Il cordoglio generale per la morte di Papa Francesco si affianca, in questi giorni, all’attesa per l’elezione del nuovo papa. Ma il dolore sincero per la sua scomparsa, così diffuso tra la gente, e in particolare nell’umanità più emarginata, sconfitta, sofferente, sarà un criterio ispiratore nella scelta del nuovo Papa?
La speranza è che la Chiesa continui a camminare sulla strada tracciata da Francesco. Egli ha aperto porte e scosso muri: i poveri davvero; le periferie esistenziali e concrete; l’ecologia integrale; la guerra mondiale a pezzi; la Chiesa come ospedale da campo; il protagonismo delle donne, e molto altro, hanno incarnato la scelta del nome: Francesco.
“Chi sono io per giudicare?”: detta da un papa è una domanda rivoluzionaria, sia per il merito (era riferita ai gay), sia soprattutto perché rivela la disponibilità a cercare la verità più che a proclamarla.
Francesco non ha avuto il tempo per consolidare cambiamenti così profondi che, in qualche caso, Chiesa e opinione pubblica non erano pronte a interiorizzare. Ma sarà difficile rimuovere, cancellare questo ricco e composito bagaglio. E ciò è un bene perché l’accoglienza, la misericordia, la responsabilità, la gioia sono risorse necessarie a indirizzare nel verso giusto il tormentato cammino dell’umanità. Ma questa visione del mondo ha trovato molti oppositori, dentro e fuori la Chiesa.
Viviamo una fase storica particolarmente difficile e il disordine globale prevale su una ordinata transizione. Necessità e bisogno di pace convivono con guerre insensate; disponibilità di risorse senza precedenti non attenuano disuguaglianze ed emarginazioni crescenti; così come ricchezze smisurate e nello stesso tempo troppo concentrate; democrazie sempre più diffuse e diritti calpestati; novità scientifiche straordinarie, ma sconvolgenti… Tutto ciò avviene in una crisi di valori e di regole. La politica e le istituzioni internazionali appaiono deboli, fuori controllo o disorientate.
In questo mondo contraddittorio, segnato dalla “globalizzazione della indifferenza”, la parola del Papa è apparsa a taluni utopica, poco realista; il suo messaggio è stato definito da altri teologicamente deviato e pericoloso. Altri ancora, al contrario, lo hanno bollato come conservatore, chiuso su temi estremi della morale (aborto, eutanasia…). Eppure, milioni di persone oppresse e private di opportunità, religiose o no, che non vedono nella politica la risposta ai loro crescenti bisogni, hanno visto in lui un riferimento, una speranza. Il Papa ha parlato a loro, incurante del consenso dei forti, cosciente dei limiti della sua azione (sarà la Storia a dirci se e quali), ma mai rinunciando alla speranza; in una missione, scomoda per taluni, profetica per molti.
Il punto del Conclave sta qui. I 135 cardinali riuniti sono chiamati a scegliere, nel complesso quadro contemporaneo e, fortunatamente, in una inevitabile continuità, se sia meglio per la Chiesa andare avanti con un approccio, appunto, profetico, ben sapendo che ciò accentuerà il conflitto “mondano”, o privilegiare un approccio “politico”, più realisticamente teso a incidere sugli equilibri in campo, in attesa di un mutamento generale. Sappiamo che i tempi della Chiesa sono lunghi e le attese non sono mai considerate rinunce, ma transizioni. Insomma: prudenza o coraggio? Difficile una sintesi.
La scelta che attende i cardinali è molto più complicata di quella che portò a eleggere Bergoglio dopo Ratzinger e il “fuori tutti”, con il quale si chiudono le porte del Conclave, non riguarderà certo i problemi del mondo.



