A poche ore dall’insediamento del neo Presidente Donald Trump è cosa buona e giusta chiedersi cosa rimane dei quattro anni di presidenza di Biden, che agli occhi di molti sembra essere stato più un interregno, in un’epoca di crescente nazionalismo, che un periodo di rinnovamento.
Nel discorso di addio pronunciato alla fine del suo unico mandato, Biden ha riconosciuto che la sua promessa di restituire agli americani la più autentica anima del paese è rimasta incompiuta, mentre l’America di oggi vive in uno stato di “lotta costante, a breve distanza tra pericolo e possibilità”, le sue stesse parole.
E’ indubbio che i risultati più evidenti sono stati l’aver sconfitto Trump, aver tenuto testa a Putin, aver nominato giudici, promulgato leggi e lasciato un paese dall’economia forte. Ma la questione più dirimente è quella di non essere stato in grado di comprendere il dissenso, le faglie che dividono il deep state, l’America più profonda.
Oggi solo un quarto della popolazione ritiene che Biden sia stato un buon presidente, mentre il resto del mondo ritiene che Trump farà piazza pulita dei suoi successi. Eppure, in politica interna, forse nessuno come Biden ha portato avanti un programma legislativo più ambizioso per combattere il cambiamento climatico, per ridurre e regolamentare il costo dei farmaci, per cancellare o ridurre il debito studentesco e per imporre regole più severe sull’acquisto di armi.
Per quanto alle politiche per le infrastrutture, Biden ha portato avanti un imponente programma da 1200 miliardi di dollari per ricostruire strade, ponti, aeroporti, reti idriche, banda larga, che è riuscito a far passare anche con il sostegno dei repubblicani. Non va dimenticato poi che resteranno legati al suo nome l’Inflation reduction act, il più grande investimento in tecnologia verde nella storia degli Stati Uniti e il Chips and science act, un provvedimento da quasi 300 miliardi di dollari per riportare la produzione di semiconduttori negli Stati Uniti e aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Di contro, gli americani lo ritengono responsabile della crescita inflazionistica, aumentata esponenzialmente anche in conseguenza del pacchetto di aiuti (circa 1,900 miliardi di dollari) approvato dal governo per aiutare le famiglie durante la pandemia di Covid-19. Poi, i prezzi della benzina, degli alloggi e della spesa per generi di prima necessità che sono schizzati di oltre il 20%, hanno generato negli americani una grande preoccupazione.
A conti fatti, dunque, la grande contraddizione è che Biden ha ereditato un’economia duramente colpita dal Covid, ne sta lasciando in eredità una eccezionalmente forte, mentre molti americani ritengono di stare peggio di quando è entrato in carica. In politica estera, poi, Biden può vantare alcuni successi, tra cui: il rafforzamento di partnership e alleanze in tutto il mondo, dalla Nato al Quad, che unisce gli Stati Uniti con Giappone, India e Australia; le relazioni con la Cina, che hanno visto riportare la competizione in un quadro sistemico e prevedibile che ha consentito di mantenere aperto il dialogo su diversi temi di interesse comune come quello della stabilità finanziaria.
Va ricordato, di contro che restano vive alcune tensioni in campo commerciale, con l’adozione, da entrambe le parti, di provvedimenti per limitare l’import/export di varie categorie di beni, anche nel campo delle tecnologie “dual use” – ovvero quelle che possono avere un’applicazione sia civile che militare. Fra questi provvedimenti, Biden lascia sul piatto la ratifica del Protecting Americans From Foreign Adversary Controlled Applications Act (24 aprile 2024), che impone alla società cinese ByteDance di disinvestire la sua quota di proprietà della piattaforma social TikTok, pena il blocco delle attività sul territorio statunitense di cui si parla in queste ore.
I “nemici”, in Russia come in Iran, sono oggi certamente più deboli di quanto non lo fossero quattro anni fa. E all’indomani dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte del Cremlino nel febbraio 2022, l’amministrazione Biden è stata determinante nel radunare e coordinare il sostegno transatlantico per Kiev.
Certo, non sono mancate le questioni fallimentari, come il disastroso ritiro dall’Afghanistan – anche se deciso negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump – e un’ondata massiccia di migranti al confine nel 2023. Come tutti i suoi più recenti predecessori, Biden non è riuscito a risolvere la crisi migratoria al confine con il Messico. E dopo aver promesso una politica rispettosa delle persone, si è scontrato con l’impossibilità di governare il fenomeno senza il sostegno bipartisan finendo per adottare la stessa linea dura dei repubblicani.
La questione più controversa, infine, lasciata del presidente uscente è di certo quella legata alla questione Medio-orientale, dove proprio gli strumenti militari forniti dagli Stati Uniti hanno contribuito in modo determinante a fare vittime civili e distruzioni di gran lunga più consistenti di quelli fatti da tutti i conflitti dell’ultimo decennio. E se Biden rivendica di aver agito a sostegno dello Stato di Israele, l’opinione pubblica mondiale lo considera oggi come un presidente che ha calpestato quegli stessi diritti, quei valori e quelle regole che aveva promesso di difendere. E’ visto cioè come arbitro secondo due pesi e due misure nell’affrontare la questione Ucraina e quella Palestinese.
E allora si può parlare di eredità lasciata dal presidente uscente? E quale America fa da sfondo alla nuova era trumpiana? L’America di oggi è attraversata da profonde le faglie tra i diversi stati che compongono il Paese, che prescindono dai quattro anni di governo democratico. Sempre più distanti fra loro, sono in inconciliabili le differenze nella gestione del sistema fiscale, della libertà di impresa, sull’aborto, sul cambio di genere, perfino sull’insegnamento della storia nelle scuole. Una analisi approfondita mostra evidenti rivolte conto lo stato amministrativo e la tecnocrazia, mentre sempre più amara è la sfiducia verso il sistema universitario meritocratico e di vantaggio per le classi più alte.
Dunque la vittoria di Trump sembra chiudere un’era da vero interprete delle attuali inclinazioni popolari, più che prendere in consegna una, purtroppo, fragile eredità eventualmente da rinnovare. Tuttavia è difficile ipotizzare che assisteremo all’inizio di una nuova stagione, considerato che sembra essersi prima di tutto scardinato il consenso generale sul “modo di essere americano” (American way of life). Di certa c’è solo la “fraterna inimicizia” tra il neo presidente ed Elon Musk, quest’ultimo, che intende trasformare l’incarico assegnatogli di “tagliatore di teste”, in quello di regista della trasformazione dell’intera umanità in specie multiplanetaria, da homo sapiens a cyborg in grado di rivaleggiare con l’Ai.
Vedremo quanto durerà quello che non sembra essere vero amore, al momento difficile fare previsioni, considerato che gli obiettivi del tycoon non hanno certo le stesse finalità del fondatore di Tesla.



