Il Presidente Trump, assecondando la sua radice affaristica nella politica, sta proponendo un percorso verso la pace per il Medio Oriente che fa perno su una proposta che appare soprattutto di convenienza economica, estranea a nobili aspirazioni etiche e di giustizia, eppure non priva di efficacia e valore. Infatti sembra ottenere l’effetto concreto di sottrarre dalla follia della distruzione e violenza quelle terre e condurle ad una pace che poggia su prospettive di consensuale ed attivo sviluppo economico.

Questo prodursi della pace nella prospettiva dell’affare ci costringe ad aggiornare il tradizionale concetto di pace giusta ed anche l’antica e nobile demonizzazione della ricchezza e dell’affarismo, nella accezione di potere, imposizione e corruzione, che trova efficace rappresentazione nella predicazione biblica del ricco Epulone, condannato alle fiamme dell’inferno. La ricchezza appartiene a Satana, che con la ricchezza dispensa anche il potere, il dominio schiavizzante. La battaglia contro il capitalismo opulento di Karl Marx è anche influenzata da questa austera visione biblica di contrasto alla ricchezza, collegata a sfruttamento, sopraffazione, ruberia. In tale contesto dottrinale non si vedrebbe alcuna composizione accettabile tra prospettive economiche e nobiltà della pace, e questa anzi verrebbe infangata se associata ad una finalità affaristica. E ciò viene avvertito nell’operare di Trump, spudorato affarista assurto al vertice della politica mondiale.

Ma occorre, forse, dotarsi di uno sguardo lungo, meno ascetico e più pratico, e vedere cosa v’è intorno all’intrapresa economica, per superare le remore etiche e politiche e considerarla soprattutto nella sua capacità di offerta, scambio e consumo di beni e servizi
necessari alla vita. Tali sono, soprattutto, le medicine, il cibo, i macchinari del trasporto veloce, gli impianti e strumenti di telecomunicazioni. I prodotti del lavoro sono sottoposti poi al libero apprezzamento ed acquisto dei cittadini, e trattasi quasi di un voto popolare perfino molto più incisivo di quello politico. E non si può demonizzare la ricchezza frutto del mercato, se è ben meritata, e né, per impedirla, si può pretendere una vendita sotto costo più accessibile a tutti, che darebbe meno ricchezza ai produttore ma forse anche produrrebbe il venir meno della stessa produzione. Va riconosciuto all’impresa produttiva, commerciale o di servizi, il merito di una decisiva e costante solidarietà con i consumatori, e ciò le conferisce un indiscutibile valore anche sociale ed etico, che ben può collocarsi alla base di una pace fruttuosa e stabile. Le eventuali distorsioni del settore sono già sanzionate dalle leggi, e soprattutto prevenute dall’azione delle organizzazioni sindacali, autorizzate e scelte dagli stessi lavoratori, in grado di eliminare le pratiche oppressive dei padroni, tipiche del primo capitalismo, giustamente denunciate da Karl Marx ed altri grandi pensatori.

E d’altra parte, la pace oggi è un bene ancora più appetibile ed eticamente obbligante per la possibilità di buona vita che ci vien resa dallo stesso progresso scientifico e produttivo che, però, applicato alla guerra, la rende più distruttiva e deprecabile. Fare pace per aver compreso questa distonia tra possibilità di progresso e benessere da una parte, ed invece folle e radicale distruzione di ogni bene e della stessa vita dall’altra, rappresenta nel presente una saggezza di grande valore etico, da perseguire con tenacia, anche se coinvolge evidenti fattori materiali. In questo contesto teorico va visto con smagata analisi il processo che sembra verificarsi ora nel Medio Oriente. Occorre superare rigidità ideologiche o religiose e saper scegliere quello che più contribuisce alla buona vita degli uomini, che è certamente il rifiuto della violenza distruttiva, che agita anche i dissennati movimenti terroristici. Essi, per fedeltà alla loro predicazione salvifica, si pongono anche nell’illusoria prospettiva purificatrice del martirio, proprio ed altrui. Ma per l’uomo il massimo bene è la sua vita, e se non v’ è l’evidenza di un salvacondotto trascendentale
certo, che nessuno può assicurare, la morte violenta, e perfino il martirio, sono un assoluto male, anche morale, che si infligge a se stessi ed agli altri.

