Viviamo da quasi tre anni il turbamento dell’ invasione e aggressione dell’Ucraina da parte della superpotenza russa. Si tratta di un’aggressione realizzata senza preavviso, anzi ostinatamente escludendola, e chi l’ha scatenata ha anche vietato, con sanzioni, di chiamarla guerra e l’ha definita azione speciale, quasi un provvedimento punitivo verso un paese che si ritiene ancora satellite, com’era per l’invasione dell’Ungheria nel 1956 da parte dell’URSS. Le disposizioni giuridiche pressoché universali, nel caso dell’aggressione, concedono all’aggredito il diritto alla legittima difesa, per resistere ed agire fino a liberarsi dall’aggressione e, tuttavia, gli impongono anche di non eccedere nel difendersi, per evitare che si trasformi lui stesso da aggredito in aggressore. La ‘ratio’ giuridica assegna all’aggredito, come misura della sua corretta difesa, il criterio della “proporzionalità” tra offesa e difesa, la quale se esclude l’eccesso di difesa, che diventa aggressione, include però anche l’equivalenza proporzionale negli interventi tra offesa e difesa e il diritto di liberarsi dall’aggressione. Alla disposizione giuridica del diritto a difendersi, aggiungerei la disposizione morale e politica del ‘dovere’ della difesa stessa, al fine di costituire una deterrenza verso il male sociale della violenza e verso gli aspiranti aggressori: sconfiggere l’aggressore è un dovere morale e sociale in una società che escluda la violenza e sia giusta e pacifica.

L’aggressore va dunque sconfitto, e non farlo, per pigrizia, paura o altro, confina con la complicità con lui, che porta a buon fine l’aggressione, implicitamente incoraggiando altri a fare altrettanto. Occorre usare, perciò, di fronte alla violenza, anche la forza fisica, ed ogni mezzo equivalente che sia in grado di sconfiggerla, in modo da liberare gli altri aspiranti aggressori dalla seduzione della violenza. Perciò il concetto di proporzionalità, che si richiama normalmente per escludere un’eccessiva difesa, non deve rendere inefficace la difesa stessa, condannando l’aggredito alla soccombenza, perché ciò costituirebbe una conferma della convenienza di aggressioni e violenze. L’art. 52 del codice penale afferma: “Difesa legittima – Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Pertanto, la proporzionalità, se fosse ristretta ad un’azione soltanto passiva, quella di parare parare i colpi, e non prevedesse invece un attivo contrattacco da parte dell’aggredito per travolgere l’aggressore e liberarsi di lui, concederebbe all’aggressore l’opportunità di proseguire agevolmente nell’aggressione, mentre all’aggredito toccherebbe la condanna alla soccombenza
e forse alla morte, se l’aggressore vorrà. Dove sarebbe allora la proporzionalità se l’aggressore può attaccare e l’aggredito non può contrattaccare parimenti contro di lui? Se la superpotenza russa bombarda la capitale dell’Ucraina, perché l’Ucraina non può bombardare la capitale della Russia? Certo, se Putin cessasse di attaccare, deve farlo anche Zelensky, ma di fronte all’attacco di Putin in Ucraina, Zelensky deve poter contrattaccare in Russia, per un’evidente equivalenza proporzionale, senza che ciò muti la condizione di aggredito in quella immorale di aggressore. Per l’aggredita Ucraina, la modalità dell’aiuto delle democrazie occidentali, che hanno imposto una difesa che fosse limitata a parare solo i colpi, di fronte ad una aggressione molto attiva e poderosa, rompe la legge della proporzionalità e pone l’aggressore in una condizione di superiorità strategica, per cui può agevolmente continuare ad aggredire, non potendo l’aggredito bloccare i colpi dell’aggressore alla radice: è come se fosse autorizzata a parare i pugni, ma non ad immobilizzare il braccio, che sarebbe aggressione all’aggressore.

