L’aggressore s’impone e, per questo, fa perfino aggregazione e condivisione, sentimenti , invece, insoliti verso la vittima, perché implicherebbero il dovuto coinvolgimento nell’aiutarla contro l’aggressore forte.
Con il quale stare dalla sua parte è conveniente, perché l’amicizia o è tra uguali o rende uguali, come diceva già Cicerone. Il forte esonera da ogni dovere di solidarietà attiva in suo soccorso, bastando a se stesso, e trasmette la sensazione di essere forti insieme a lui, e condividerne il vantaggio. Mentre l’amicizia col debole costringerebbe a soccorrerlo quando si fa aggredire. E, per esonerarsi dalla solidarietà, spesso si deve ricorrere ad incolpare l’aggredito di una qualche sua imprudenza, anche involontaria, che possa assolvere dal dovere di andargli in soccorso, compito sempre rischioso contro un prepotente, che si suppone anche molto vendicativo.
Il principio etico, sociale, e in alcune circostanze anche legale, che chi non si oppone all’illegalità evidente ne diventa anche complice, spinge spesso all’alibi di non aver visto o avvertito, come usavano i testimoni involontari o complici dei delitti della mafia, che applicavano a sé la saggia massima delle tre scimmiette: non ho visto, non ho sentito, non parlo. E così si è comportata qualche nazione dell’Occidente verso la povera Ucraina, di cui si sono supposti comportamenti, verso la potente vicina Russia, ostili ed irritanti, sempre possibili nella contesa di interessi e competenze tra confinanti e che richiedono, comunque, tribunali e non invasioni, se si intendono risolvere secondo giustizia e non secondo prepotenza.
E così, per non dover intervenire in soccorso dell’aggredito, si congettura che egli se la sia cercata, forse involontariamente, e che, di conseguenza, debba assolvere lui al dovuto tributo riparatore verso l’aggressore, accedendo ad una sollecita transazione che lo soddisfi con il minor proprio danno, senza inutili resistenze, causa di ulteriori danni senza che si elimini la resa finale.
E, infatti, per l’Ucraina alcuni ‘amici’ avrebbero voluto una sottomissione immediata, nonostante che tale condotta remissiva, adottata dalla stessa Ucraina nello strappo della preziosa penisola della Crimea, non abbia placato la Russia predona, ma al contrario sembra averla spinta, nella previsione dell’ulteriore acquiescenza dell’Ucraina, ad ulteriori pretese, che questa volta, hanno invece suscitato una orgogliosa e inaspettata opposizione, che molto sta costando all’aggressore in danni economici e in vittime umane, anche se ciò non ha suscitato ribellione della popolazione russa, tenuta all’oscuro e con la sanzione per chi usa la parola ‘guerra’.
E comunque, il mite si rende spesso vittima designata della facile aggressione del violento, in qualche modo stimolato dalla stessa inopportuna mitezza del disarmato, a cui si applicherebbe il detto che lo sprovveduto, o il distratto, favorisce il ladro.
E, se ciò fosse, sarebbe un’ottima giustificazione per chi non volesse intervenire in soccorso dell’amico aggredito, potendo trovare sempre pretesti giustificativi di un qualche comportamento di lui, remissivo o provocatorio, che abbia scatenato l’aggressione, da addebitare quindi a lui, colpevole di aver solleticato gli impulsi aggressivi del violento bene armato, desideroso di trarne profitto.
Le donne aggredite sanno bene quante presunte provocazioni, nell’abbigliamento e nel comportamento, sono loro addebitate, per sminuire la responsabilità dell’aggressore maschio. E sarebbe anche rischioso, per la donna, chiedere l’aiuto di altro uomo, che facilmente, dal sostegno a lei vittima, passerebbe a farsi sostituto dell’aggressore allontanato, adducendo il merito dell’agguato sventato per pretendere uguale pedaggio.
Si potrebbe consigliare all’aggredito l’invito evangelico a porgere l’altra guancia, ma quante guance si dovrebbero offrire all’aggressore per soddisfarne l’avidità? L’alto valore evangelico della non-ritorsione trova un limite di concretezza nel dovere civico di difendersi, seppure senza odio, ma efficacemente, per non far prevalere la prevaricazione come strumento di pratica sociale, mentre è doveroso collaborare nella difesa attiva contro l’aggressione, per impedire che sia apprezzata come lucrosa e diffusa.
