avendo consentito grandi vantaggi sociali ed economici grazie alle loro concessioni, orientate non a dominio e sopraffazione ma a rispetto e mitezza.

La superpotenza che voglia esercitare un ruolo internazionale non può comportarsi, dunque, come uno spregevole tiranno. La consapevolezza del dovere del buon governo che spetta all’autorità imperiale, era ben chiara nel momento del massimo fulgore dell’impero romano ed è stata compendiata mirabilmente nell’espressione dell’Eneide di Virgilio: “Tu regere imperio populos, Romane memento, pacique imponere morem” (Tu, o Romano, ricordati di reggere col tuo potere i popoli, ed ottenere la convivenza della pace”, libro VI, v. 851).

Era l’enunciazione di valore religioso del ministero di una superpotenza nella saggezza politica di guidare i popoli, consolidando la scelta della pace. E per alcuni secoli i popoli del Mediterraneo produssero una splendida civiltà, unendosi in armonia, permettendo anche ad uomini di diverse nazioni di assumere il comando dell’impero.

La missione aveva origine divina, come suggello di massima autorità che portasse ad unità le diversità, l’interesse della nazione egemone non essendo l’imposizione di taglie del dominio, ma di reciprocità dei vantaggi. Le invasioni barbariche hanno distrutto questo disegno, mosse dal primitivo istinto predatorio e dalla furia omicida. Ed oggi sembra che torni questa modalità, che l’Europa ha tragicamente già scontato sulla sua carne quasi novant’anni fa. Ed ha fatto bene il Presidente Mattarella a richiamarlo per le vicende ucraine attuali.

Sembra, infatti, tornare la tendenza alla rapina col costituirsi di una malvagia intesa tra le superpotenze continentali, per attuare l’appetito di un concordato dominio di sopraffazione nella propria regione. E così Trump può avanzare pretese sulla Groenlandia e chiedere indietro meschinamente le somme che gli USA hanno versato all’Ucraina, perché non v’è più con essa un legame di alleanza, appartenendo per spartizione ad altra zona di dominio, in cui assecondare le voglie di Putin.

Non v’è più l’idea della superpotenza, come già gli USA, che senta, seppur non sempre correttamente, sulla propria pelle la responsabilità del bene internazionale, come condizione di progresso generale, di cui la stessa superpotenza poteva giovarsi. Con Trump sembra tornare non tanto l’isolazionismo degli Usa, quanto la disgregazione in tante isole continentali di dominio, in cui la nazione egemone lucri a suo piacimento la propria rapina, col consenso complice e collettivo dei suoi omologhi.

Se l’Europa si opporrà, potrà indurre la Cina a far desistere Putin e il suo compare Trump. Altrimenti il pianeta sarà spartito tra pochi padroni, smontando quel disegno planetario e unitario di pace, rappresentato dalla pari dignità delle singole Nazioni nel consesso dell’ONU, di fatto impotente oramai a controllare la politica mondiale. Si costituiranno dei pollai continentali, in cui un solo gallo dominerà incontrastato sulle sue galline. I galli, soddisfatti della spartizione, non si faranno guerra fra loro. Le galline dovranno, pertanto, senza speranza, adattarsi a compiacerli, se vorranno sopravvivere.

La civiltà della libertà dei popoli e dei cittadini sarà un ricordo, che l’intelligenza artificiale si incaricherà di svillaneggiare.

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