Due giorni intensi di confronti, culminati nel panel dei giovani, hanno fatto decollare la Rete di Trieste come associazione di riferimento degli amministratori cattolici, militanti o meno che siano in differenti partiti.
«Non una corrente» – ha detto Francesco Russo che l’ha ispirata e la coordina – «non un partito», anzi «(perfino) più di un partito».
Perciò, una Rete non a o pre-politica, ma (tanto più perché composta di amministratori) del tutto dentro le dinamiche politiche e sociali del Paese. E non in maniera neutrale.
L’eco della recente Settimana sociale, tenutasi a Trieste alcuni mesi fa (cui la Rete si ispira nel nome), e del magistero di Francesco ha prodotto nette posizioni sulla pace, la disuguaglianza, la democrazia.
Soprattutto su quest’ultima, come ha ben detto nella relazione introduttiva Elena Granata: non essere un partito e condividere il pluralismo politico vuol dire stare non «al centro», ma «in mezzo alla gente».
Non va cercato, quindi, un generico unanimismo – ha sostenuto Ernesto M. Ruffini – e condannando la scelta di Trump, di cancellare gli aiuti per i medicinali ai paesi poveri, ha distinto tra un giusto «noi» alternativo all’io, e il «noi tutti» che ci comprende, senza distinzioni di contenuti e linee politiche. Sottolineando che il rischio italiano è quello di non saper riconoscere questi confini.
Sono tre le caratteristiche che rendono particolarmente interessante e promettente questa iniziativa.
La prima: la centralità dell’agire quotidiano («Vi riconosceranno dalle vostre opere» ha titolato la sua relazione mons. Luigi Renna) non come ritiro dai grandi temi, ma come veicolo per il cambiamento. Significativi, in tal senso, il continuo tornare sul concetto di comunità, la riscoperta politica della fratellanza, l’insistenza sulla partecipazione «cercando la gente nelle stalle e nelle osterie».
La seconda caratteristica è il metodo. La Rete di Trieste vuole essere protagonista diretta della vita sociale e politica italiana senza essere portatrice in proprio di rappresentanza politica (non un partito, appunto!). Ma nemmeno sociale: la Rete di Trieste si interfaccia, senza sostituirsi o fare concorrenza, col già denso panorama pluralista dell’associazionismo cattolico e non solo. In sostanza, intende essere soggetto aggregatore di persone impegnate nelle istituzioni, prevalentemente delle autonomie locali, che hanno già la loro rappresentanza.
Da qui l’interessante proposta del sindaco di Udine, Alberto De Toni, di agire in sinergia con l’Anci (l’associazione che rappresenta ufficialmente i comuni italiani).
La terza caratteristica è l’esplicita attenzione ai giovani. Questa è, peraltro, la più innovativa; perché, diversamente dai molti che parlano dei giovani o ai giovani, qui i giovani hanno parlato, a sé stessi e agli altri. La loro tavola rotonda è stata ricca di stimoli, denunce, proposte.
Tutto ciò può rendere questo movimento sia una fucina di nuova classe dirigente, sia una utile provocazione per la stantia politica italiana.
Con quali prospettive? Francesco Russo ha voluto, concludendo, insistere sulle peculiarità originali (informalità, piccoli gruppi, leadership diffusa…). Anche per evitare, visto il successo della due giorni, la comprensibile tentazione di trasformarsi, se non proprio in un partito, in una lobby: una tentazione che potrebbe smentire le premesse.
È una tentazione che va evitata. Almeno per ora… La freschezza che si è respirata in questi due giorni è un valore aggiunto che va alimentato in quanto tale. Un lievito indispensabile alla crescita di una nuova politica di cui avvertiamo il bisogno e l’urgenza.


