Intervento del presidente di ReS, Pier Paolo Baretta, all’evento sul tema “L’attualità del pensiero di San Bernardino” (Siena, 17 maggio 2024 – Guarda il video)

Nel decidere di realizzare questo incontro sulla attualità di san Bernardino da Siena, siamo stati stimolati dalla esigenza di riflettere, attraverso il pensiero e l’azione di questa straordinaria figura del medioevo, sul nostro presente, così turbolento, così problematico ed incerto. Siamo alle soglie di un nuovo millennio che si presenta non meno complesso e contraddittorio rispetto alle problematiche valoriali e concrete che hanno vissuto gli uomini e le donne dell’inizio del primo millennio. Avvertiamo il bisogno di nuovi orizzonti, di nuovi parametri, di nuove regole in grado di interpretare e rispondere alle sfide contemporanee.
In tale ottica intravvediamo in san Bernardino un precursore, un coraggioso interprete della realtà, in grado di organizzare il futuro.

Per questo abbiamo deciso di raccogliere la proposta di Alessandro Conforti – che ringrazio dell’incessante attività che svolge, assieme ad alcuni amici, come Presidente dell’Associazione ReS, Riformismo e Solidarietà di Siena, – di organizzare, in occasione della ricorrenza di san Bernardino, e proprio qui, nella sua terra, questo convegno. Mi associo volentieri ai ringraziamenti per tutti coloro che hanno condiviso con noi questo percorso. In particolare Sua Eminenza il cardinale Lojudice e il professore Giovanni Minucci. Un ringraziamento particolare al professore Giacomo Todeschini, studioso di storia medioevale e del pensiero francescano, per aver accolto il nostro invito. Infine, ma non ultimo, un sincero grazie a Virginia Masoni, la nostra moderatrice e agli eccellenti esecutori del brano musicale.

In che modo san Bernardino ci può aiutare oggi? Bernardino, lo sappiamo bene, fu un uomo del suo tempo. La sua posizione su argomenti cruciali per noi, quali le donne e gli ebrei, risentono pienamene dell’oscurantismo dell’epoca; ma, sulle questioni sociali ed economiche, che lui soprattutto indagò, fu un uomo… moderno. Un riformatore.
Affidando, tra poco, molto più autorevolmente di quanto possa fare io, al professore Todeschini, le riflessioni che riterrà di proporci, provo a rispondere, dal mio punto di vista – quello di una persona da sempre impegnata nel sociale e nelle Istituzioni – alla domanda sulla attualità di san Bernardino e del pensiero francescano, con 4 brevi considerazioni.

La prima: il contesto. Gli storici e gli economisti sanno che, dopo il 1000, iniziò uno sviluppo economico, che produsse una crescita delle condizioni sociali e un progresso tecnologico che cambiò la vita delle persone. Al punto che si può dire che tutto, tra il 1000 e il 1300: agricoltura, commercio, industria, cultura, organizzazione statale e urbana, assumono un carattere rivoluzionario. Ovviamente, vediamo bene le differenze tra la realtà di oggi e quella che analizzò al suo tempo san Bernardino. Ma, ciò che mi interessa evidenziare è il cambiamento profondo e strutturale; possiamo dire epocale, in atto allora, come oggi.

Dopo le testimonianze personali, ineguagliabili, di san Francesco e sant’Antonio, Bernardino e gli altri numerosi studiosi francescani – penso a Bonaventura da Bagnoregio (1221, 1274), a Pietro di Giovanni Olivi (1248, 1298), Duns Scoto (1265,1308), Guglielmo di Ockham (1288,1349), San Bernardino da Feltre (1439, 1494), per arrivare, alla fine del ‘400, a fra Luca Pacioli (1445, 1517) – partendo da una prospettiva spirituale, ma guardando la realtà nella sua concretezza, hanno dato vita, nell’arco di 2 secoli, a quella scuola di pensiero, che se non possiamo definire ancora propriamente economica, ha sicuramente contribuito ad aprire una porta verso un mondo nuovo.

