Mancano oramai una manciata di giorni all’Election day, gli ultimi di una campagna elettorale scandita da insulti, minacce, accuse di brogli, toni talvolta grotteschi e molto violenti. Tuttavia, dal momento che il sistema americano non prevede il silenzio elettorale durante il voto (ricordiamo che molti cittadini stanno già votando da alcune settimane) e che gli ultimi sondaggi danno ancora la sostanziale parità tra Kamala Harris e Donald Trump, l’unica cosa certa è che fino all’ultimo i due candidati cercheranno di attrarre i voti cruciali soprattutto tra gli elettori degli Swing States. Saranno proprio questi ultimi, cioè gli “stati indecisi” – Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, North Carolina, Pennsylvania and Wisconsin – ad avere il peso decisivo per l’elezione del 47° presidente degli Stati Uniti.

Il più recente discorso di Kamala Harris, quello più denso della sua campagna elettorale, è stato pronunciato a Capitol Hill, dove il 6 gennaio 2021 Trump istigò la folla dei suoi elettori ad un attacco più che simbolico al Congresso degli Stati Uniti. La scelta del luogo e dei contenuti del suo discorso ci restituiscono tutto il senso di una campagna elettorale condotta soprattutto in difesa della democrazia, contro i tentativi divisivi, xenofobi e autoritari di Trump, e finalizzata ad alcuni obiettivi politici che più le stanno a cuore: l’espansione della copertura Medicare per l’assistenza sanitaria a domicilio, l’aumento dell’offerta di alloggi nel Paese e il lavoro per ripristinare l’accesso all’aborto a livello nazionale.

Di contro, Trump ha scelto per l’ultimo gran raduno il Madison Square Garden. Gli analisti si aspettavano da Trump parole divisive ed aggressive, tuttavia gli insulti, il razzismo e la misoginia che hanno caratterizzato l’evento hanno generato ampie critiche anche dentro lo stesso Partito repubblicano. Al di là delle volgarità su Portorico, i ‘latinos’, su Hillary Clinton o le bande di ‘irregolari’ che terrorizzerebbero New York, al di là della violenza verbale contro l’ex deputata Liz Cheney, una delle cifre stilistiche del raduno è il rilancio del mito del complotto, che vuole scatenare uno scenario politico già fortemente polarizzato, e che non farà altro che galvanizzare il tifo più violento, avvelenare ulteriormente i pozzi e delegittimare a priori quello che potrà essere il risultato delle urne.

Ricordiamo, altresì, che il sistema elettorale americano è indiretto, cioè i cittadini non votano direttamente per uno dei candidati, ma scelgono un loro rappresentante, detto “grande elettore”. Ciascuno dei 50 Stati ha un numero diverso di grandi elettori, pari alla somma dei suoi senatori (due per ogni stato) e dei suoi deputati alla Camera (in proporzione alla popolazione e aggiornati ogni 10 anni dal censimento). In tutto i grandi elettori sono 538: 100 come il numero dei senatori, e 435 come quello dei deputati, più tre elettori assegnati dal Distretto di Columbia. Per vincere l’elezione bisogna assicurarsi almeno 270. Con questo sistema detto “winner-takes-all” – cioè “chi vince prende tutto” -, il candidato che conquista il maggior numero di voti in ciascuno Stato ottiene i voti di tutti i grandi elettori.

Ma cosa potrebbe cambiare per l’America dopo le elezioni? Le posizioni dei due candidati su molti temi non potrebbero essere più distanti sui grandi temi come l’immigrazione irregolare, l’aborto, il diritto a possedere un’arma, la sanità pubblica e, non da ultimo, la volontà di impegnare risorse per la lotta al cambiamento climatico. Le elezioni, secondo i più importanti osservatori, avranno un grandissimo impatto anche sul settore dei trasporti e sugli investimenti in infrastrutture statunitensi.

Nel corso della sua campagna elettorale, Trump ha costantemente preso di mira le politiche di Biden e, tra le altre, ha fatto esplicito riferimento all’Inflation Reduction Act (IRA), il pacchetto di norme approvato due anni fa dal Congresso americano che prevede un impegno di spesa per quasi 900 miliardi di dollari, circa il 90% dei quali (783 miliardi) in investimenti per accelerare la transizione verde e riportare parte della produzione manufatturiera e della ricerca tecnologica negli Stati Uniti. Trump ha promesso che per sconfiggere l’inflazione, il suo piano sarà “quello di interrompere il Green New Deal, che a me piace definire la Grande Truffa Verde. Eliminerò tutti i fondi non spesi sotto l’Inflation Reduction Act”.

Infine, uno sguardo alla politica estera, che pure non pesa particolarmente sulle elezioni come invece i temi legati all’economia e all’immigrazione. Ma alcune domande ci interrogano sul futuro. Come cambieranno le alleanze USA dopo le elezioni? Come si relazionerà il nuovo inquilino della Casa Bianca con la controparte cinese? Come cambierà l’approccio all’escalation in Medio Oriente?

Intanto, chiunque vincerà certo vorrà ridurre l’impegno americano nelle regioni di riferimento, in continuità con le politiche americane precedenti. Poi è bene chiarire che l’amministrazione Biden resterà in carica fino a gennaio e le posture successive del candidato vincitore dipenderanno prima di tutto dall’evoluzione dei conflitti. Inoltre, è già previsto il ritiro dal 2025 dall’Iraq e nel 2026 dal Kurdistan e chiunque vincerà dovrà ricostruire l’immagine americana nelle regioni per non lasciare spazio a cinesi o indiani che potrebbero avere interesse alle regioni. Per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente, se il coinvolgimento dell’Iran aumenterà, chiunque sarà il nuovo Presidente, senza dubbio confermerà l’appoggio americano a Israele in continuità con l’attuale amministrazione.

Fatti i dovuti distinguo: nel caso vincesse Harris potrebbero essere imposte sanzioni aggiuntive contro alcuni leader della destra del governo Netanyahu, e sarebbe garantito il sostegno alla soluzione dei due stati; nel caso in cui vincesse Trump assisteremmo ad una postura di maggiore forza e deterrenza e un maggiore favore nei confronti di Netanyahu. Per quanto alla guerra in Ucraina, Trump garantisce una soluzione più veloce, che sarebbe assai gravosa per l’unione europea e il peso della NATO. Di contro Harris è già aperta al confronto e all’ascolto delle preoccupazioni e delle esigenze europee. Certo Trump è favorevole al protezionismo e all’isolazionismo, con dazi che potrebbero aumentare l’inflazione. Harris punta a ristabilire i legami globali, favorendo una maggiore collaborazione internazionale.

La speranza per molti osservatori è che le elezioni diano un risultato netto e che la politica americana sia condotta in sostanziale continuità con quella attuale, anche in considerazione dei mutamenti in corso nella leadership globale che aleggia sullo scenario internazionale.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here