Nei giorni scorsi la Cisl ha depositato alla Camera dei Deputati le 375.266 firme per “La partecipazione al lavoro”, la proposta di legge di iniziativa popolare che disciplina la partecipazione attiva dei lavoratori alla vita delle imprese. La proposta nasce con l’intento di dare piena attuazione all’art. 46 della Costituzione. Una legge sulla partecipazione può produrre benefici per tutti, come l’aumento dei salari, la qualità e stabilità del lavoro, una maggiore produttività e competitività, più sostenibilità sociale, può eliminare le delocalizzazioni e consentire il rientro delle imprese dall’estero, assicurare maggiore salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, determinare un aumento degli investimenti e realizzare una piena coesione sociale.

La partecipazione, come riportato dal sito della Cisl dedicato alla proposta di legge, ha quattro aspetti: gestionale (cogestione nei consigli di sorveglianza e nei consigli di amministrazione), finanziaria (distribuzione degli utili ai lavoratori e azionariato diffuso), organizzativa (coinvolgimenti dei lavoratori in progetti innovativi), consultiva (i rappresentanti sindacali hanno il diritto ad essere consultati in via preventiva e obbligatoria). Tra i protagonisti dell’iniziativa della Cisl c’è Emmanuele Massagli, neopresidente della Fondazione Tarantelli.

Presidente, come mai l’articolo 46 della Costituzione, che prevede “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”, è rimasto inattuato?
Questo articolo è delicato già in origine. Nel testo si coglie l’equilibrio su cui è stata fondata la Costituente, un equilibrio che comprende diverse sensibilità. L’equilibrio è evidente perché l’articolo 46 dice due cose che oggi forse non risultano così particolari, ma che ai tempi in cui è stato scritto devono essere state estremamente significative: da una parte, infatti, riconosce il diritto dei lavoratori, non la facoltà, a collaborare, non si dice a partecipare, alla gestione delle aziende. Se vogliamo è un concetto figlio anche di una cultura marxista e di sinistra. Ma di contro specifica “in armonia con le esigenze della produzione”, quindi ponendo un chiarissimo limite a una logica conflittuale. Un articolo con un tale equilibrio non poteva che nascere da una sensibilità sociale cattolica. E infatti quelli che l’hanno proposto sono tre sindacalisti cattolici più uno studioso di politiche sociali e cattoliche: si tratta di Giovanni Gronchi, capocorrente del sindacato cattolico e poi eletto Presidente della Repubblica; Amintore Fanfani, docente di politiche sociali e politico di lungo corso; Giulio Pastore, che poi è stato il fondatore della Cisl; Ferdinando Storchi, capo delle Acli. L’articolo nasce quindi da una sensibilità sociale evidente, ma non c’è mai stata una legge. Il punto è che la stagione successiva è stata caratterizzata da una grande conflittualità sociale e politica, iniziata nella metà degli anni ’60 e arrivata fino al 1984, all’accordo di San Valentino. In tutti quegli anni le posizioni tra imprese e sindacati tendevano a divergere tantissimo. In realtà ci sono state diverse proposte, ma i sindacati volevano la partecipazione gestionale, cioè chiedevano di entrare nei CdA, una cosa insopportabile per le imprese. Di contro queste ultime avrebbero gradito una partecipazione economica, cosa che invece per i sindacati non era tanto semplice accettare. La mancanza di una via di mezzo ha fatto sì che l’argomento fosse lasciato in sospeso, una scelta che faceva comodo un po’ a tutti.

Eppure nel mondo economico italiano si contano diverse esperienze legate alla partecipazione, alcune di queste sono anche citate dalla Cisl nella proposta di legge di iniziativa popolare. Come le valuta?
Le esperienze di partecipazione ci sono state in settori diversi e in più realtà, soprattutto in quelle strutturate, ma anche nelle piccole imprese. Vorrei ricordare che la contrattazione articolata è il primo grande elemento di originalità del pensiero cislino, e già nello Statuto del 1951 all’articolo 2 si cita la partecipazione, sia macroeconomica, quello che poi diventerà il famoso Tavolo Verde a Palazzo Chigi, sia la partecipazione aziendale. La Cisl nella proposta ha raccolto esperienze dalle categorie, anche se risulta evidente una distinzione a seconda delle dimensioni dell’impresa. Le realtà strutturate, infatti, sono propense alla partecipazione gestionale-economica. Quello che abbiamo visto per le piccole imprese, una delle originalità della proposta Cisl, mai riscontrata in un testo normativo come definizione della partecipazione, è l’aspetto della partecipazione organizzativa. Che vuol dire migliorare il prodotto e il processo, vuol dire che banalmente i lavoratori dicono all’imprenditore di modificare la linea di produzione, perché consente di realizzare 10 pezzi in più al giorno. Ecco, questa forma di partecipazione, che è organizzativa, è quella che si è diffusa anche nella piccola impresa.

C’è un fenomeno in crescita, ed è quello dei cosiddetti workers buyout, un processo di ristrutturazione in cui i dipendenti acquistano la maggioranza o la totalità delle quote di proprietà della propria azienda, divenendone di fatto i nuovi proprietari, con forme di cooperazione. Possiamo includerla tra le forme di partecipazione?
La cooperazione in particolare è una forma di partecipazione per natura. La Cisl ha provato ad esplicitarlo inserendolo nel testo e citando le cooperative in un paio di passaggi della proposta di legge. La cosa interessante è che spesso ci troviamo di fronte ad aziende di capitali che diventano cooperative quando vengono acquisite o salvate dagli stessi dipendenti, cioè come a dire che la forma partecipativa supera in termini di tenuta quella speculativa.

