Alcuni maturandi all’Esame di Stato hanno rifiutato di sostenere la prova orale, per protesta contro la sua procedura selettiva stressante che opprime i candidati, valutati da ignari commissari esterni che, in un pugno di minuti, dovrebbero valutare lo spessore culturale ed umano degli esaminandi, con una procedura approssimativa, arbitraria e inappellabile, emblematica delle sevizie verso i cittadini, di cui si serve il potere, per ordire le sue trame di imperio sulla società.
Eppure l’attuale esame di Stato è il risultato di successivi alleggerimenti, rispetto a quello introdotto da Giovanni Gentile nel 1923, detto di ‘maturità’, e consistente in quattro prove scritte e nel colloquio su tutte le discipline dell’intero triennio, con Commissari tutti esterni, provenienti dalle Università, per saggiare i futuri loro studenti. E nel giudizio finale non v’era spazio per una quota di punteggio garantito dalla scuola, perché essa stessa era posta sotto esame e valutazione dalla Commissione, che costituiva oggetto della relazione finale del Presidente.
Nella forma attuale, che risale con variazioni a quella istituita nel 1997 dal Ministro Luigi Berlinguer, cugino di Enrico, il Candidato porta all’esame il credito conquistato durante il triennio, fino a 20 punti del punteggio fino a 100 finale, mentre può conquistare fino a 45 punti nelle due prove scritte, e fino a 35 nell’orale, che verte solo su due materie, per un punteggio complessivo nel giudizio finale fino a 100 punti, con possibile aggiunta della lode. Dunque una forma di esame molto alleggerito, e perfino con il viatico del credito di partenza, garantito generosamente dalla scuola
E tuttavia, occorre dare merito ai Candidati, contestatori dell’esame attuale, di aver utilizzato una falla nella sua procedura, che consente, dopo aver superato bene le due prove scritte, con 45 punti, e con il credito di partenza di 20 punti, di superare la soglia minima dei 60 punti necessari per la conclusione positiva dell’esame, rendendo superfluo lo svolgimento del colloquio finale. E non si comprende l’indignazione del Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha minacciato sanzioni verso chi, rifiutandosi di sottoporsi all’orale, non ha fatto altro che utilizzare la stessa procedura prescritta, manifestando però contro di essa.
Il vecchio Esame di Stato, invece, faceva partire da zero i candidati, privi di crediti scolastici, e non era possibile alcun furbesco calcolo di rifiuto dell’orale, senza compromettere l’intero esito finale. Nella modalità attuale il colloquio può, in alcuni casi, costituire un elemento aggiuntivo e pertanto si può giocare a rifiutarlo o snobbarlo, con la soddisfazione di aver espresso una particolare idea, che apre un dibattito sempre utile.
Stimolati dalle contestazioni, sorgono infatti diverse considerazioni. Nel vecchio esame era l’intera Commissione esterna ad essere affrontata dai candidati, senza alcun ombrello protettivo di credito preventivo, estraneo alla vicenda d’esame, assegnato dalla scuola, senza limiti disciplinari del colloquio, e la sfida era netta e severa e imponeva al Candidato un impegno totale, che risvegliava energie assopite perché “hic Rhodus, hic salta”, qui è l’ostacolo, qui devi saltare.
Al di là degli abusi, inevitabile polvere nel cammino, il meccanismo corrispondeva al bisogno della collettività, rappresentata dall’amministrazione pubblica nazionale, di valutare, attraverso i risultati degli esami, il valore del lavoro didattico e formativo svolto dal sistema dell’istruzione nei cinque lunghi anni di istituto secondario superiore. Questo, oggi, invece, possiede la misura considerevole di un quinto del punteggio dell’esame, sottraendolo al giudizio della Commissione e quindi anche alla verifica esterna sul lavoro svolto dalla scuola. Questa funzione indotta dell’Esame di Stato sfugge spesso ai Candidati, ma essa riguarda, attraverso loro, la loro scuola, e quindi la verifica del funzionamento dell’istruzione pubblica, che costituisce uno dei motori determinanti dello sviluppo civile ed economico della Nazione. Il sistema scolastico va correlato ai tempi e perciò controllato ed adeguato, anche attraverso il monitoraggio dell’Esame di Stato, che rappresenta una procedura sistemica di controllo, con conferme o disconferme, come ammonisce Karl Popper (1902-1994), per le strutture operative complesse.
Il sogno anarchico di uscire dai vincoli delle procedure pubbliche ha la sua seduzione e fa le sue vittime spesso tra le persone più sensibili, ma risulta del tutto irrealizzabile in una società che necessariamente deve darsi degli strumenti di ordinamento, controllo, valutazione e purtroppo anche di repressione, come l’eliminazione di passaggi e rapporti erronei e nocivi. Tutto il sistema delle relazioni professionali richiede una certificazione dei titoli e delle competenze. Nessuno vorrebbe essere curato da un falso dottore. Sono, dunque, necessarie le procedure di verifica dei meriti e delle competenze, e tali procedure, sotto diverse forme, sono imposte dappertutto, e servono a promuovere il valore, la qualità, l’efficienza, per accompagnare la collettività nel cammino verso una qualità di vita sempre migliore. Ed anche nella quotidianità, scegliere un negozio avviene dopo averlo valutato migliore o più conveniente di altri, ed è il frutto di un esame, seppure empirico.
