Res inaugura con queste brevi riflessioni una rubrica dedicata a tutto quanto fa cultura.

Sergio Mattarella ha partecipato il 17 gennaio all’inaugurazione de L’Aquila Capitale italiana della cultura 2026, proprio in giorni così densi di preoccupazione e disorientamento per gli accadimenti legati a guerre, propensioni al dominio e a strategie predatorie in tutto il mondo. Il Presidente ha voluto così sottolineare quanto la cultura sia “motore e collante della civiltà [….]strumento di convivenza, di dialogo e di pace” e quanto sia importante e necessario investire in cultura per lo sviluppo della coscienza civile e della democrazia.

La scelta della città de L’Aquila a rappresentare il fulcro della strategia culturale nazionale per il 2026 appare dovuta e fortemente evocativa. E’ ancora vivo e dolente il ricordo della devastazione causata dal terremoto del 2009, le vite perdute, il patrimonio storico e architettonico offeso, una intera comunità chiamata ad elaborare il lutto della perdita di luoghi, affetti e benessere economico. Oggi la città sta completando l’opera di ricostruzione e di pieno rilancio, e la nomina a Capitale della cultura potrà essere moltiplicatore di sviluppo. Non dimentichiamo, poi, che L’Aquila è la città della Perdonanza, marchio universale che già Papa Francesco aveva definito “capitale di pace e di riconciliazione”.

Dunque in questo momento mai fu più appropriata la nomina. Ma l’Aquila rappresenta anche le numerose aree interne, che innervano il nostro Paese, territori a dimensione umana che conosciamo tutti, dove le relazioni interpersonali possono facilitare la vita quotidiana, dove gli stessi differenti sistemi di produzione possono aiutare a vivere in modo più sostenibile. Tuttavia questi territori hanno bisogno di essere preservati attualizzando i loro valori umani e civili, contrastando la loro esclusione e marginalità, e combattendo gli squilibri territoriali e ambientali che possono determinarsi. Da questi territori Mattarella sprona a ripartire per rafforzare la coesione e l’unità del Paese, anche con un equo sviluppo delle nuove tecnologie.

Quante interconnessioni allora tra la cultura ed il vivere civile, tra la creatività artistica e lo sviluppo del pensiero critico, tra la storia culturale di un paese ed i suoi riverberi politici. L’arte ha la capacità di evocare emozioni, stimolare riflessioni e raccontare storie, offre spazi di riflessione e insieme alla letteratura può influenzare le opinioni e le norme sociali. Oggi più che mai la diplomazia culturale può e deve essere considerata come strumento fondamentale per stabilità, sicurezza, sviluppo e pace.

La diplomazia culturale esiste da sempre in ogni contesto di relazioni internazionali e in Paesi come il nostro, che fonda le sue radici identitarie nella cultura, diventa strategica per affrontare le sfide della contemporaneità, fondamentale nella politica estera e nella diplomazia anche come strumento di soft power per intessere e consolidare relazioni con altri Stati.

La vera sfida in tempi caotici e cinici, predatori e arroganti come quelli contemporanei delle forti spinte identitarie, è modificare le nostre categorie di pensiero, aprirsi al “tessuto meticcio, almeno dal punto di vista culturale, che abbraccia le nostre società – ha scritto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio – non l’egemonia di una civiltà, ma tanti universi culturali, e pure un infinito numero di meticciati, di aree sovrapposte, di ascendenze molteplici. Questa è la realtà dell’Europa al suo interno e in rapporto ai mondi altri. Dietro la rigidità delle identità, tante volte si scopre un meticciato e un’ibridazione, una creolizzazione, dalla storia più o meno lunga”.  Dunque la sfida è il “pensiero meticcio”, che la cultura ci aiuta a comprendere, cioè un modo di vedere il mondo che non annulli le differenze, ma che se ne nutra.

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