Nella recente campagna referendaria, per la modifica costituzionale sul ruolo e collocazione del pubblico ministero, è intervenuto spesso l’argomento che denunciava l’esistenza dei giudici ‘ideologizzati’,  come impedimento per un corretto esercizio della giustizia.

L’accusa è molto grave e merita qualche serena riflessione, per l’incidenza che si ritiene avrebbe nell’esercizio di una dovuta ed assoluta indipendenza del giudice nella valutazione della condotta dell’accusato  e della misura del danno inferto alla società. E, d’altra parte, anche un giudice senza alcuna aggregazione a gruppi ideologizzati, non offrirebbe, né potrebbe farlo, l’assoluta certezza che egli, nel valutare la responsabilità del reo, non sia anche mosso da una sua professata o non professata visione della vita e dell’agire umano, che lo induca inevitabilmente ad emettere particolari tipi di sentenze. In queste c’è la dottrina, ma c’è soprattutto lui stesso, la sua scala dei valori personali, il suo temperamento ed umore, la sua esperienza di vita, il sistema  gerarchico dei valori che lo guida. Ed è inevitabile che nessuna sentenza sia ‘assoluta’, o assolta da limiti  e  mende, che discendono dalla complessità della materia da valutare e dalla relatività soggettiva del giudice giudicante.

Molti articoli del codice penale indicano la condanna da un minimo ad un massimo di pena, e ciò dimostra che il  giudice, in base alla condotta del reo ed alle circostanze ed entità del reato, deve decidere della pena più congrua e giusta. E potrà mai decidere nella assoluta oggettività, prescindendo dal reo che gli è di fronte e di cui subirà, come ogni essere umano, la misteriosa corrente del flusso di simpatia, o di antipatia, e perfino ribrezzo, che da lui proviene? E le sue immediate reazioni potranno prescindere dalla conformazione culturale ed esistenziale della  propria personalità, che gli derivano dagli studi, letture, esperienze di vita e temperamento?

Se il futuro costruirà dei giudici-automi, dei robot guidati da intelligenza artificiale, estranei ad ogni influsso empatico, non daranno  sentenze più giuste,  ma forse le più scollegate  dalla  reale condizione del reo, dalla realtà unica e irripetibile della sua storia esistenziale, che lo rende caso non assimilabile statisticamente, e che solo la sensibilità di un altro vivente  può tentare di  intuire e ricostruire nei suoi risvolti emozionali e relazionali, con riferimento analogico alle proprie esperienze di vita e facendo mente a studi e letture illuminanti.

Se fosse possibile definire rigidamente una scala di responsabilità, come si definisce il grado di temperatura di un ambiente, non avremmo una sentenza, ma una misura. Questa non necessita delle lunghissime sedute delle commissioni giudicanti, con le appassionate  e diverse arringhe,  che tanto affascinano,  perché sono un’indagine su un materiale misterioso, sfuggente, qual  è l’animo e il comportamento del reo,  che coinvolge gli stessi giudicanti, in  un’operazione interattiva mai rigidamente definibile, relativa a quell’uomo reo  in carne ed ossa che sta loro davanti, lui stesso disperato giudice delle sentenze dei giudici che stanno decidendo il suo destino.

In questo complicato, quanto  delicato, misterioso, sfuggente gioco di  incrociate esperienze esistenziali, ognuno è se stesso, condizionato da tutto il carico delle  proprie convinzioni ed esperienze di vita, che è sempre la lente deformante, ma non rimovibile, con cui giudichiamo l’altro. Tirare in discussione la scarsa oggettività del giudice è una ingenua e fuorviante accusa, che ha la superficialità di non considerare quanto sia invece scarsamente oggettiva  la propria accusa, che parte dalle proprie attese, frutto anch’esse delle proprie esperienze,  tuttavia sbandierate come assolute, con la pretesa di assoggettarvi gli altri.