Al contrario cercare la pace con tutti i mezzi, anche con quelli economici o commerciali attraverso accordi imprenditoriali, è sempre il massimo bene da perseguire, senza colpirlo con la censura di indegna pattuizione, ma come il compimento della massima funzione degna dell’uomo, che è aggregarsi per lavorare, per creare, attraverso la tecnica e l’organizzazione, i beni di godimento sociale nel sereno scambio di prodotti e servizi utili alla vita. L’imprenditore che si dedica alla creazione dei beni di consumo e alla sua distribuzione commerciale ha la stessa dignità del chirurgo, dell’insegnante, o del sacerdote: tutti si dedicano a rendere migliore la vita dei propri simili, e ciò costituisce la trama complessa, ma esaltante, che tiene insieme la vita di una comunità oggi. Le ideologie comuniste, che si sono battute per rendere la condizione operaia adeguata alla dignità dell’uomo, hanno contribuito alla negativa considerazione dell’imprenditore come padrone, tiranno, sfruttatore, schiavista, non senza torto nella considerazione della condizione iniziale della società capitalistica. Ciò fu considerata non come una condizione storica transeunte ma come una struttura intrinseca essenzialmente al sistema capitalistico.

L’evoluzione del mondo del lavoro, la forte presenza di garanzia dei sindacati, l’affinamento della sensibilità civile negli stessi imprenditori, come in Adriano Olivetti (1901-1960), hanno reso non solo accettabile la vita dell’operaio, ma anche molto meritoria socialmente ed in alcuni settori perfino benefattrice dell’umanità. Già il profeta Isaia (768 a.C.) aveva proposto di trasformare le spade, che uccidono, in aratri che rivoltano la terra per produrre nutrimento. Occorre superare anche la fallacia della guerra dei dazi, che detestabili politiche nazionalistiche hanno proposto nel passato, nel tentativo di coartare le scelte dei cittadini, orientandole verso prodotti imposti, distruggendo la libertà della spesa. La loro imposizione nel passato è fallita miseramente, grazie all’ineludibile libertà del cittadino consumatore, che è poi lo stesso cittadino elettore. La libertà dei commerci fu codificata nella liberazione dai dazi (lo Zollverein del 1836) e finalmente tutti hanno potuto scegliere e nessun prodotto era imposto, tranne che per ragioni di salute pubblica nelle epidemie. Ma politiche demenziali di primato nazionale fanno ricorso ancora ai dazi, mentre il vero primato nazionale andrebbe posto nella assoluta libertà dei cittadini, a cominciare dalla loro spesa.

Occorre lo sguardo lungo e sarà l’Intelligenza Artificiale, se non manomessa, a mostrare la fallacia delle scelte liberticide ed omicide, calcoli alla mano. Nemmeno ricostruire dopo aver ciecamente distrutto può rendere razionale la guerra. La pace conquistata con la forza implica la sottomissione del perdente, anche se era dalla parte del giusto, e produce il rancore e il desiderio di rivincita mentre suscita, nel vincitore immeritevole, l’alterigia di ulteriori vittorie. Ed anche la vittoria del giusto non è priva di rancore. La pace, invece, ottenuta con il reciproco convincimento sulla demenza dell‘inutile strage e con la capacità di creare prospettive di collaborazione e sviluppo, nell’interesse reciproco, risulta la sola conclusione bellica che può unire in un progetto di amicizia durevole e feconda, ancorata all’etica somma della reciproca solidarietà e vantaggio. E ciò va ritenuto di sommo valore anche etico, pur trattandosi di affari economici, ma riguardano la vita dei cittadini. Anche l’elemosina è un gesto economico che diventa etico. E così, oltre le eventuali contingenti meschinità, la pace conquistata grazie ad accordi economici può offrire alle nuove generazioni l’opportunità di un felice avvenire, ma soprattutto l’esemplarità di una concreta etica della conveniente solidarietà, perché ribalta le ragioni dissennate di sterminio in quelle di intesa ed aiuto reciproco.

La democrazia si realizza nella libertà di parola e di voto, ma anche più concretamente e quotidianamente nella proficua vita economica di produzione e scambio, che lega imprenditori e consumatori al meglio, al più conveniente, e potrebbe mutare i belligeranti, trasformandoli felicemente in cooperanti. I trattati di pace non siano più sentenze che contrappongono vincitori e sconfitti, ma accordi che uniscono i belligeranti in una prospettiva di solidarietà capace di trasformarli da nemici in amici collaboranti per reciproco vantaggio, che è insieme un un voler bene per volersi bene, una meravigliosa ‘karitas’, dall’origine greca (charis), che è insieme grazia, benevolenza, favore. Una dimensione etica più alta, che travalica l’ingiustizia del più forte, la giustizia amara che sanziona e contrappone, per una giustizia che affratella nella ritrovata amicizia delle reciproche ed agevolate convenienze.

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