Queste considerazioni non ci fanno dimenticare che la Repubblica Bolivariana del Venezuela, a seguito di un colpo di stato militare effettuato dal colonnello Hugo Chavez che ne è stato il primo presidente a cui è succeduto Nicolas Maduro, è un regime autoritario che reprime i dissidenti, tortura gli oppositori, arresta e in qualche caso fa scomparire gli operatori delle ONG internazionali. Non possiamo dimenticare Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto da oltre 400 giorni senza che, contro di lui, sia stata formulata una qualsiasi accusa specifica. Un regime che si autoproclama bolivariano nel mentre si dimostra come l’esatto contrario delle aspirazioni libertarie e anticolonialiste dell’eroe di tutto il Sudamerica, il Libertador Simon Bolivar, amico e compagno di lotta del nostro Giuseppe Garibaldi. Maduro è sicuramente un dittatore e probabilmente un narcotrafficante ma l’iniziativa di Trump non ha niente a che vedere con la difesa della legalità, della democrazia e della libertà, solo con gli interessi, con gli affari e con una politica di potenza unilaterale.
Venezuela: altro che lotta al narcotraffico, solo prepotenza e affari!
L’attacco compiuto la notte scorsa dalle forze statunitensi sul territorio venezuelano, con la cattura del presidente Maduro, ha segnato drammaticamente questo inizio del nuovo anno.
Lo spirito natalizio di Pace e di dialogo tra gli Stati, tanto invocato da Papa Leone XIV che, per ironia della sorte è al contempo un Papa statunitense e latino americano, è stato immediatamente seppellito dall’iniziativa di Trump contro il Venezuela.
Negli ultimi mesi la tensione tra gli USA e il Venezuela era costantemente cresciuta. Gli statunitensi accusano Maduro e il suo regime di essere a capo del narcotraffico verso il loro Paese, e per contrastare questo traffico non hanno esitato, in barba a qualsiasi regola internazionale e senza mostrare alcuna prova, prima ad affondare una serie di imbarcazioni presumibilmente dirette verso le coste americane con il loro carico di droga, poi a sequestrare alcune petroliere, che con il narcotraffico non hanno nulla a che vedere, svelando così la volontà di impadronirsi delle risorse petrolifere venezuelane. Non si è trattato di operazioni di polizia ma di veri e propri attacchi militari compiuti senza alcuna legittimità internazionale o interna (il Congresso americano è stato tranquillamente scavalcato).
Ma il salto di qualità compiuto con l’attacco militare della notte scorsa, culminato nel rapimento del presidente Maduro e di sua moglie e con il loro trasferimento negli USA, trasformano definitivamente gli Stati Uniti da Paese simbolo della democrazia e della libertà in uno Stato che bada soltanto agli interessi economici dei suoi governanti e dei loro sostenitori. Un Paese non più affidabile, che non esita a compiere veri e propri atti di pirateria, di disprezzo della sovranità di altri Stati legalmente riconosciuti dal consesso internazionale. Inevitabile il paragone con la Russia di Putin in termini di disprezzo della legalità internazionale.
La motivazione formale di questo attacco, la lotta al narcotraffico, non regge alla luce dei dati di fatto; il grosso della droga verso gli Stati Uniti, non proviene dal Venezuela ma dalla Colombia e dal Perù attraverso la rotta messicana. Il Venezuela, purtroppo per noi, esporta il grosso della sua produzione di droghe verso i Paesi europei, così come ci indicano le statistiche dell’ONU. Lo stesso Trump si è accorto che questa motivazione non reggeva e nella sua conferenza stampa successiva al rapimento ha ammesso che il vero obiettivo sono le ricchezze petrolifere venezuelane. Il Venezuela infatti possiede le più grandi riserve petrolifere conosciute a livello mondiale, più di quanto ne possiedano Paesi come Arabia Saudita, Canada e Iran. Si stima che le riserve venezuelane siano pari a 303 miliardi di barili, pari al 18% delle riserve mondiali. Tuttavia la sua produzione è limitata a 1 milione di barili al giorno, pari allo 0,8% della produzione mondiale. Questo scarto è dovuto all’incapacità gestionale e ai deficit tecnologici dell’industria statale venezuelana. Il petrolio venezuelano è molto pesante, quasi fangoso e necessita di impianti particolari e tecnologicamente complessi che il Venezuela ha in quantità molto scarsa e, soprattutto, sono impianti di origine statunitense che sono stati nazionalizzati dalla dittatura chavista e, a seguito dell’embargo USA, sono ormai scarsamente efficienti. E’ utile ricordare che il Venezuela ha pure grandi riserve di gas (soprattutto offshore), di oro, di terre rare. Le grandi compagnie petrolifere statunitensi non si sono mai rassegnate alla perdita di queste risorse, e ora hanno trovato in Trump e nella sua politica MAGA lo strumento per riappropriarsene.
C’è anche un’altra motivazione di carattere più geopolitico, che Trump ha esplicitato quando ha detto che gli Stati Uniti vogliono prendere il controllo del Venezuela: si tratta della riproposizione della nota “dottrina Monroe” enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe, che dichiarava tutto il continente americano chiuso alla colonizzazione europea. Questa dottrina nel tempo, è stata adattata al mutare degli scenari internazionali e degli avversari degli USA, ma il principio è rimasto lo stesso, quello del “cortile di casa”, ed è stato recentemente ribadito nel nuovo documento strategico dell’amministrazione Trump.
In America Latina significa contrastare l’espansionismo cinese che in questi ultimi anni ha incrementato massicciamente gli investimenti nell’area anche in ambiti strategicamente rilevanti come le infrastrutture portuali e in quelle aerospaziali, e il Venezuela di Maduro è stato sicuramente uno dei grimaldelli più importanti della penetrazione cinese. Questo atteggiamento strategico è stato oggetto di confronto con Putin nel vertice di Anchorage, poiché è lo stesso criterio che sovrintende alle guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Dobbiamo prendere atto che che USA E Federazione Russa hanno una perfetta sintonia nel modo di intendere la loro sicurezza e il loro rapporto con il resto del mondo. Anche la Cina non rimane a guardare e le imponenti manovre militari intorno a Taiwan, dimostrano come anche la Repubblica Popolare Cinese intende affermare la sua politica di dominio del mondo.
Qualcuno potrebbe osservare che ormai Trump ci ha abituati a queste sue periodiche iniziative di pura prepotenza. Tuttavia non possiamo rassegnarci facendoci giustificare dalla nostra presunta impotenza. Non possiamo accettare i balbettii dell’Unione Europea su quanto sta succedendo, non possiamo accettare l’ipocrisia del governo Meloni che parla di azione difensiva da parte degli Stati Uniti. Dobbiamo auspicare che le forze democratiche negli USA riprendano l’iniziativa politica e istituzionale per consentire agli Stati Uniti di tornare ad essere il riferimento mondiale dei principi di democrazia e libertà.
Non smetteremo di riaffermare la necessità di ridare ruolo alle organizzazioni internazionali, di rispettare la legalità internazionale, di utilizzare il dialogo e la diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. Non possiamo e non vogliamo rassegnarci a vedere il mondo come un risiko dove prevalgono soltanto la violenza e la prevaricazione.



