Cosa è avvenuto in passato?

Negli anni ’80 furono emessi dallo Stato dei titoli per pagare la contingenza (una voce retributiva che doveva adeguare le retribuzioni al costo della vita) al posto del denaro contante. Accadde una cosa ovvia. Chi aveva bisogno di denaro per il proprio budget familiare vendette quei titoli, sottocosto, a chi aveva deciso di investirci mantenendoli fino alla scadenza. Conclusione i poveri furono più poveri, i ricchi furono più ricchi, creando un vero e proprio mercato secondario assolutamente incontrollato. A questo si può aggiungere il caso dei mini-assegni che a un certo punto non furono più accettati e rimasero nelle tasche dei possessori. Chi può escludere che il tutto non avvenga di nuovo?

 Le ragioni del no

I minibot dovrebbero essere titoli di Stato che i fornitori della Pubblica amministrazione potranno accettare volontariamente a saldo dei loro crediti e da utilizzare, successivamente, per pagare le tasse. “Assodato” che i minibot sono un titolo emesso dallo Stato che non riconosce interessi e che saranno sempre accettati dallo Stato al prezzo di emissione, perché non emettere normali titoli di Stato dematerializzati con il pagamento di interessi? I titoli hanno un interesse (attivo, negativo legato all’inflazione, a un indice) e hanno un prezzo di mercato che per definizione è un prezzo oscillante. Sicuro che i minibot siano un titolo?

Ancor più semplicemente, se è pur vero che i crediti commerciali non rientrino nel conteggio ufficiale del debito pubblico, si può affermare che si sta parlando di una partita di giro. Non era sufficiente, detrarre dal pagamento ai singoli fornitori il credito vantato dallo Stato, effettuando la compensazione tra crediti e debiti? Troppo complicato? Rimane, poi, da capire se possono essere usati anche per pagare tasse e imposte ad altri enti pubblici (regioni, comuni) o a enti privati. Si tralascia la possibilità di pagamento all’estero, in quanto neppure da ipotizzare.

Il costo dei minibot

I minibot dovranno essere stampati con costi non indifferenti (design, carta filigranata, inchiostri, distribuzione, specifica tenuta contabile, ritiro, ecc.). I creditori (persone fisiche, persone giuridiche?) riceveranno, quindi, un titolo fisico che dovranno conservare fino a quando non dovranno pagare le tasse portando fisicamente i mini bot presso gli uffici dell’Erario. Dovranno comprarsi una cassaforte, locare una cassetta di sicurezza aprire un conto titoli per tenerli al sicuro. Costi per lo Stato, scarsi vantaggi per lo Stato, possibili introiti per le banche, rischi e costi per il possessore.

Qualche teoria prevede che i minibot possano essere scambiati tra i possessori per liquidare i rispettivi crediti, altre che possano essere utilizzati per fare acquisti (a esempio al supermercato o in palestra). Con il rischio, come visto in premessa, di valutazione sotto la pari. Questo significherebbe che hanno valore liberatorio. Allora sono una valuta (peraltro illegale).

Minibot, valuta illegale?

I minibot, oggi (ieri c’erano altre idee), è stato affermato non siano una valuta alternativa all’euro, scelta illegale. Bene. I minibot, tuttavia, sono cartacei, sono senza scadenza, sono senza interessi, hanno potere liberatorio almeno verso lo Stato e forse non solo. Se non sono una valuta (illegale) ci somigliano molto.

I minibot, se emessi, dovranno essere utilizzati per rimborsare i debiti dello Stato, si suppone fino a un massimo di 100 miliardi (anche se i pagamenti da effettuare sono molti inferiori). Per i bitcoin, quando iniziarono la loro ascesa, venne fissata una quantità massima che potesse essere emessa (21 milioni). Certamente i bitcoin sono un “valore” digitale e non una valuta o un titolo, sono digitali e non sono fisici, sono alternativi e non complementari alla valuta (euro, nel nostro caso). I debiti dello Stato, tuttavia, non sono solo quelli commerciali e, soprattutto, senza una quantità prefissata, chi garantisce che domani non siano utilizzati per finalità diverse (a esempio, il pagamento di stipendi e pensioni) e utilizzati in sostituzione dell’euro?

Undici scuse che non tengono… alla prova dei fatti

Qualcuno, per confermare che si parli di titoli di Stato, afferma che già in undici occasioni precedenti lo Stato abbia fatto una scelta sostanzialmente identica (pagamenti in titoli di Stato a favore di Usl, enti lirici, EFIM, IRI, ENI, Acquedotto pugliese, ecc.); quel qualcuno, tuttavia, dimentica che;

  1. vennero emessi dei normali titoli di Stato (BTP), in alcuni casi con una durata predeterminata e con una specifica destinazione;
  2. negli anni ‘70 non era ancora avvenuto il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia per cui quest’ultima, da un lato, era un prenditore di ultima istanza per i titoli non collocati sul mercato, dall’altro, poteva emettere banconote; oggi non è più così: il potere di emettere le banconote è esclusivamente della Banca Centrale Europea;
  3. non era ancora stata creata un’unica moneta europea con valore legale.

Si dica, chiaramente, senza “giochini”, che i minibot sono il preavviso che l’Italia vuole recuperare la propria “sovranità monetaria”, come, peraltro, è stato detto e scritto fino a pochi mesi fa propugnando l’uscita dall’euro.

I minibot non sono una cartolarizzazione

Né si può affermare che i mini bot siano una cartolarizzazione. Dov’è la cessione di crediti, in sofferenza o in bonis, a un soggetto terzo o a una società veicolo per procedere successivamente all’incasso da parte del soggetto terzo e non da parte dello Stato? Si aggiunga che le cartolarizzazioni di norma le fa un creditore non un debitore.

Debiti e tempi di pagamento della Pa

Infine, la legge di Bilancio 2019 (commi 849-857) prevede che gli enti pubblici per saldare i propri debiti verso i fornitori possano finanziarsi a tassi di interesse molto bassi presso la Cassa Depositi e Prestiti. L’unica condizione è che i crediti siano certificati. È presumibile che, anche con i minibot, i crediti dovrebbero essere certificati, di conseguenza la liquidazione non sarebbe veloce come si pensa. Da evidenziare, che i tempi di pagamento sono scesi abbastanza negli ultimi anni, ad esempio nella sanità a 58 giorni e le regioni e i comuni pagano, generalmente, a 36 giorni; i crediti ceduti vengono pagati in meno di un anno, tempi inferiori a tanti pagamenti effettuati al recupero crediti; i tempi di pagamento medio riconosciuto sono, ormai, prossimi a quelli previsti dalla Commissione Europea.

Se i tempi sono questi perché accettare i minibot e non attendere poche settimane per ricevere il pagamento dei propri crediti? Peraltro, i ritardati pagamenti costano allo Stato l’8% più il tasso BCE di interessi di mora. Il principale punto negativo, quindi, non sono i pagamenti sono i tempi burocratici. Sicuro che servano i minibot e non una revisione dei tempi amministrativi?

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