Centosei anni dopo il 18 gennaio 1919, data dello storico “Appello ai liberi e forti”, di don Luigi Sturzo, un lucido presagio di quelli che sarebbero stati anni di una dittatura ultraventennale, con persecuzioni razziali e odi di massa, guerre e devastazioni, i Cattolici Democratici, impegnati in politica, sono tornati a riunirsi, nel segno e sotto la bandiera nobile del “risveglio”. Questa magica parola nel ‘700 scosse le comunità cristiane protestanti dell’Europa anglosassone e dell’America, e le riunì nel dar vita ad una religiosità fattiva, che si misurava con la concretezza delle iniziative per dare dignità a tute le persone, contro ogni emarginazione, in una società davvero evangelica ed umana.
Il ‘risveglio’ sotto l’egida del prete Luigi Sturzo (26.11.1871-8.8.1959) può agganciarsi alla lunga e storica vicenda del pastore anglicano John Wesley (1703-1791) sulla ‘conversione del cuore’, che riuscì ad animare soprattutto gli operai, avviati verso l’età industriale, organizzando strutture universali di solidarietà, come scuole, ospedali, orfanotrofi ecc., aperte a tutti contro ogni discriminazione. Il ‘risveglio’ dei cristiani democratici italiani avviene in un momento in cui la nostra nazione ed altre, governate dalla destra politica, sottopongono la società all’esercizio della durezza del cuore, della miopia dell’egoismo e della repressione, che disseccano ogni solidarietà e spingono verso l’egoismo protervo dei vincenti, che dà la stura alle peggiori sopraffazioni verso le classi e le regioni più povere, additandole come zavorra e causa delle difficoltà dell’economia generale, armando contro di esse il disprezzo e la repressione, disgregando la società in schiere contrapposte di amici/nemici, come nelle tristi teorie di Carl Schmitt (1888-1985).
La visione di Luigi Sturzo era conseguente alla coraggiosa enciclica del 1893 di Leone XIII, la “Rerum novarum”, in cui si disegnava, in alternativa alla disgregatrice lotta di classe, una società moderna tanto più felice e prospera se coinvolta nel vincolo della solidarietà, di un interclassismo di funzione e di merito, di disponibilità pronta al giusto bisogno, della massima efficienza e della giusta distribuzione dei benefici riversati su tutti con pari dignità. Queste dottrine, sollecitarono la nascita delle cooperative bianche, delle casse popolari e di solidarietà, articolando una rete di sostegno e dignità sociale. La proprietà privata, fondamento della libertà individuale e famigliare, non veniva bandita, la libertà di impresa era rispettata nella sua creatività e tutto era, col sistema contributivo, indirizzato all’utilità collettiva e dei singoli.
Questa visione contrastava con l’ideologia comunista, gloriosa di tante battaglie storiche, anche cristiane, che poneva con coraggio alla sommità della sua visione politica l’esigenza della solidarietà sociale, tuttavia in un contesto di organizzazione che utilizzava la repressione delle libertà imprenditoriali comprimendole in un sistema di rigida pianificazione programmatica, che imbrigliava la società e la impoveriva, privandola della libera iniziativa. Lo scontro tra le due visioni politiche è stato storicamente inevitabile e v’era sempre incombente il rischio che l’amarezza della povertà spingesse i cittadini verso decisioni di interdizione delle libere iniziative e ‘libertas’ fu il messaggio determinante della Democrazia Cristiana, che ottenne il consenso elettorale.
La caduta del Muro di Berlino nel 1989 ha dato, dopo più di mezzo secolo, la conferma dell’approdo finale verso la democrazia, convalidando il pluralismo e l’interclassismo, che è il valore a fondamento della libertà dei singoli e delle classi, nell’orizzonte del guadagno generale. Ma restano vecchie resistenze e residui ideologici, che hanno fatto fallire i generosi tentativi del 1996 e 1998 dell’Ulivo di Romano Prodi, che miravano a tenere insieme gli ex partiti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista nella confederazione dell’Ulivo. Anche il successivo tentativo del 2008 è fallito, per dissidi politici interni, pur avendo bene operato.