Ed è proprio questa percezione di un mondo nuovo che si affaccia impetuosamente, ma fatica ad affermarsi, il punto che unisce la nostra esperienza contemporanea con quella di allora e rende interessante l’indagine francescana. Perché, non cambiano solo le tecniche di produzione e l’organizzazione sociale, ma cambia la mentalità. La crescita demografica è stata la principale molla di quel cambiamento, perché ha provocato un aumento di domanda di cibo e di vestiario. Si è iniziato a produrre per gli altri, non solo per sé stessi, la propria famiglia e il villaggio; ma per le città vicine e, via via, per quelle sempre più lontane. Sicché, aumentarono la produttività e i consumi; per farvi fonte era necessaria una crescente disponibilità finanziaria. Nacquero, così, le fiere, i mercanti e i cambiavalute, ovvero i banchieri.

Anche oggi, di fronte alla crescita vorticosa della popolazione mondiale, la domanda è di cibo, ma anche di acqua, di medicine. Servivano, allora, come oggi, nuovi mezzi e strumenti. In un quadro di grandissima povertà generale, furono le classi medio alte a godere del massimo vantaggio da questa rinascita, Crebbe la ricchezza e crebbero le disuguaglianze; e gli stessi poveri, pressati dall’aumento complessivo del tenore di vita medio e sempre più urbanizzati, furono costretti ad indebitarsi per sopravvivere. Prestare denaro divenne una professione, l’interesse sui prestiti aumentò fino all’usura. In poco tempo i mercanti divennero banchieri e i banchieri potenti. Innovazione tecnologica impetuosa, finanza dominante, tassi eccessivi, disuguaglianze crescenti… sembra di leggere il Sole 24 ore!

La seconda considerazione riguarda l’approccio. Ovvero, il metodo. Il modo con il quale san Bernardino e i francescani affrontarono la realtà del loro mondo in trasformazione… San Francesco e i suoi seguaci, per stare dalla parte dei poveri, scelsero uno stile di vita estremo, di povertà assoluta. Era una scelta volontaria. Ma i poveri che affollavano le città e le campagne non erano poveri per scelta. La subivano. Bisognava aiutarli a ridurla, se non a liberarsene. Ma per riuscirci andavano non solo amati; era necessario condividerne la desolata condizione… Per questo, diversamente da altri ordini monastici, la vita dei Francescani non si svolgeva chiusa tra le mura di un monastero o di un convento, ma tra la gente, per strada, nelle città, nei villaggi.

Questo contatto quotidiano con la realtà, sostenuta dalla coerenza nel praticare la scelta di povertà, consentì loro di affrontare con libertà (potremo dire senza conflitto di interesse!) la problematica economica per come era davvero vissuta, allo scopo di migliorare la condizione dei poveri e favorire la salvezza dei ricchi. Per riuscirci era necessario andare oltre la dimensione spirituale ed occuparsi in concreto degli strumenti utili allo scopo. C’è, dunque, una dimensione di responsabilità civica che ci viene trasmessa.

La terza indicazione è la proposta. Per uscire dalla trappola della povertà bisogna conoscere tutti i mezzi indispensabili (denaro, strumenti, conoscenza) necessari per farcela, ma bisogna organizzarli, moltiplicarli e distribuirli. Emergono, così, due proposte dalle quali possiamo ricavare dei percorsi interessanti anche per noi.

La prima è la distinzione tra essenziale e superfluo. Il “necessario” è ammesso per vivere, ma il “superfluo” non va tenuto per sé. Per dirla economicamente… va fatto circolare. Poiché, però, questa circolazione produce “ricchezza”, è necessario saper gestire il mezzo con cui si accumula la ricchezza, ovvero il denaro. Una… “educazione finanziaria” ante litteram! Bisognava dare una risposta nuova, attuale, ad un tema antico: quale è il valore delle cose e, di conseguenza, quale è il loro “giusto prezzo”. E’ abbastanza difficile proporre, oggi, una distinzione netta e convincente tra essenziale e superfluo. Almeno nella nostra parte di mondo dove il concetto di benessere si confonde con il superfluo. Ma, questa nostra società divisa tra un eccesso di abbondanza… superflua, per molti; e mancanza di necessario per troppi. Dovremo almeno tentare di distinguere tra abbondanza e spreco; o, meglio, tra benessere e spreco. Il benessere va perseguito e diffuso, allargato a chi ne è privo. Ma lo spreco è un ostacolo alla diffusione stessa del benessere, perché “brucia” risorse fine a se stesse. E di spreco ce n’è davvero troppo nella nostra vita quotidiana.

