Intervista al politologo Paolo Feltrin.
L’esito del secondo turno delle elezioni francesi ha sorpreso un po’ tutti. Ma chi ha davvero vinto le elezioni in Francia?
Io presterei molta attenzione e non canterei vittoria. Qual è il primo partito in Francia? La risposta è il Rassemblement National di Marine Le Pen, che al primo turno ha ottenuto quasi il 34% dei consensi, un francese su tre. Poi questo non coincide con la ripartizione dei seggi, per effetto della coalizione avversaria e della desistenza messa in campo dal Fronte Popolare. Ma ricordiamo che non sono coalizioni “per”, ma coalizioni “contro”. Il mio dubbio è che il Parlamento non regga alla prova dei fatti: che c’entrano i socialisti e le varie forze centriste che ci sono alleate, con le idee politiche di Mélenchon? Non a caso Macron ha riconfermato come primo Ministro Gabriel Attal. Io lo interpreto come un avviso ai naviganti: mettiamoci tutti insieme al tavolo, forze di centro e forze di sinistra, e tagliamo gli estremi.
Con il senno di poi, possiamo dire che l’azzardo del Presidente Macron, che ha annunciato lo scioglimento dell’Assemblea nazionale nel corso di un discorso alla nazione subito dopo i risultati delle europee, mentre in Italia si votava ancora, si sia rivelato vincente?
Una delle cose più sorprendenti di queste elezioni è che i commentatori politici, i giornalisti, gli intellettuali, che hanno considerato un matto Macron, per aver deciso di sciogliere il Parlamento domenica 9 giugno, si stanno ricredendo e ora dovrebbero “inginocchiarsi e fare penitenza”. Macron ha coalizzato il 66% contro la Le Pen in termini elettorali, e ora può decidere con chi fare il Governo. Una bella mossa!
Veniamo all’Italia: c’è l’impressione che se anche tutte le forze anti-destra si coalizzassero, da Fratoianni-Bonelli a Calenda e Renzi, passando per Conte, con il Pd a fare da collante, il nemico da battere non sia così “impresentabile” come in Francia. La nostra destra è sicuramente più moderata, penso in particolare a Forza Italia. Insomma, quanto fatto a Parigi non sarebbe replicabile a Roma. Che ne pensa?
Dipende dalle situazioni e da come andranno i prossimi mesi e anni. In Inghilterra la destra è in crisi, mentre invece cresce in Austria e Germania. E poi come interpretare quello che sta accadendo in Danimarca, dove cresce la sinistra radicale e vince addirittura le elezioni? È un tema interessante. Una cosa in comune a tutte le situazioni è che le forze progressiste, tipicamente di centrosinistra, sottovalutano grandemente il malessere popolare, che si coagula intorno ai temi dell’immigrazione, dei costi del green deal, del lavoro. L’esempio del green deal è chiarissimo: la classe media, i ceti medio bassi, non vogliono pagare i costi di questa riforma. E lo fanno per un motivo: si sono accorti che è un affare per i ricchi, è l’ultimo modo per il capitalismo per fare business. Basta vedere i profitti delle case automobilistiche, che sono pagati dalla povera gente.
Torniamo all’Inghilterra. È molto interessante quanto sta accadendo, appare come una (sacrosanta) reazione alla Brexit. Ma i laburisti hanno davvero vinto?
No, non hanno vinto. Hanno preso un punto e mezzo in più rispetto alle ultime elezioni, passando dal 32,1 al 33,7. Ma questo vuol dire che hanno il 66% contro, due inglesi su tre! Il punto vero è che per la prima volta i conservatori sono andati male e le destre si sono divise. Due elezioni fa i laburisti avevano preso il 40% e avevano perso comunque le elezioni in maniera drammatica. Ecco, un altro errore da non fare è confondere i voti con i seggi, perché dipende tutto dal sistema elettorale.
Come giudica la politica del leader laburista Keir Starmer?