Eppure v’è stata, e può sempre esservi, una giustizia davvero  orribilmente deformata, quando alla personalità del giudice si sovrappone un potere esterno che la destina ad un asservimento subalterno, che non  intende la giustizia se non secondo i propri parametri, per proseguire, con le armi delle sentenze, la guerra che il gruppo del potere sta conducendo nella società.  Il giudice in tale condizione non deve fare valutazioni, ma eseguire ordini esterni, ed è la forma più deprecabile di lotta politica, perché deforma,  con  quella giustizia, uno dei massimi  e più delicati valori della convivenza umana, insieme alla verità. E tuttavia in questo caso non si tratterebbe di ideologie che deformano le sentenze, ma di potere che utilizza il sistema giudiziario come strumento per eliminare gli avversari. Il giudice è libero se ha la ‘sua’ ideologia che risponde alla sua coscienza umana e non al potere, che subdolamente accusa il giudice di ideologia, se non è la propria.

Questo intreccio ineliminabile dalla giustizia, tra decisione penale verso il reo e ossequio all’interesse collettivo, rende estremamente delicato e periclitante il lavoro del giudice, che soltanto una chiara dottrina del rapporto tra individuo e società può rendere refrattario a tentativi di predominio del potere politico. Il giudice senza una salda dottrina, che diventi organizzata  e motivata ideologia, a fondamento della sua professione, sarebbe una banderuola per chi vuole utilizzarlo come strumento aggregato di dominio sociale. La storia  ci parla di uomini, dai grandi ideali, messi in  prigione da giudici  asserviti alle dittature dominanti, alle quali possono  opporsi soltanto giudici con forte motivazione etica e dottrinaria e con una chiara scala valoriale morale e sociale. Se danno fastidio ai politici nostrani è buon segno per l’Italia, di cui si è fatto carico il risultato referendario. Il pericolo è nella subordinazione, non nella separatezza ideologica del giudice dal potere. Un giudice deideologizzato sarebbe come un  uomo  decerebrato.

La politica, se lamenta le solide basi valoriali dei giudici, è lei che sta sbagliando. Il giudice valuta i casi ed emette sentenze, ma il funzionamento del sistema giudiziario, le lungaggini della disorganizzazione e inefficienza vanno addebitate alla stessa politica, che è incapace di provvedere o usa intenzionalmente la disorganizzazione giudiziaria come strumento del suo dominio, perché comoda agli interessi deviati della sua base elettorale. La politica deve provvedere allo strumento, ma poi  è il giudice che deve usarlo autonomamente.

Egli deve muoversi tra severità e misericordia, tra diritti relativi all’ordine della convivenza sociale e diritti individuali. La tendenza ad una eccessiva severità delle sentenze utilizza strumentalmente il reo come vittima sacrificale per sottomettere la società.  E, d’altra parte,  il lassismo nelle sentenze renderebbe la società più insicura, eliminando il morso della pena, che infrena le tendenze a delinquere. L’equilibrio però viene reso vano da una cattiva amministrazione del sistema giudiziario, la cui competenza é dovere della politica, che non deve criticare, ma collaborare, utilizzando, e non comprimendo, l’esperienza degli stessi giudici. E’ una pessima condotta politica, invece,  l’offensiva di riversare sui presunti giudici  ideologizzati le manchevolezze del sistema giudiziario, perché un giudice pensoso sarà sempre meglio di uno superficiale e raffazzonato, disponibile al potere dominante.

Essere giudici è, in fondo, una pesante condanna, quella di non poter dimenticare le pene inflitte ai propri simili e di esserne inevitabilmente turbato, anche nella certezza di aver fatto il proprio dovere. Egli condanna se stesso nel condannare un suo simile, perché non potrà dimenticare il suo sguardo triste e pieno di risentimento. E mentre il chirurgo che infligge al suo paziente un dolore ne ha un effetto positivo di gratitudine, il giudice nel compiere per la società il suo lavoro penalizzante avrà il rancore del reo e spesso anche l’incomprensione della società. Ma è inammissibile che tale incomprensione diventi strumento del potere per costringere i giudici all’asservimento. Il referendum ci ha salvati.

 

 

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