Fin dall’inizio dell’aggressione armata dell’esercito russo nel territorio sovrano dell’Ucraina, la preoccupazione del Presidente USA, Joe Biden, e di quasi tutte le nazioni europee, fu quella di aiutare l’aggredita inviandole armi, ma di delimitare gli ambiti entro cui utilizzarle, non contrattaccando ma solo bloccando il dilagare dell’esercito invasore, fino a tentare di respingerlo fuori dai confini ucraini, senza colpire però il territorio russo. Questa rigorosa impostazione sembrava la più civile e giusta, perché eccedere nella difesa e trasformarla in attacco offensivo avrebbe integrato il passaggio da aggredito ad aggressore, e tanto non si voleva, per apprezzabile principio etico e politico. Ed anche perché l’aggressore russo
minacciava l’olocausto nucleare. E così quello che doveva essere il giusto esercizio della difesa di pari livello all’offesa, diveniva invece una reazione imbrigliata e ristretta. E mentre le città ucraine venivano colpite e sventrate, l’esercito ucraino non poteva fare altrettanto alle città russe, che non hanno provato i morsi notturni dei bombardamenti e i morti sofferti dagli ucraini. La storia dirà se si è trattato di limiti fondati su obiettive ragioni etiche e politiche, o prodotti da preoccupazioni, forse responsabili o forse vili, di fronte alla sbandierata dissennatezza nucleare russa.
Quello che si coglie dopo oltre tre anni, è che la nazione aggredita è stata sottoposta alle conseguenze tragiche di incursioni e di bombe, non tutte intercettabili, che potevano essere distrutte già negli arsenali del territorio russo, come si è verificato solo sporadicamente, con le nazioni occidentali trepidanti, per chissà quale reazione russa, che non è avvenuta nonostante le deliranti minacce. Alla fine è stato come se alla vittima, aggredita da un uomo armato di coltello, si permettesse di difendersi schivando i colpi, ma non scippando il coltello. Ciò ha consentito all’aggressore russo di compiere un enorme numero di vittime e di danni, che la nazione ucraina ha saputo assorbire con resilienza e straordinario recupero, ma anche con enorme costo in vite umane e devastazioni. E se i palazzi distrutti si potranno ricostruire, i morti non torneranno più, mentre l’azione bellica russa di proposito colpiva ospedali, scuole, palazzi condominiali, a fronte delle sporadiche incursioni dell’Ucraina sul suolo russo, che hanno mirato esclusivamente a strutture, supporti e arsenali bellici.
Allargando lo spettro reattivo consentito all’Ucraina e colpendo reiteratamente il territorio russo con il seguito di morti e distruzioni, si poteva, invece, provocare una fiera e diffusa rivolta popolare contro la dissennata decisione bellica del loro inamovibile autocrate, che aveva nascosto fin nel nome la realtà della guerra scatenata. Il popolo russo ha vissuto questi mille e duecento giorni di quotidiana aggressione del territorio ucraino, nella assoluta normalità della propria vita quotidiana e integrità delle proprie città e del proprio territorio, senza tentare sollevazione alcuna, grazie alla pavidità dell’occidente, che ha anche alimentato la spavalderia della propaganda ufficiale. E’ apparso chiaro che, dietro la pur nobile motivazione etica occidentale di moderazione nella difesa, vi è stata anche la paralizzante paura di irritare il governo autocratico russo in possesso del più numeroso e potente arsenale nucleare della terra. Si temeva, e forse con cognizione realistica, lo scarso autocontrollo strategico del regime moscovita, incapace di considerare seriamente la evidente sconvenienza nell’uso dell’arma atomica, anche per la contiguità del territorio, privo di barriere naturali, contro il dilagare della nube tossica, specie nelle regioni che si pretendeva annettere.
L’eccesso di moderazione imposta all’Ucraina, anche con le più nobili intenzioni etiche e per calcolo prudenziale, è costato il protrarsi del conflitto per oltre tre anni, con centinaia di migliaia di reciproche vittime militari, e di vittime civili solo ucraine, a conferma della tragica carenza strategica nella conduzione del conflitto, che si doveva prevenire con forte e convincente diplomazia, ma anche con una decisa riposta immediata, meglio se chiara e corale di tutte le nazioni, con ricorso a truppe internazionali di interposizione, che avrebbero convinto l’aggressore a desistere, risparmiando anche le sue centinaia di migliaia di giovani vite, troncate nella folle avventura. Se il popolo ucraino avesse potuto difendersi con pari livello di operatività bellica rispetto all’aggressore, forse l’invasione sarebbe rientrata, ed avrebbe anche suscitato un generale rispetto internazionale per l’Ucraina, evitandole di subire la considerazione di paria, espressa non solo dallo sconsiderato presidente Trump.
E’ deprecabile soprattutto il comportamento sottomesso dell’ONU, che si è lasciato bloccare dal famigerato residuo storico del diritto di veto antidemocratico della Russia. L’ONU avrebbe dovuto inviare truppe di interposizione, come fa per altre zone di crisi, o quanto meno esprimere una netta condanna dell’invasione, come, se pure timidamente, fa per il martoriato territorio palestinese. I morti ucraini non sono meno deprecabili di quelli palestinesi, giustamente additati alla netta condanna politica, civile e morale del mondo. Contro l’aggressione russa, invece, v’è ancora un imbarazzato e vigliacco silenzio internazionale, che è la misura della pericolosa situazione del mondo di oggi, aggravata dall’avvento di un presidente USA insensibile verso la dimensione etica, prigioniero dell’arruffamento affaristico in combutta con l’aggressore russo e sulla pelle dell’aggredito. La vittoria dell’Ucraina, molto più piccola e meno armata , sarebbe la vittoria della pura giustizia, del pastorello Davide sul gigante Golia, dell’agnello sul lupo. E andrebbe a costituire un deposito di valorialità, un forte monito per la vita futura su questo pianeta.
Una pace che fosse, invece, frutto di compromesso diplomatico, che desse anche soltanto un piccolo riconoscimento all’aggressore, lascerebbe alle future generazioni un messaggio deviante, in cui la prepotenza è premiata comunque da un guadagno. Tra le due soluzioni si colloca lo stendardo bianco della resa, evocato da Papa Francesco, con la prospettiva della ‘servitù volontaria’, esaminata già nel 1572 da Etienne de La Boétie, e tuttavia tardiva con l’odio reciproco accumulatosi tra Russia ed Ucraina, reso sacro dai rispettivi morti. L’Europa ha storicamente il deposito più ricco di riflessione di secoli sul diritto internazionale, disciplina non solo etica, ma perfino intuitivamente razionale, codificata per sempre: “chi
aggredisce non può ricevere beneficio dall’aggressione, ma adeguata sanzione”. La vittoria deve andare sempre all’aggredito, perché trionfi l’equilibrio del diritto e della giustizia, nemici di ogni sopraffazione fisica, intrinseca alla giungla.
La vittoria dell’Ucraina, aggredita da una nazione più grande, potente ed armata, sarebbe il segnale che può esservi giustizia in questo mondo, come ingenuamente annunciava l’umile donna del Magnificat: “dispersit superbos, deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles” (Lc, 4,51).




Lucidissima e profonda analisi come di consueto.
UCRAINA 🇺🇦 e non solo sul tema della PACE ☮️ Vera non assoggettata alla Russia 🇷🇺 odierna o del recente passato.
Grazie veramente Vitamtonio.
Un caro saluto.
Andrea