E tuttavia, chiedere, al singolo privato testimone dell’aggressione, di intervenire per spegnerla è francamente inefficace, perché il compagno o testimone della vittima cercherà degli alibi per esonerarsi dal soccorso. E molto peggio può avvenire, in quanto egli, che dovrebbe soccorrerlo, potrebbe essere in realtà collegato con l’aggressore e spingere l’amico al necessario sacrificio di accondiscendere alle sue richieste, per evitare ulteriori danni, come se non esistesse l’obbligo di legge di ritrarsi dall’illegalità dell’aggressione senza premio alcuno., anzi con dovuta sanzione. Ma chi applica questa legge? E la resa, pagata a caro prezzo va, spesso, a soddisfare anche gli appetiti del falso amico mediatore, in combutta con l’aggressore. Sarebbe stato meglio non ricorrere orgogliosamente al suo aiuto. II mondo è ancora senza legge, se non quella del più forte, come avveniva nel quarto secolo a. C., quando il gallo Brenno, gettando la sua spada sulla bilancia dei romani, ha gridato ‘guai ai vinti ‘Vae Victis!’, e preteso dagli sconfitti tanto oro quanto era il peso della sua enorme spada.
Ed è storia ancora di questi giorni. Il rimedio a questi meccanismi nefasti non può essere la semplice legge che censuri e penalizzi la prepotenza aggressiva, senza predisporre mezzi universali dissuasivi, inibitivi e punitivi per gli aggressori. Dovrebbero essere gli organismi internazionali ad assumerne l’onere, altrimenti ogni aggredito rischia di finire sotto le grinfie anche di qualche suo amico vigliacco, non meno aggressore di quello esplicito.
Esistono in natura comportamenti efficaci, da parte degli animali meno forti, per allontanare l’aggressore più grande: associandosi fra loro i meno forti creano disturbo fino a costringere il forte ad allontanarsi senza preda. L’unione operativa è forza preventiva, che diventa anche deterrenza e costituisce una corretta strategia di contrasto, che andrebbe utilizzata secondo il canone giuridico universale, che riconosce all’aggredito il diritto di rispondere all’aggressore fino alla proporzione del suo attacco.
La Russia di Putin ha potuto già mutilare l’Ucraina della grande penisola di Crimea, perché la stessa Ucraina non era inserita in una coalizione internazionale a causa della lentezza e farraginosità delle procedure. Lo scippo della Crimea è avvenuto senza alcuna reazione internazionale significativa, e nemmeno l’ha fatta la stessa Ucraina, incerta di se stessa. Ma l’appetito è venuto mangiando, e la Russia ha il 24.2.2022 addentato la carne viva dell’Ucraina, aggredendone le regioni più ricche. L’occidente è intervenuto gridando molto, ma non reagendo efficacemente, anzi ha impedito alla stessa Ucraina di replicare proporzionalmente e come previsto dal diritto, all’invasione ed allo sventramento delle sue città, con uguale trattamento verso le città russe. Ciò era secondo legge. Senza reciprocità ed equivalenza non v’è stato equilibrio nello scontro, e l’Ucraina è stata costretta a difendersi con le braccia legate, dando all’aggressore la buona prospettiva di altre aggressioni future, anche agitando lo spauracchio atomico, neppure proponibile invece in quelle zone contigue.
Né l’ONU, dominata dai grandi, Russia inclusa, ha preso concrete iniziative di pace giusta, mentre la più grande democrazia, gli USA, profittando del ricambio elettorale, con disinvoltura si è sottratta ai propri doveri di sostegno, già promessi dalla precedente amministrazione, e sta oramai vergognosamente in combutta con l’aggressore, predisponendosi a banchettare con lui sull’asservimento totale dell’aggredita Ucraina, per ora e per il futuro.
Aggressore e traditore non solo portano via quasi un quinto dell’Ucraina più ricca ed appetibile, ma pretendono imporle condizioni inaccettabili di vita futura, non più da nazione sovrana ma da tributaria e sottomessa, mentre l’Europa è bloccata, senza coesione, e qualcuno perfino marcia contro. La prevaricazione armata assume così un concreto valore di successo e convenienza per chi la pratica, mentre ogni razionalità nelle relazioni internazionali è sconvolta, con grande gioia delle superpotenze, che non vedono più argini al loro libero dilagare.
E le nazioni medie e piccole non comprendono che è il momento di unire le proprie forze in una ferrea e larga alleanza difensiva, che si attrezzi all’altezza dei mezzi bellici delle superpotenze, superpotenza anch’essa ma collettiva, che realizza una superiorità culturale ed umana con l’alleanza fraterna, contro le velleità belluine delle superpotenze individue. Queste devono provocare una determinata spinta all’aggregazione dei liberi per diventare forti, unendosi eticamente, razionalmente ed umanamente, per frenare la patologia del facile dominio che agita i grandi.
Se non vi sarà l’unione forte dei deboli, prevarrà sempre la prepotenza dei forti sui deboli, che saranno costretti a sottomettersi ed essere fagocitati come staterelli satelliti, non padroni della propria identità e del proprio destino. La forza si farà diritto feroce ed il consorzio umano sarà degradato a giungla caotica e crudele, ad un immenso caseggiato carcerario.



