Ho letto da qualche parte: “Tacete quando i bambini dormono, non quando muoiono”. Si riferisce a quanto sta accadendo a Gaza; ma purtroppo può riferirsi a ogni guerra. Ci si accapiglia su come definire quanto sta succedendo: genocidio, azione sproporzionata…Lasciamo perdere le disquisizioni lessicali, restiamo al fatto: è uno sterminio!

Lo Stato di Israele ha il diritto di difendersi dai costanti attacchi che subisce, finalizzati a negarne l’esistenza. Ed è pure possibile che, come sostiene il governo israeliano, Hamas usi degli innocenti come scudi umani e la prolungata prigionia degli ostaggi  è una provocazione. Ma questo basta a giustificare la qualità della reazione? La assenza di alternative politiche e militari che non siano i bombardamenti a raso e il blocco ai sussidi umanitari? Chi pensa di no, e io lo penso, ha il diritto – o meglio, il dovere! – di dirlo senza che ciò venga scambiato per antisemitismo. Nessuno può ignorare o dimenticare che il popolo ebraico ha un credito sempre aperto nei confronti della Storia e che lo Stato di Israele è legittimamente riconosciuto nel consesso internazionale. Come, peraltro, il popolo palestinese ha dei diritti, nonostante Hamas. Eppure sono proprio questi pregiudizi culturali, diffusi tra i sostenitori di entrambi, che accecano il dialogo. Oltre le ragioni umanitarie, che rendono insostenibile tutta la recente gestione israeliana (attacchi ai civili, aiuti negati…); anche gli aspetti politici appaiono sconsiderati.

La colonizzazione esasperata del territorio alimenta una spirale che, al pari della intifada, provoca un odio reciproco fondato su una idea impropria di diritto a senso unico. Ci si poteva aspettare, però, che la parte istituzionalmente più moderna, più tecnologicamente attrezzata, più istituzionalmente solida e democratica, fosse in grado di gestire diversamente questa drammatica emergenza. Invece, presi alla sprovvista dall’aggressione ignobile del 7 ottobre da parte di Hamas, i governanti di Israele stanno dando una risposta che non risolverà il problema, accollandosi la responsabilità un grave errore storico. La questione ebraico-palestinese, infatti, chiama in gioco una inesorabile reciprocità: il diritto all’esistenza di entrambe i popoli… nello stesso territorio! Aspetto, questo, che gli estremisti palestinesi rifiutano e nemmeno Israele accetta…

Nonostante la debolezza della soluzione “due popoli – due Stati”, qual è l’alternativa? Non certo quella offensiva e ridicola pensata da Trump per Gaza. Sicché, solo una lunga, controllata, gestione di una transizione verso il reciproco riconoscimento potrà far uscire i due popoli dalla trappola della reciproca negazione, che porta al conflitto costante. Il punto è che sia Israele che Palestina sono soli… risucchiati nella spirale, senza che una vera azione internazionale li convinca/costringa a cambiare strategia. Certo, di consensi o critiche, amicizie o inimicizie se ne legge ogni giorno, ma in verità sono tutte posizioni distanti dal merito, dalla situazione reale, dalla drammatica scelta che i capi di entrambi gli schieramenti sono chiamati a prendere. Come nel caso della guerra russo-ucraina i governi traccheggiano e le istituzioni internazionali non hanno la forza di esercitare una pressione che faccia cambiare idea ai governi.

Nemmeno Arafat, Peres e Rabin avrebbero raggiunto gli accordi di allora senza la spinta degli USA e il consenso internazionale. Purtroppo oggi, per ragioni diverse, né l’America, né le altri grandi potenze – Russia, Cina e Europa – sembrano in condizioni di svolgere quel ruolo. L’azione terroristica di Hamas è riuscita a mettere in crisi gli accordi di Abramo e la attuale politica israeliana li seppellisce. Qualche segnale arriva, per fortuna, da una opinione pubblica sempre più scossa. Ma sono reazioni ancora insufficienti. Ci sono fiaccolate,  manifestazioni locali e nazionali. Quella di Roma ha visto una importante partecipazione (ma resta il problema di più piazze inspiegabilmente divise). Bisogna continuare. Nella debolezza della diplomazia serve una grande mobilitazione globale, pacifica, coinvolgente, lungimirante… come fu per il Vietnam, o come più recentemente succede, anche se non con lo stesso impatto, per il clima. Ma dove sono i leader che potrebbero promuoverla?

Forse è troppo sperarlo… ma, chissà se un incontro del G20 e di tutti i leader religiosi, riuniti coraggiosamente insieme, per due giorni a Gerusalemme, o ad Assisi (o in qualsiasi altro posto che non sia, come Davos, blindato, isolato, sconnesso dalla gente…) a confrontarsi sulla pace (e sulla guerra!) non possa mettere in moto un qualche processo…Utopia, ingenuità, irrealismo? Sì… ma per raccogliere bisogna pur seminare… e per seminare bisogna, prima di tutto, sperare!

 

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