Per questo è, tutt’ora, necessario che onestà e competenza vadano insieme e costituiscano una deontologia professionale di tutti coloro che si occupano di res pubblica, di bene comune, di scambi, di mercati, di finanza. Ed è la seconda indicazione comportamentale che ci viene dall’insegnamento bernardiniano. In un passo delle sue prediche san Bernardino è esplicito su ciò: la legittimazione del guadagno dipende dalla competenza e dalla onestà riconosciute (la “buona fama”) dei produttori e dei mercanti. In una città o comunità – dice Bernardino – è necessario che ci sia chi trasforma la “mercanzia”. Ed è lecito che costui “ne guadagni…. ma con discrezione”. Senza “mai usare niuna malizia; non falsar mai niuna mercantia…. E, aggiunge, se non lo sai fare,” lasciarla esercitare a un altro che lo sappia fare bene “e allora è “lecito guadagno” .

La quarta è la pratica. La risposta francescana non fu solo studio, non solo teoria; ma pratica… best practices, diremo oggi. Innanzi tutto la comunicazione, che san Bernardino praticò con una capacità straordinaria, predicando di villaggio in villaggio, di città in città, per trasmettere il pensiero e coinvolgere persone e comunità. Il contatto diretto, allora era il solo mezzo per comunicare. Ed era, perciò, molto importante che fosse accompagnato dalla testimonianza personale di sobrietà, che rendeva credibile il messaggio. Quanto attuale è questa riflessione in un epoca nella quale la comunicazione è sempre più anonima, apersonale e indipendente dai contenuti. Ma non solo questo; la vera novità sono le opere. I francescani crearono delle vere e proprie istituzioni finanziarie a scopo sociale: i Monti di Pietà, che rapidamente si diffusero in quasi tutte le regioni italiane.

Possiamo, quindi, concludere che san Bernardino da Siena, e i suoi colleghi francescani, sono intervenuti a gamba tesa nelle contraddizioni della loro epoca, prospettando teorie e opere che hanno cambiato il mondo. Nel corso dei secoli successivi, abbiamo visto diffondersi e prevalere delle deviazioni dal percorso iniziale – con il profitto fine a sé stesso, il mercato privo di scopi e regole. Ma, la sofisticata realtà moderna è arrivata finalmente al punto di interrogarsi sul ruolo della finanza; sulle regole del gioco, sul modello di crescita; sugli squilibri e le eccessive disuguaglianze. Il recupero di un fine etico della dimensione economico finanziaria trova sempre più spazio nella stessa riflessione sul mercato, sulle sue regole.

La dottrina sociale della Chiesa, dal Concilio in poi, ha intensificato questo cammino, iniziato con la Rerum Novarum. E anche la riflessione laica ha ormai elaborato la necessità di un cambio di marcia, dopo anni nei quali il liberismo aveva messo in mora le grandi teorie socialiste e socialdemocratiche. Non ho bisogno qui di dilungarmi sulla copiosa letteratura contemporanea e le sempre più diffuse pratiche a sostegno della evidente, inderogabile, necessità di una economia sociale di mercato, di una finanza… etica. In più, a fronte dell’esplodere di una emergenza allora sconosciuta ai più (ma non a san Francesco!): la difesa del creato, la riflessione eeconomic, e non solo, percorre nuovi orizzonti. Come l’affermarsi dell’ESG (Environmental, Social, Governance) per il quale la sostenibilità è il nuovo parametro dello sviluppo. E anche la dottrina sociale compie, su questo versante, un salto di qualità con le encicliche di Papa Francesco.

Oggi, dunque, che ci interroghiamo nuovamente sui… fondamentali dello sviluppo economico, in un’ottica di solidarietà e sostenibilità, dobbiamo riconoscere che la soluzione francescana ai problemi della disuguaglianza, ma, più in generale, a quella che chiamiamo la “questione sociale”, continua a proporsi a noi in tutta la sua affascinante attualità.

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