Anche l’azionariato, ovviamente, è una forma di partecipazione.
Sì, anche se è difficile nel nostro Paese, perché solitamente le aziende italiane non sono organizzate per azioni, e ancor meno sono quelle per azioni quotate in Borsa, anche se l’azionariato potrebbe anche non prevedere esplicitamente la quotazione. L’azionariato è un modello  molto diffuso in Francia e in America, mente in Italia lo riscontriamo solo in qualche grande azienda. Tra l’altro l’azionariato è forse la forma di partecipazione su cui sono state fatte più proposte di legge negli anni, nessuna delle quali mai approvata. Ricordo, ad esempio, le proposte di Tiziano Treu, Pietro Ichino, Maurizio Sacconi, per citare alcuni nomi.

Questo momento può essere propizio per rilanciare il tema della partecipazione, sia per la fine della conflittualità che per le esperienze vissute durante la pandemia. In questo si inserisce il Patto per la fabbrica del 2018, che contemplava forme di partecipazione e di collaborazione tra aziende e lavoratori.
Sì, il motivo per cui la proposta della Cisl è arrivata in questo momento è perché si inserisce nell’ambito della storia delle relazioni industriali, ed è legato sia al Patto per la fabbrica che alla pandemia. Il Patto è importante anche perché per la prima volta in un documento scritto anche dalla Cgil, si prevedeva la partecipazione. Tutti e tre i sindacati uniti, insieme alle imprese, hanno detto che la forma della partecipazione è un’idea intelligente per essere più competitivi oggi e quindi va a vantaggio di tutti, delle imprese e dei lavoratori. La pandemia ha reso evidente questo, perché gli accordi sulla sicurezza firmati durante il Covid sono stati un grandissimo esempio di partecipazione, che ha confermato che una logica partecipativa è più funzionale e più efficace di una logica conflittuale.

Il modello tedesco può essere esportabile anche in Italia?
Il modello adottato in Germania ha il vantaggio di poter essere adattato anche alle imprese medio-piccole, molto diffuse in Italia. Credo però che difficilmente la micro impresa italiana includerà il lavoratore nel CdA, e questo perché il CdA non esiste, o c’è l’amministratore unico o perché è composto dai componenti la famiglia. Ecco perché in questo senso possiamo dire realisticamente che si diffonderà poco. Per questo sono ben sviluppate nella proposta altre forme di partecipazione, adatte anche ai “piccoli”, in primis quelle consultiva e organizzativa.

La bilateralità può avere dei suggerimenti per forme di partecipazione, visto che il principio della collaborazione e della sinergia è identico?
Il principio è esattamente lo stesso, una forma di collaborazione versus conflittualità. La bilateralità sicuramente può avere un ruolo importante, peraltro previsto dalla proposta della Cisl nella formula della partecipazione consultiva. Si tratta del superamento della partecipazione informativa, già prevista dalle norme europee, e consente alla bilateralità di venire incontro alle imprese estremamente piccole o sparse sul territorio.

Negli anni passati da parte di Confindustria sono arrivate numerose resistenze alla partecipazione, ha anche bloccato il testo unificato sul tema. Poi c’è stata la firma del Patto per la fabbrica, ma oggi la Confindustria guidata da Bonomi come è orientata nei confronti della proposta della Cisl?
E’ sicuramente scettica, ma credo che sia sempre meno rilevante cosa ne pensi a livello centrale. So che le imprese italiane ni questo momento sono competitive e stanno crescendo, nonostante tutto. Credo che non si curino troppo della dimensione romana e politica di Confindustria: se l’impresa capisce che la cosa conviene la fa, e infatti non a caso la proposta della Cisl è tutta giocata sulla responsabilizzazione della contrattazione di secondo livello.

E invece la politica come ha reagito? Ci sono convergenze trasversali interessanti…
A parole sembrano tutti d’accordo: da Fratelli d’Italia al Pd, dalla Lega a Forza Italia, passando per Italia Viva. La sensazione è che tutti aspettassero il deposito delle firme della Cisl, avvenuto nei giorni scorsi. Io credo che giustamente il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, chiederà alla politica di provare a concretizzare insieme questa proposta, visto che sono tutti d’accordo. Era da tempo che non si vedeva una proposta di lavoro così lungimirante, fuori dal dibattito. Agire tutti insieme sarebbe un bel messaggio, ora aspettiamo la calendarizzazione.

E la Cgil?
Noto che siamo tornati alla conflittualità. Credo che ci sia tanta fatica da parte della dirigenza politica della Cgil a parlare di questo argomento. Ma io segnalo che realtà culturali come la Fondazione Di Vittorio se ne sono occupate. E nel corso di un evento presso la Camera del Lavoro di Milano sul tema del salario minimo, mi hanno chiesto informazioni sulla proposta della Cisl sulla partecipazione. Insomma, non credo che politicamente ci sarà un’adesione, ma vedo tanta curiosità da parte del livello che contratta.

Qualche anno fa il pressing esercitato da una iniziativa analoga della Cisl sul tema del fisco ci ha consentito di ottenere risultati importanti. Varrà la stessa cosa sulla partecipazione?
In realtà si tratta di due dinamiche molto diverse. La proposta sul fisco era facilmente condivisibile, molto meno divisiva. È anche vero che non è stata mai recepita dalla politica, mai calendarizzata. Quella iniziativa aveva uno scopo politico di condizionamento, e le pressioni esercitate sono servite a conseguire molte cose. Questo testo, invece, passato il vaglio degli Uffici legislativi di Camera e Senato, sarà inserito in calendario e finalizzato a diventare legge.

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