Se la libera associazione negli affari può essere accolta e benedetta, soprattutto se
rappresenta la chiave per una pace feconda e fruttuosa tra nazioni belligeranti, le quali,
superato il conflitto, si stringono in consociazione produttiva ed economica, quella stessa
associazione operativa può, però, correre il rischio, come per tutte le realtà umane, della
sua corruzione in una modalità detestabile, quella dell’intesa per realizzare il dominio e
l’assoggettamento di altre nazioni per trarne sfruttamento e ricchezze.
E, conseguentemente, se appare giusto rallegrarsi della prospettiva che spinge israeliani
e palestinesi a convenire verso una pace operosa, per dare insieme sviluppo alle straordinarie potenzialità della loro regione geografica, quello stesso raccordo di sinergie
negli affari può riproporsi con finalità detestabili di asservimento e dominio di nazioni
meno forti. Ed è l’altra faccia della medaglia, per cui l’auspicabile sinergia produttiva, indirizzata al male, può diventare strumento invincibile di dominio, nella distorsione in cui la reciproca convenienza si realizza attraverso il danno e l’assoggettamento di nazioni meno forti, come una compagnia di ladri che saccheggia i cittadini senza capacità di sufficiente difesa.
In questa eventualità, l’aggregazione delle sinergie operative si indirizza verso perversioni
tali, da stravolgere totalmente la mirabile attitudine consociativa che si sviluppa negli
affari condivisi per mutuo vantaggio, senza oltraggio e danno verso terzi. E come la
consociazione nel bene produce valori massimi, la sua inversione nel male rende danni
pessimi. Nel mondo animale abbiamo clamorosi esempi di associazionismo creativo con l’effetto di sorprendenti realizzazioni, come l’operoso agire collettivo, ordinato e funzionale di api e termiti. Escluse le rigide modalità del lavoro da rapportare alle epoche
storiche, anche le più grandi realizzazioni umane, come le piramidi, i grandi templi dei
Maya o dell’antica Persia e dell’Oriente, sono state opera di grosse consociazioni di
lavoratori, ordinate e coese verso uno stesso fine.
Nella prospettiva dell’attuale politica internazionale va facendosi strada l’inquietante
prospettiva delle nazioni più potenti del pianeta che decidono segretamente di associarsi
per una politica di ordine internazionale che tenda a far riconoscere il diritto delle più
forti ad assumere il dominio anche dei territori di altri, e ciò finalizzato non ad una pace
armoniosa, ma ad un dominio totalizzante, che va dal vassallaggio politico di governo, alla
obbligata accettazione di particolari rapporti economici, squilibrati dai dazi, ingrossati
dalla pretesa di sfruttamento delle risorse naturali e dei prodotti agricoli. Saremmo al punto in cui la positiva aggregazione in trattati di amicizia e cooperazione verrebbe stravolta come strumento di oppressione e di imposizione servile.
Questo rischio sembra profilarsi soprattutto tra Stati Uniti, con la presidenza Trump, che tende verso un regime di democratura, e la Russia di Putin, che non ha obliterato il vecchio
espansionismo e sovranismo sovietico. Costituirebbero entrambi, data la loro potenza,
un duopolio politico ed affaristico, senza nessuna opposizione interna e neppure
internazionale, solidali nella rapina geografica ed economica, concedendosi reciproche
licenze , contro le quali nulla potrebbero le altre nazioni.
Resterebbe la sfinge cinese, ma non sembra avere la vocazione di guardia internazionale
del diritto, a causa soprattutto della forte necessità di mercato totale, per cui difficilmente si esporrebbe a difesa dei diritti degli stati più deboli, abbandonando i clienti più potenti. E starebbero ferme anche altre aggregazioni internazionali, come BRIGS o il MERCOSUR del Sud America, che potrebbero venire bloccati dai rispettivi referenti, Russia e USA.
L’Europa, sganciata dagli USA, sconterebbe la lunga illusione della loro fedeltà alla secolare alleanza di civiltà politica, sociale e culturale, e si troverebbe esposta all’impotenza, per non aver provveduto in tempo alla propria autonomia e coesione, pesando su di essa la polvere divisiva della sua lunga storia di grandi individualità, molto caratterizzate nella propria organizzazione economica e politica, poco aggregabili per questa diversa caratterialità consolidata nei secoli, che pesa su ognuna.
Lo tsunami narcisistico ed affaristico di Trump, che sta convincendo israeliani, palestinesi
ed arabi ad aggregarsi per rendere florido e felice quel loro lembo geografico di
straordinarie potenzialità, potrebbe nel caso della guerra in Ucraina, trovare forti difficoltà di soluzione. L’Ucraina è nazione di forte consapevolezza culturale e politica, soprattutto dopo l’esperienza novecentesca delle due terribili ed opposte dittature, la nazista e la sovietica, e sarebbe anche indocile verso Trump. Questi ne è consapevole e cerca la sponda russa: smette di inviare aiuti economici e militari all’Ucraina per indebolirla e gettarla nelle fauci di Putin, costringendola ad arrendersi o morire. Con Putin, Trump darà avvio allo sfruttamento economico delle riserve di terre rare dell’Ucraina, usando rozzamente una politica di imposizione e dominio, per spartirsi insieme col compare russo, le brillanti prospettive minerarie, sottomettendo un popolo colto e laborioso posto di fronte all’alternativa di piegarsi o morire.
Sarebbe una smentita paradossale per gli USA, con la loro storica e nobile adesione ai
fondanti valori politici e culturali della democrazia, condannata ora a prostituirsi ad una
più redditizia pratica, non più di rispetto della sovranità di ogni popolo, ma della loro
sottomissione e servitù: una diabolica intesa di collaborazione per conseguire grossi affari
nel dissanguare e sbranare per propria avidità, pur essendo già per natura enormemente
ricchi di risorse proprie. Purtroppo, già Virgilio aveva imprecato contro la ”auri sacra
fames”, l’esecrabile ed insaziabile fame di ricchezza”. Sarebbe difficile, con i moderni mezzi di controllo e spionaggio, che le piccole nazioni possano unirsi nella partecipazione solidale intorno ad un grande progetto di autotutela e difesa, per bloccare le superpotenze. La necessità della sopravvivenza può rendere operosa la solidarietà dotandola di una disperata grande energia, perché, come dichiara l’antico adagio ‘l’unione fa la forza’. Potrebbe essere efficace e liberatorio il prodigio della dimensione collettiva, pur nella difficoltà di sottrarsi ai superefficienti mezzi elettronici di controllo delle grandi potenze.
Sarebbe, però, contro il malaffare delle grandi, una forma nobile di solidarismo, non
raramente vittorioso nella storia contro la prevaricazione organizzata e consociata dei
potenti, che rappresenta la più crudele e delinquenziale delle aggregazioni e perversioni.
Occorrerebbe una ONU lucida e determinata delle nazioni medie e piccole, che facciano
massa critica per bloccare la prepotenza delle due o tre grandi superpotenze, che
sembrano apprestarsi ad esercitare una tirannia planetaria di servaggio e sfruttamento.
