La guerra sta continuando. Quella in Ucraina, come quella in Palestina. Si parla ogni giorno di rapporti tra stati, di richieste, di accordi minerari, armi, alleanze, trattative… ma, volendo fermare la sequenza, è ancora davvero riconoscibile il motivo scatenante della guerra? È ancora chiaro per cosa si sta combattendo?

Fino a qualche tempo fa, parlando di casus belli, avremmo citato le basi Nato a confine con la Russia (un caso analogo alla famosa crisi dei missili di Cuba nel ‘62); oggi, questo riferimento sembra esaurito, si parla piuttosto di obiettivi e dunque di Crimea e di terre occupate. È veramente così? La Crimea è davvero così essenziale per Putin? O forse ormai si combatte senza più riferimenti al motivo scatenante, come nei grandi conflitti della storia, che proseguono senza più riferimenti e proprio per questo si protraggono a lungo?

Questa teoria è stata esposta da Simone Weil in alcuni saggi sul potere e sulla forza in relazione alla guerra di Troia. Il primo, “Non ricominciamo la guerra di Troia”, è del 1937; il secondo, “L’Iliade” o poema della forza, del ‘40, oggi raccolti ne “Il libro del potere”, edito da Chiarelettere assieme a “L’ispirazione occitana”, altro saggio del ‘42. Ciò che sostiene Weil è che quando tra due stati esiste un oggetto di contesa, è probabile che si arrivi a un accordo, mentre la situazione è ben più preoccupante quando questo manca.

Weil utilizza l’esempio della guerra di Troia: tutti sappiamo che il casus belli è il rapimento di Elena. La domanda che Weil ci pone è: «eccetto Menelao e Paride, a chi tra i Greci e tra i Troiani interessava veramente di Elena?». Ovviamente a nessuno. Quando scoppiano le tensioni, si combatte per la narrazione che ne viene fatta all’interno dei singoli stati, per gli antagonismi che si sono creati. Si lotta, dice Weil, per «parole prive di significato», alle quali si aggiunge la maiuscola, trasformandole in ideali per i quali gli uomini sono disposti a morire. Il successo coinciderà esclusivamente con l’annientamento di uomini che lottano in nome di parole diverse. Questo perché un’altra caratteristica di tali parole è che esistono per coppie antagoniste.

Tutto si polarizza: noi contro loro, Occidente contro Oriente, arabi contro israeliani, cristiani contro musulmani e così via. Le guerre poi continuano per il semplice fatto che molti compagni ne muoiono e quindi smettere renderebbe vana la loro fine. Per suscitare vergogna nei Greci che proponevano di fare gli uni e gli altri ritorno a casa, Minerva e Ulisse credevano che fosse sufficiente evocare le sofferenze dei compagni morti. Tremila anni dopo ritroviamo esattamente la stessa argomentazione nelle parole con cui Poincaré intende svilire la proposta di una pace senza vincitori né vinti. «E così Putin», si potrebbe aggiungere. Ciò che impedisce allo zar di smettere con i bombardamenti (cosa che pare aver stupito Trump che si è sentito preso in giro) è proprio questo: assicurarsi la Crimea non come territorio, bensì come ricompensa, qualcosa che dimostri che la guerra non è stata vana, ma ha portato cambiamenti importanti, ha prodotto vincitori e vinti.

Proprio la percezione del grande orrore della guerra impedisce di pensare di concluderla senza che qualcosa sia cambiato: Non che l’animo umano sottoposto alla guerra non invochi la liberazione, ma persino questa gli appare in modo tragico, estremo, sotto forma di distruzione. […] Fa male l’idea che uno sforzo spropositato non abbia portato altro che un profitto nullo o limitato. Così sembra essere, dalla guerra di Troia a quella russo-ucraina a quella palestinese. Veramente il contenzioso tra Palestina e Israele sta tutto nella ripartizione del territorio? O si punta, ormai, alla totale distruzione dell’altro, per motivi ideologici, per quelle «parole antagoniste» alle quali si è aggiunta la maiuscola?

«Ogni persona che minaccia un ebreo, che vuole uccidere un ebreo, deve morire. L’obiettivo è distruggere Gaza, questo male assoluto. Distruggere chi vuole distruggerci». Queste le parole di Dror Eydar, ex ambasciatore di Israele in Italia, nell’ottobre 2023 (dopo il famigerato 7 ottobre) nel programma Stasera Italia su Rete 4.

Qui c’è tutta Weil: polarizzazione fittizia, distruzione e soprattutto forza. Simone Weil specifica che la forza acceca chi la usa (o meglio ne è posseduto), lo domina tanto quanto domina chi la subisce. I combattenti sono strumenti, la forza l’unico soggetto; la forza e il potere. Infatti, la distruzione giustificata come difesa, l’indicazione di un male assoluto, sono argomenti che si ripetono continuamente nella storia. Nella Germania nazista e in Italia, per esempio, furono riferiti agli stessi ebrei. Si muore, si combatte e ci si riarma, in sostanza, solo per fare la guerra: ogni stato esibisce le armi come segno di potere, e quando un’altra forza aumenta la propria capacità bellica, si rilancia, e così all’infinito. «Si crede di morire per la patria – diceva Anatole France – e si muore per gli industriali». Sarebbe fin troppo bello. Non si muore neanche per qualcosa di sostanziale e tangibile.
[…]

In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che per ogni Stato l’interesse nazionale è la capacità stessa di fare la guerra.

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