Follia e ignavia sembrano essere i tratti distintivi nella deriva della politica contemporanea, in questa nostra desolante e drammatica condizione storica. Vediamo ogni giorno quel che accade a Gaza o in Ucraina e constatiamo l’incapacità dei governi e delle istituzioni – delle democrazie – di reagire, di arginare, di fermare.
Le voci che dissentono da queste inutili stragi e da questo immobilismo diplomatico e politico si levano sempre più forti e diffuse. Ma appaiono disorientate di fronte all’incertezza e alla lentezza di una politica che, al massimo (e ancora da parte di pochi) si appresta a riconoscere tardivamente lo Stato di Palestina (ovvia conseguenza della teoria “due popoli, due Stati”), senza affrontare la questione di come assicurarsi che questo Stato nasca e possa vivere.
Le proteste crescono, ma non sono ancora diventate un movimento globale. Si citano, ad esempio, le reazioni contro la guerra del Vietnam e si dice: “altri tempi”; ed è vero, ma i tempi sono quelli che decidono gli uomini. E, come se avesse un qualche senso, talvolta queste proteste degenerano in follia, come è accaduto a Milano in occasione della manifestazione “pro” Gaza, finita per diventare contro e concedere spazio alla demagogia dell’oscurantismo, proprio nel giorno in cui in America si ponevano le basi di una ulteriore svolta maccartista.
In questo deprimente scenario pubblico, ciò che appare sconcertante a noi stessi, davanti allo specchio personale della responsabilità individuale, sono la nostra manifesta impotenza e la paura repressa. Siamo indignati e preoccupati, ma non sappiamo cosa possiamo fare. Essendo entrambe (l’impotenza e la paura) sentimenti potenti e difficilmente gestibili sul piano emotivo, li incanaliamo in una, del tutto necessaria, testimonianza di pietà o di rabbia, rimuovendoli poi per dedicarci, come è dovere di ciascuno, al lavoro, alla famiglia, al riposo…
Gestire questa partecipazione da un lato e rimozione dall’altro è un esercizio che costa fatica, possibile solo se l’impotenza e la paura vengono tenute a bada. Sicché, la frattura tra la portata degli eventi e il nostro vissuto si allarga, creando un vuoto nel quale cade e scompare la coscienza civica. È questa una questione di grande importanza culturale perché determina gli “umori” dei popoli e la loro disposizione a identificarsi con un capo e un regime e ad affidarsi a un rassicurante populismo anziché alla fatica della partecipazione.
Forse la paura di quel che potrà succedere, che sembra fuori dalla nostra portata, potremmo gestirla meglio se riusciamo a dare una risposta, parziale, minima, ma comunque rassicurante, alla nostra impotenza.
Che possiamo fare allora, noi, singole persone, famiglie, piccole comunità? Qualsiasi cosa ci faccia essere presenti: manifestare, pregare, parlare con le persone, messaggiare, sostenere, anche con pochi euro, le varie associazioni che si preoccupano dei feriti, degli sfollati, degli sconfitti (da qualsiasi parte si trovino), specialmente dei bambini.
Insomma, quel che possiamo fare, ed è alla nostra portata, è ciò che è all’origine della vita: seminare. Seminare sentimenti di pace e non di odio; di speranza e non di disperazione.
Utopia? Sentimentalismo? Tempo perso? No, semplice esercizio del nostro ordinario e quotidiano essere vivi. Non in attesa, ma costruendo tempi migliori.