Questa limitazione costituisce un assurdo morale ed un irreparabile danno per l’aggredito, lo condanna allo sfinimento di una difesa solo passiva fino alla morte, se così vorrà l’aggressore. In questo caso non si può più parlare di legittima difesa, perché si tratterebbe di tragica disparità, che condanna la vittima a lasciarsi distruggere, senza poter utilizzare la vera difesa attiva del contrattacco. E nessuno può essere condannato a comportarsi come vittima passiva, perché si aprirebbe un’autostrada alla facile e vittoriosa violenza, come sta di fatto avvenendo. La proporzionalità non deve, dunque, essere solo il limite insuperabile nella difesa da parte dell’aggredito, ma deve essere anche la norma interna dell’estensione autorizzata, e perfino obbligante nella visione dell’interesse collettivo di lotta alla violenza completa e doverosa, allo scopo di liberarsi sempre dall’ingiusta aggressione e produrre dissuasione per i violenti. Una reazione fiacca e limitata finisce per incoraggiare l’aggressore, e ciò porta, anche involontariamente, a rendersi complici della sua vittoria, che dev’essere, invece, sempre evitata, come fondamentale dovere civico e morale, se vogliamo rendere non conveniente l’aggressività ed escludere la sopraffazione dall’intera comunità umana.

Per realizzare questa condizione è necessario che l’aggredito sia messo in grado, con la solidarietà dell’intera Comunità Internazionale, di porre in atto un’efficace e vittoriosa reazione all’aggressione, contribuendo così alla decisiva deterrenza verso tutte le aggressioni future. Anche il mite tradirebbe la sua mitezza se si mostrasse tollerante verso l’aggressività degli altri e ciò vale anche a livello internazionale, non solo per fraterna solidarietà, ma per dare un avvertimento agli aspiranti aggressori e destituire di ogni lusinga le ricorrenti tentazioni aggressive. L’eventuale scrupolo dell’aggredito, e dei suoi amici, di non trasformarsi in aggressori, non deve impedire la misura della equivalenza proporzionale nella difesa, con pari aggressività, se necessario, per liberarsi dall’aggressione. La legge della proporzionalità non può imporre di dare un vantaggio all’aggressore, sarebbe un catastrofico incentivo per ogni violenza. Eppure si è teorizzato che Putin non doveva essere sconfitto: che interesse egli avrebbe avuto, allora, verso accordi di pace, se gli era garantito che non rischiava la vita o la sconfitta e poteva
lucrare quindi una sicura vittoria sull’Ucraina? E così l’Ucraina è stata esposta all’assalto quotidiano, di quasi tre anni di devastazioni, che l‘hanno disseminata di morti e distruzioni, di milioni di profughi, mentre il suo valoroso esercito ha dovuto astenersi dall’infliggere ai russi in patria equivalenti devastazioni subite dagli ucraini. L’aggressore, così, ha tutto l’agio di stravincere e soprattutto ora, che può perfino godere impunemente di un determinante aiuto delle vigenti dittature, unite nella solidarietà internazionale della sopraffazione.

L’imbelle democrazia occidentale, intanto, è ancora imbrigliata nei suoi divieti strategici all’Ucraina, che sono in realtà una copertura alla pavidità di assumere tutta la responsabilità della reazione attiva alla violenza dell’aggressore potente, a causa del terrore che, senza freni morali e politici, egli ricorra all’attacco nucleare, non rendendosi conto che la pavidità di oggi scatenerà rinnovati appetiti nell’aggressore domani. Sarebbe stato meglio sapere dall’inizio che non vi sarebbe stato aiuto efficace da parte delle democrazie occidentali ed accettare subito lucidamente la tragedia inevitabile della sottomissione servile dell’Ucraina alla Russia. I pavidi amici, seppure involontariamente, hanno moltiplicato il danno e, terrorizzati dalla minaccia nucleare dell’aggressore, ne hanno derivato la sacrale sua intangibilità, non considerando che la continuità senza barriere naturali della pianura sarmatica non permetterebbe l’uso delle armi nucleari, a causa del libero diffondersi degli effetti radioattivi, com’è successo a Chernobyl nel 1986.

Aveva promesso il candidato presidente americano Donald Trump che, appena eletto, e perfino prima di assumere la carica presidenziale, avrebbe potuto in 24 ore risolvere il conflitto tra Russia ed Ucraina. La sua elezione, invece, ha consentito a Putin di intensificare gli attacchi, calcolando che l’amico Trump, spregiudicato politico, avrebbe sacrificato l’Ucraina, che non offre appetibili vantaggi, per perseguire l’unione complice con le superpotenze e governare dispoticamente il mondo, non più fondato sul valore sommo dell’eticità e del diritto internazionale. I tempi stringono e la sconfitta dell’Ucraina è vicina. Sarà merce di mercato e scambio molto conveniente per le superpotenze fare scempio dell’aggredita Ucraina. E altri paesi indocili avranno la stessa sorte. E sarà un mondo di pescecani.

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