Ulteriore fallimento (2016) è toccato alla giovanile esuberanza di Matteo Renzi, di estrazione democristiana, che mise in disagio la componente marxista più ortodossa, spingendola alla prima rottura dell’unità del PD, accentuatasi poi con l’uscita dello stesso Renzi, spostando così a sinistra il PD. Questa condizione si è rinforzata negli anni, ed ulteriormente accentuata con l’attuale segreteria di Elly Schlein, che si rapporta molto con la CGIL, sindacato del vecchio PCI, non di rado in dissenso con la CISL, sindacato più vicino alla visione della DC. Questi posizionamenti, che potrebbero convivere con l’unità operativa per una politica di sviluppo sociale, hanno determinato, invece, ostilità e rotture, con grande vantaggio per la destra politica, a cui è stato consentito, per la sua disinvolta capacità di sommarsi insieme, di governare l’Italia, pur avendo ottenuto minori consensi elettorali della sinistra, demenzialmente divisa.
Ecco finalmente che si manifesta la necessità di una fervida ricerca di riorganizzazione a sinistra, pur mantenendo le gelose identità valoriali, che sono sfaccettature di una comune aspirazione di buon governo. E mentre a Milano si riuniva la tendenza democristiana, ad Orvieto erano raccolti i rappresentanti di una sinistra più moderata, che avvertiva anch’essa il disagio della dirigenza ‘troppo’ di sinistra del PD. Per non urtare acute suscettibilità, è stato più sereno e produttivo che le singole sensibilità si siano costituite in individualità politiche indipendenti, purché al momento necessario si riesca a trovare la capacità amicale di sintesi flessibili, con intelligente versatilità diagnostica e terapeutica, prescindendo generosamente, senza rinnegarle, dalle proprie posizioni identitarie. La presenza delle diverse sensibilità, preziose e nettamente elaborate, dovrà indirizzarsi, se vi sarà dialogo e non rigidità, ad elaborare soluzioni più approfondite ed efficaci, consentendo ad ognuno di mantenere la propria indipendenza, ma anche di aderire con qualche rinuncia, ad un progetto denso di molteplici e coerenti apporti.
Consentire alla destra vittoriosa il governo è un dovere democratico, ma è anche un danno inferto alla nostra società, di cui hanno responsabilità i partiti del centro-sinistra, per la loro dannosa, se pure nobile rigidità identitaria, che un adulto colto e consapevole dovrebbe saper superare agevolmente nella capacità di comprendere, oltre le proprie, anche le ragioni altrui. Non è rispetto per l’elettorato, che ha dato la maggioranza del suo voto al centrosinistra, se la sua volontà viene frustrata a causa delle insipienti divisioni, che hanno portato la minoranza della destra unita ad accedere al premio di maggioranza ed al governo, con i guasti sempre più evidenti nella connessione nazionale/internazionale.
Dagli incontri di sabato 18 gennaio deve assodarsi, da entrambe le sponde, la comune aspirazione a trovare, se non una unità partitica, come sarebbe auspicabile, almeno una unità dialogante tra i partiti identitari del centrosinistra, a cui l’Italia deve almeno mezzo secolo di progresso civile ed economico. Si deve corrispondere al vecchio criterio strategico della Democrazia Cristiana di un centro che guarda a sinistra ed alla nobile strategia morotea del dialogo con l’apertura all’altro, nella pragmatica salvifica di Berlinguer di realizzare il necessario compromesso storico, a fronte di una società complessa in rapida
evoluzione, che non consente ricette unilaterali, rigide e stantie, ma rielaborazioni flessibili.
Il campo largo non riunisce uguali, ma simili, in parte uguali ed in parte diversi, dove la diversità non è estraneità o conflitto, ma stimolo e arricchimento, se v’è consapevolezza della fraternità nel comune destino.

