In un mondo incerto la gente vuole certezze. Trump vince per questo. I suoi difetti sono noti a tutti, anche ai suoi elettori; i rischi anche. Ma lui rassicura. In modo violento, volgare, oscurantista, ma tale da indurre chi ha problemi e teme per la propria condizione di sentirsi protetto. È già successo nel 2016 ed è successo di nuovo. E non succede solo in America. Trump (perché è lui e perché è l’America) è la testimonianza più audace e compiuta della trasformazione sociale e culturale in atto. Il mondo contemporaneo è insicuro e le persone sono insicure; al di là della loro condizione materiale. Certo i poveri; i senza tetto; gli emarginati in genere, sono più “insicuri” di chi è agiato. Ma, la pace sembra strutturalmente compromessa, tanto da costringerci ad assistere inermi e quasi assuefatti a guerre e conflitti che si trascinano senza sbocco; la dimensione globale dei processi economici e sociali e naturali (la fame, le migrazioni, i cambiamenti climatici, …) invadono la nostra quotidianità; la volatilità dei mercati fa sì che se non sei nel ristretto gruppo dei seguaci di Musk (il 10% possiede l’85% della ricchezza mondiale) ti senti a rischio; l’assenza di una governance globale che governi questi processi, che abbia la lungimiranza di prevenirli e detti regole comuni e condivise e l’autorevolezza di farle rispettare. Tutto ciò fa sì che le persone si sentano sole di fronte a problemi più grandi di loro.
Inutile dirci che la protezione trumpiana fondata sul protezionismo e su uno sfrenato individualismo è antistorica e non garantisce una visione strategica sulla inevitabile condizione di condivisione di destini a cui è chiamata l’umanità in questo unico mondo globale e che, proprio per questo, uno sviluppo economico senza sostenibilità ambientale e sociale è una illusione. Chi è senza futuro non va per il sottile, non ha tempo per sperare. E gli imbonitori ne approfittano, e poco importa se sono pregiudicati e bugiardi…

Ma perché questi sentimenti di frustrazione e questa domanda di senso sono raccolte, in questo frangente storico, soprattutto dalla destra e non, come è stato nella storia del novecento, dai progressisti? Perché tra il “sol dell’avvenir” (anch’esso incerto) e la sopravvivenza, si opta per chi ti promette che farà i tuoi interessi oggi, non che ti migliorerà il domani. Se poi aggiungi Dio, Patria e famiglia, anche la parte valoriale è sistemata. Uno scenario difficile da accettare, ma realistico. Da qui bisogna ripartire. Non per adeguarsi, ma, al contrario, per riproporre una nuova coniugazione tra le paure e gli interessi e le possibili risposte in termini i di solidarietà e di prospettiva. Quello cioè che riuscì ad Obama, ma non ad Harris.

Ci sono poi ragioni di dinamica politica che hanno influito sul risultato. La scelta di Kamala Harris è stata tardiva e la sua leadership volonterosa, ma debole. La sua campagna elettorale efficace, ma non travolgente. Le minoranze si sono divise e non hanno prodotto l’effetto valanga. Si aggiunga che, nel 2020, quando vinse Biden, c’era il Covid e servivano Istituzioni affidabili, non spregiudicati capitani di ventura; ora il Covid è lontano e si può tornare a correre, a rischiare… Sicché i democratici hanno perso milioni di voti… e la vittoria di Donald Trump è netta. L’astruso sistema elettorale americano stavolta non lascia equivoci: non solo i delegati, ma anche i votanti sono in maggioranza per Trump. Così il Senato e la Camera, risolvendo una discrasia tra potere legislativo ed esecutivo che da tempo non si componeva. Il vincitore, dunque, potrà governare senza scuse e, nei limiti delle regole democratiche (si spera!) con pieni poteri. Dovrebbe essere un bene per la stabilità del sistema… in una situazione normale. Sarà, invece, un bel problema vista la predisposizione del “nostro” a governare … “a prescindere” da condizionamenti e regole.
Le deboli Istituzioni internazionali, di cui abbiamo già parlato (a cominciare dall’Onu e dalla stessa NATO, che Trump ha già minacciato di voler ridimensionare), non sono in grado di fare da contrappeso. Si aggiunga che le tre grandi potenze globali: USA, Russia e Cina, sono gestite, di fatto, come monarchie. Si guarderanno a vicenda, in cagnesco o con intese, ma la tendenza sarà di chiudere tutto in un gioco a tre. I grandi temi presenti, come le guerre e i conflitti in atto; o futuri, come il destino dell’Africa o dell’America latina, saranno gestiti dentro questo schema. Questa visione globale, così preoccupante, preesisteva a Trump; lui la rafforza.

Che posto ha l’Europa in questa prospettiva? Trump proverà ad indebolirla dando così una mano a Putin. Paradossalmente sarà la Cina a guardare all’Europa con una attenzione maggiore di quella del nostro storico alleato atlantico. Ma la natura coloniale con la quale la Cina si muove nel mondo (vedi in grande l’Africa e, in piccolo, i porti del Mediterraneo) ci permette di considerarla un interessante partner commerciale, ma non un vero partner strategico. L’Europa poi è debole di suo, ben più di quanto ci era apparso don Abbondio nella straordinaria descrizione manzoniana. Il che spingerà ogni singolo Stato, ogni leader a presentarsi a corte separatamente. Eppure, nonostante tutta la evidenza dei fatti, solo una rilanciata unità europea potrà attenuare, riorientare il corso degli eventi. L’Europa non ha alternative. E l’Italia? Sul piano economico è obbligata a buoni rapporti commerciali con gli Usa: le esportazioni italiane crescono al ritmo del 5% all’anno e pesano ormai per oltre 70 mld di euro. Esportiamo il Made in Italy: moda, food, automobili e componenti. Sul piano politico il governo Meloni manifesta una consonanza esplicita con Trump. Ma non basterà un “cara Giorgia” ad aumentare il nostro Pil o a gestire l’immigrazione.

Ci attendono tempi complicati, dunque. Ma, in ogni caso, tempi interessanti. Anche perché la storia non finisce mai… ricomincia sempre.

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