Il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato a Maria Corina Machado il Nobel per la pace con la seguente motivazione: “per mantenere accesa la fiamma della democrazia in mezzo all’oscurità crescente (…) con un instancabile lavoro nel promuovere i diritti democratici del popolo venezuelano (…) e per la sua lotta per raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia”.

Insomma, è stata celebrata come simbolo di democrazia e di speranza, da molti vista come colei che incarna con forza la volontà di resistere al regime e le aspirazioni di libertà del popolo venezuelano. Fin qui nulla da eccepire, se non fosse che Machado sembra avere poco a che fare con la pace. Qualcuno azzarda che il Comitato abbia voluto infliggere una dolorosa delusione a Trump, che aveva quasi preteso per se stesso l’ambìto riconoscimento per il suo impegno per un accordo di tregua nel conflitto israelo-palestinese, ma in effetti è stata premiata una “fedelissima” sostenitrice di Trump.

Machado ha apertamente invocato un intervento “di forza” del presidente americano in Venezuela per riportare la libertà nel suo paese, come pure non ha nascosto di essere assai vicina allo stato di Israele, che definisce “genuino alleato della libertà”. Questo premio arriva, per di più, in concomitanza con la presenza degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi, dove stanno conducendo uno strenuo conflitto armato contro i cartelli della droga e mentre minacciano di attaccare obiettivi legati al narcotraffico anche su territorio venezuelano, interrompendo i rapporti diplomatici con Caracas.

Ma chi è Maria Cristina Machado? Conosciuta come attivista venezuelana per i diritti umani,
discende da una famiglia aristocratica, è ingegnera industriale, è stata deputata dell’Assemblea nazionale dal 2011 al 2014, fondatrice del movimento politico Vente Venezuela, cofondatrice dell’associazione civile Súmate e componente della piattaforma cittadina “Io sono il Venezuela”. Riconosciuta come leader dell’opposizione, è divenuta famosa in tutto il mondo durante le primarie nell’ottobre 2023, quando ha ottenuto il 90% dei voti con oltre 3 milioni di consensi, per sfidare la dittatura di Nicolas Maduro al potere dal 2013.

Estromessa dalla competizione elettorale, oggi vive in clandestinità, ma ha ancora una grande popolarità in un paese che stenta a trovare un’altra personalità in grado di unificare l’opposizione. Si può definire una politica di centro destra, con idee liberiste e conservatrici e in profonda opposizione al regime autoritario di ispirazione socialista di Maduro. La mancata vittoria alle elezioni, e la battaglia condotta per i probabili brogli elettorali, hanno fatto di Machado la “pasionaria” delle manifestazioni del luglio del 2024. L’arresto prima e la clandestinità poi, unite alla sua costante opposizione al regime, hanno fatto di lei la vincitrice ideale, seppur controversa, del Nobel per la pace.

Aspre critiche provengono dalla Spagna per la sua vicinanza ideologica a “VOX”, alleato privilegiato nella sua lotta globale espressa in occasione del vertice di Madrid intitolato “Make Europe Great Again”. In questi giorni le si rimprovera, inoltre, un accordo di cooperazione nel 2020 con la destra israeliana del Likud su questioni politiche, ideologiche e sociali, sottoscritto per avvicinare il popolo venezuelano a quello israeliano per la libertà, l’indipendenza e l’economia di mercato.

L’assegnazione di questo Nobel dunque appare distonico, forse coerente con la realtà caotica e più che mai ambigua nella quale viviamo, meglio ancora è un efficace esemplificazione di altri interessi. Quella che si sta giocando sembra essere una partita geopolitica molto più complessa nella quale la politica locale è pienamente coinvolta e che riguarda interessi strategici, economici, energetici ed egemonici che si stanno giocando nell’area e su altri scenari globali.

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