E’, dunque, un dovere del Governo della Nazione controllare, attraverso l’esame dei candidati, il lavoro dei docenti, soprattutto perché essi godono del privilegio della piena libertà didattica, che è un riconoscimento della loro professionalità, testata attraverso esami e selezioni. Però quella libertà non include l’insindacabilità del lavoro didattico svolto, che deve essere testato nella sua efficacia e validità, certificate come tassello determinante della civiltà e del progresso sociale ed economico della collettività. E l’Esame di Stato controlla il quinquennio conclusivo, e in esso anche l’intero ciclo scolastico di sedici anni.
Occorre illustrare ai Maturandi queste implicazioni nella loro performance d’esame, per trasferire le loro analisi dal disagio di ritenersi vittime di prevaricazioni autoritarie del potere pubblico, alla constatazione, anche esaltante, di vivere un momento saliente di un necessario ed opportuno strumento di monitoraggio collettivo del sistema, che va tutelato e fatto funzionare per il progresso della comunità. In tale contesto analitico perde senso contestare l’esame di maturità, che è sondaggio di sistema a cui è doveroso sottomettersi. Negli ultimi anni del secolo scorso Tony Blair, premier inglese, affermava “ditemi lo stato della scuola oggi e vi dirò la condizione della società fra dieci, venti anni”. Il sistema scuola va valutato nella prospettiva della società.
Chi non accetta di essere esaminato dovrebbe esercitare nella vita un lavoro senza competenze specifiche, o vivere in solitudine senza rapporti con i suoi simili. E comunque, anche nei lavori senza professionalità, si diffonde l’informazione se trattasi di un lavoratore bravo o meno. Il giudizio è inevitabile, ma anche stimolante, e la scuola deve avviare l’alunno ad esser pronto a fornire garanzie sulle sue capacità e prestazioni , senza per questo sentirsi abusato o violentato, perché in ciò che riguarda i rapporti sociali tutti possono chiedere e tutti devono fornire garanzie:
Non ha senso, quindi, la richiesta del maturato Pietro Marconcini di Roma, avanzata al Ministro dell’Istruzione, di abbassare il suo voto di 83 a 60: sarebbe un falso in atto pubblico, perché il voto non è un dono o una concessione, ma una misura, una valutazione, una testimonianza, seppure alquanto empirica, che non può essere manomessa ad arbitrio, neppure dal Ministro.
Il passaggio dell’esame è, dunque, un passaggio obbligato e va preso non come una servitù o imposizione arbitraria, ma come una spinta a rendere conto e rendersi migliore. La scuola deve essere la palestra dove allenarsi alle proprie prestazioni ed esibizioni. Del resto v’è contraddizione in chi pretende di non essere esaminato, mentre egli si atteggia a giudice e condanna la procedura dell’esame. Chi non accetta di essere valutato non dovrebbe neppure valutare, ma sarebbe la disgregazione della convivenza, e la soppressione della ricerca del valore, elemento costitutivo della dignità e del progresso collettivo. Chi ritiene suo diritto valutare, deve riconoscerlo anche alla società.
Queste osservazioni non giustificano, tuttavia, la minaccia repressiva del Ministro Valditara contro i candidati che si sono sottratti alla prova orale. Essi avevano la facoltà, nell’ambito della procedura d’esame, di farlo, accettandone le conseguenze di sistema e se, con zero punti al colloquio, raggiungono ugualmente i 60 punti della maturità, essi vanno dichiarati maturi, senza sanzioni. Anche se ciò potrebbe indurre la Commissione ad evitare che tra il credito attributo dalla scuola e l’esito degli scritti, si raggiunga già il fatidico 60 dell’esito positivo dell’esame. In questo caso l’iniziativa della contestazione col rifiuto del colloquio si ritorcerebbe contro gli stessi candidati, con una prevalenza tattica della Commissione d’Esame.
Occorre esser grati, tutto sommato, ai Candidati che hanno affrontato il disagio della contestazione, per aver aperto varchi ad un proficuo dibattito sull’Esame di Stato, detto presuntuosamente di Maturità. Tuttavia, va corretta la loro percezione di operazione di oppressiva ed alienante prevaricazione, perché lo stesso esame, bene inteso, è, invece, stimolo forte, e quasi unico nella vita, di sintesi culturale e di valore personale per i Candidati. E d’altra parte, esplica una necessaria e dovuta indagine sul funzionamento e sui risultati concreti del lavoro didattico e formativo dell’intero sistema scolastico, pubblico e privato, irrinunciabile strumento di sviluppo civile ed economico della nostra società.



