(già pubblicato su “Riformismo Oggi”)

È passato quasi un anno dalla consegna alla Camera dei Deputati, da parte della Cisl, di quasi 400mila firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte e ai profitti delle imprese. A distanza di 12 mesi, c’è grande attesa per l’approvazione della nuova norma legislativa e ci sono buone possibilità che finalmente si realizzi lo spirito dell’articolo 46 della Costituzione. La Cisl ha avuto l’idea – antica ma innovativa – di promuovere una raccolta firme e il Governo si è impegnato a portare la proposta alla discussione del Parlamento entro quest’anno, perché diventi legge. Se non ci saranno cambi di rotta, verrà raggiunto un obiettivo storico che realizza il tema della democrazia economica nei luoghi di lavoro.

Nella pratica, l’approvazione della legge avrà come conseguenza il fatto che le rappresentanze sindacali potranno partecipare all’andamento delle aziende e dire la propria opinione. La discussione, cioè, sarà a monte e non a valle. Oggi la funzione del sindacato è quasi quella di una “Croce Rossa” che, a fine percorso, attiva gli strumenti disponibili per salvaguardare l’occupazione. Invece, con la nuova legge, il sindacato sarà coinvolto nelle procedure di consultazione e nel processo decisionale. Ovviamente, questo pone al sindacato dei diritti e dei doveri: essere coinvolti nelle scelte aziendali determina un’assunzione di responsabilità, ad esempio sui temi della politica industriale e degli investimenti. Cambierà, in sintesi, il ruolo del sindacato, che da antagonista diventerà “agonista”, perché starà in campo con l’impresa. Questo non esclude il conflitto, ma comporta il fatto che sui valori sia necessario trovare un punto di condivisione.

Nel panorama attuale, la proposta dalla Cisl accoglie una sfida non rinviabile. Non siamo più di fronte agli scenari di sviluppo infinito del secolo scorso e c’è anche stata una profonda trasformazione dei modelli economici. Proprio quest’ultimo aspetto ci richiama all’attuazione di forme di produzione improntate alla sostenibilità. Quindi, anche le logiche di accumulazione e distribuzione devono cambiare, andando oltre il dualismo tra capitale e lavoro. Parlare di partecipazione significa avere una visione a 360° di come dovrà essere il modello di sviluppo degli anni futuri, anche nel rispetto delle generazioni che verranno. Quel che è certo, però, è che la legge da sola non basterà: servirà anche un clima unitario nel mondo sindacale e convinzione da parte delle imprese.

In Italia non mancano esempi di buone prassi che realizzano già questa forma di partecipazione, ma le aziende dove il modello partecipativo è in fase di avanzamento sono mosche bianche. Per questo è necessaria una legge di supporto alla contrattazione e al sindacato, per attivare modelli di coinvolgimento di tutti gli stakeholder di un’impresa. È un’occasione epocale per ripensare non solo a come produrre, ma anche a cosa produrre e per ragionare sull’etica del fare impresa. L’industria delle armi, ad esempio, dà impiego a migliaia di persone, ma la responsabilità nel valutare cosa produrre implica anche un ragionamento sull’avvio di percorsi di riconversione industriale, sulla ricerca di nuovi mercati e sugli investimenti. Sono processi delicati che necessitano di progetti industriali e del sostegno di finanziarie adeguate. Assistiamo ad un invecchiamento della popolazione che richiede investimenti nel settore socio-sanitario: invece, la finanziaria attuale prevede aumenti nella spesa relativa alla difesa, mentre non cambia la spesa relativa alla cura delle persone.

In conclusione, appare evidente che siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca. Dobbiamo prenderne coscienza ed essere quindi noi stessi disponibili al cambiamento, in senso collettivo e comunitario, perché nessuno si salva da solo.

 

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