Anni fa, in un colloquio ad alto livello tra uno statista europeo ed un diplomatico cinese, quest’ultimo contestò la affidabilità democratica dell’Europa in quanto, osservò, in Europa si vota di continuo. Ogni anno, se non addirittura ogni mese, i cittadini di una Nazione o di un territorio sono chiamati alle urne. E concluse: che stabilità, che affidabilità ci può essere?
Certo, in termini democratici, il pulpito non era dei migliori… ma la questione posta ha una sua rilevanza.

Ebbene, nel 2024, questa questione trova una importante verifica a livello globale. Infatti, quest’anno, oltre 4 miliardi di persone, la metà (51%) degli umani andrà al voto! Nelle tantissime analisi su come sarà il nuovo anno, la notizia non ha avuto il risalto che merita. Però, ha del sensazionale: in 76 Paesi le urne diranno quali saranno i nuovi assetti locali e, data la dimensione del fenomeno, del mondo. Anche perché tra questi ci sono, nell’ordine di abitanti: l’India con 1,5 miliardi di cittadini, l’Europa con 450 milioni; gli USA con quasi 350 milioni; l’Indonesia con 280 milioni; la Russia, con 150 milioni; il Pakistan con 130 milioni, e molti altri.

Si tratta di un evento storico! Mai prima di ora il principale esercizio democratico aveva coinvolto tante persone e contemporaneamente. Non dappertutto sarà democrazia compiuta. Secondo l’Economist solo in 43 paesi dei 76 chiamati al voto si svolgeranno elezioni davvero libere. Se, dunque, da un lato il cammino è lungo, dall’altro quanto avviene quest’anno, ci dimostra quanta strada si è fatta. Viene in mente la famosa definizione di Churchill sulla democrazia come male minore per tenercela cara e consolidarla. Ma, di fronte alla dimensione del fenomeno elettorale mondiale del 2024, la battuta del diplomatico cinese si ripropone a livello globale e assume un ancor più grande significato. La frammentazione di queste elezioni determina una incertezza sulle prospettive geopolitiche. Nazionalismi e populismi si confrontano (e, a volte, si confondono) con la domanda di autonomia e indipendenza. Un mondo sempre più interconnesso, unitario nelle sue problematiche e prospettive (clima, disuguagianze, diritti) è governato da logiche, passioni e interessi locali, particolari. Il fatto che non ci sia una autorità sovranazionale riconosciuta e con veri poteri sui singoli Stati, appare come il principale problema politico della nostra epoca.

In questo scenario il voto europeo rappresenta un test speciale. Infatti ciò che è in gioco è la idea stessa di Europa e il suo ruolo nel mondo. La crisi di rappresentatività del nostro continente, dovuta ai ritardi nella costruzione di un vero governo politico, di una comune strategia di difesa, economica, fiscale e sociale, svilisce la sua possibilità di svolgere un ruolo protagonista nel processo in atto di definizione di un nuovo ordine mondiale. Due guerre ai confini, il diffondersi di populismi e nazionalismi, la incertezza economica e le divisioni sulle politiche migratorie, le difficoltà nel scegliere la dimensione ottimale dell’allargamento e la complicata vicenda di gestione del debito, sono le principali cause di questo stato di cose. Eppure l’Europa è il più grande mercato del mondo e ha relazioni commerciali con più di 80 Stati; ha una cultura e una tradizione che hanno orientato per secoli le prospettive del mondo intero; pratica un modello economico sociale misto, più rassicurante di quelli pienamente liberisti o collettivisti. Infine, proprio la sua invidiabile posizione geografica la autorizza e proporsi come costruttore di pace.

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Ecco perché il voto dell’8, 9 giugno è così importante e tutti noi siamo chiamati a parteciparvi. Il tempo è poco e il rischio alto. Ma, se riusciremo, noi cittadini europei, che votiamo, a far prevalere una idea di Europa coerente con lo spirito positivo, pacifico e solidale che l’ha animata sin dalla sua nascita, salveremo l’Europa, ma, anche, contribuiremo non poco a far sì che dal voto globale di quest’anno esca un mondo che guardi in faccia i suoi grandiosi problemi e cominci a risolverli.

 

2 Commenti

  1. Grazie , condivido l’analisi lucida e attuale, concordo molto meno che con la sua posizione geografica e’ ” autorizzata a proporsi come costruttrice di PACE”,
    Siamo sappiamo che produciamo armi e le vendiamo. Abbiamo banche che collaborano alla vendita e una percentuale del PIL alla base ha queste vendite.
    Come parlare di PACE………

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