I laburisti hanno preso quei voti con una piattaforma di destra, parlando di ordine e sicurezza, chiedendo un ferreo controllo dell’immigrazione, opponendosi al green deal. Il discorso del primo ministro Starmer potrebbe averlo fatto la Meloni! In Germania cresce l’attenzione per il Bsw, l’alleanza di sinistra guidata da Sahra Wagenknecht, che al primo colpo ha preso il 7% ma è un partito anti-immigrati e anti-Europa. La sinistra si afferma se rielabora e avanza proposte sui temi dell’immigrazione, dell’ordine e della sicurezza, della famiglia, e non diritti genericamente assunti. Insomma, tematiche che diano una risposta alle domande del popolo. Se non farà così il vento di destra che soffia su Francia e Germania prevarrà dappertutto. Anche in Italia il centrosinistra deve trovare una sintesi su questi “dilemmi”. Bisogna mettere in campo una “agenda popolare”, e non soltanto inseguire l’agenda dei ricchi. È su questo terreno che si sfida la destra, non gridando “al lupo al lupo” sul pericolo fascista.
Anche alla luce dei risultati in Francia e Inghilterra, cosa succede al cosiddetto “campo largo” del centrosinistra italiano?
Credo che in generale sia un risultato positivo per il Pd. Ora al suo interno si dovrà fare una sana divisione del lavoro tra chi cerca di costruire ponti con i 5 Stelle e chi guarda al centro. Al contrario di quanto accaduto alle elezioni precedenti, ora è evidente la disponibilità di una parte importante dell’elettorato “grillino” a tornare nel Pd. Qualcuno deve occuparsi di questo, perché esiste un margine significativo. E poi bisogna lavorare con il centro: la crisi di Renzi e di Calenda offre spazio al Pd, perché ora nessuno può mettere in discussione il suo ruolo da protagonista. In sintesi: se copiamo bene dalle esperienze di Francia e Inghilterra credo che ci sia un futuro per il campo largo.
Un altro degli insegnamenti delle elezioni è l’estrema volatilità dell’elettorato, che non è mai stato liquido come in questo periodo storico. Come “fidelizzarlo”?
Bisogna accettare anche l’ipotesi che prima o poi la Meloni inizi a perdere i consensi. Banalmente, se ha problemi di finanza pubblica, se la situazione economica dovesse peggiorare, finirà la luna di miele con gli italiani. La prima ragione per la “crisi” è legata ai soldi, è il motivo per cui gli elettori cambiano idea su un partito, su un leader. Già nei prossimi mesi, con la finanziaria d’autunno, fossi al posto suo non mi concentrerei su cose futili, come il referendum sull’autonomia differenziata, un tema che è avvertito come lontano dai cittadini, non fa presa. Su questo, magari, penserei di fare una iniziativa seria sulla riforma del titolo V della Costituzione. Invece per conservare l’elettorato punterei tutto sui temi economici, temi attualissimi e vicini alla gente. Penso ai salari, al lavoro, alla sanità. È quello che ha fatto molto bene il partito laburista inglese.
Per l’ultima domanda torniamo in Francia: al di là dell’esito delle urne, uno dei dati più sorprendenti del voto è sicuramente quello dell’affluenza, e il paragone con l’Italia appare avvilente per noi. Come riportare gli italiani alle urne?
La differenza tra noi e la Francia è che lì hanno 2-3 possibilità di voto: per corrispondenza, a distanza, addirittura è previsto il voto per delega. Il vero problema è che in Italia non consentiamo agli elettori di andare a votare, i partiti non vogliono che gli elettori votino. Hanno paura degli astensionisti, perché non possono prevedere il loro posizionamento. Sarebbe facile fare qualcosa per aumentare l’affluenza alle urne, se non lo fanno è per paura. Noi sappiamo benissimo che le elezioni fortemente radicalizzate, con scontri competitivi, alzano la partecipazione. L’elettorato non va a votare quando è sicuro del risultato, se è incerto c’è più partecipazione. In Italia ricordo due episodi: uno lontanissimo, nel 1976, quando ci fu il rischio del sorpasso del Pci sulla Dc e la partecipazione arrivò ai livelli del ’48. Un altro caso, più ridotto, l’abbiamo avuto nel 2006, con la vittoria di misura del centrosinistra sul centrodestra e con un’altissima partecipazione. Insomma, ogni volta che la gara si fa dura tutti scendono in campo.



