Ne vedremo delle belle, politicamente parlando, nell’ormai imminente 2026, anno di transizione dalle regionali alle politiche. I risultati delle regionali, infatti, se da un lato confermano le previsioni dei sondaggi sui candidati eletti, dall’altro fanno emergere discontinuità e tendenze che rendono possibile uno scenario diverso da quello che tende a dare per scontato un inesorabile successo del centro destra.
Mi riferisco innanzi tutto alla somma dei voti locali proiettati sul quadro nazionale, che prefigurano un possibile pareggio. Se sarà così, la differenza la faranno i collegi uninominali del Senato che si presentano oggi più favorevoli al centrosinistra, diversamente dalle politiche del 2022. Ma questo accade per un semplice, incontrovertibile, dato di fatto: il centrosinistra si è presentato unito! Campo largo, campo aperto, coalizione ampia… la si chiami come si vuole, l’effetto è lo stesso. Nelle politiche precedenti non era accaduto e si è visto come è andata. Nelle regionali è successo e si vedono i risultati. Non solo in Campania e Puglia dove il centrosinistra allargato ha vinto alla grande, ma anche in Veneto dove ha perso con un risultato importante che inverte la tendenza del passato, raddoppiando i consensi.
Le coalizioni sono, ovviamente, un insieme di forze differenti che restano tali e non possono e non devono annullarsi. Ma, proprio come ha detto Manildo, commentando il suo positivo risultato, nessuno da solo è in grado di interpretare (e, quindi, rappresentare) la complessa realtà contemporanea. Così, ciascuna componente porta un punto di vista indispensabile, ma mai esclusivo. Se quanto è successo dimostra che si può trovare un equilibrio, un compromesso che assicuri la governabilità, non sarà facile confermarlo. Questa prospettiva unitaria sarà messa alla prova nei prossimi mesi, sulle complicate questioni internazionali, sulla legge elettorale che Meloni vorrà cambiare, sul referendum sulla giustizia, sui diversi aspetti della emergenza economica nazionale. Problemi veri sui quali esistono opinioni in alcuni casi molto diverse.
Si capirà nei prossimi mesi – a cominciare dalle scadenze elettorali di primavera, con molte città che vanno al voto, tra cui Venezia – se la lezione che viene dal voto regionale sarà stata ben compresa da tutti i protagonisti e se ci sarà disponibilità a trovare il modo di gestire la pluralità. Ma è fuor di dubbio che, per quanto difficile e insidiosa appaia questa strada, non ci sono alternative.
La dimostrazione più lampante viene dalla Campania dove la formula larga è stata messa alla prova dalla candidatura di un candidato Cinque stelle. La soluzione che poteva, nonostante la personalità autorevole e istituzionale di Fico, essere divisiva, si è invece rivelata unificante. Manfredi, che ha iniziato questo percorso da quattro anni, ha insistito molto, sostenendo la candidatura di Fico, su questa prospettiva. E ha avuto ragione.
Ma i numeri dicono anche altro, soprattutto nel centrodestra dove il partito di Meloni, Fratelli d’Italia, viene surclassato dalla Lega in Veneto e superato da Forza Italia in Campania. Due segnali che aprono una fase nuova dentro la coalizione di governo che potrebbe contribuire, volente o nolente la presidente del Consiglio, a quel cambiamento di scenario di cui sto parlando.
La pesante astensione dalle urne proietta, però, un’ipoteca per tutti, vincitori e vinti. Siamo ormai alla soglia di guardia della partecipazione democratica. Qualsiasi discussione politica che non affronti prioritariamente questa questione non sarà interessante per gli elettori.
È urgente reagire, ma con umiltà e dialogo diretto con i cittadini, a partire dai giovani. Altrimenti il rischio di una grave frattura sociale si può fare sempre più concreto. Il governo della maggioranza della minoranza è una prospettiva che non può reggere a lungo.



