Nei giorni scorsi avete presentato il 51esimo rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno. Il dato più significativo sembra essere la crescita del Sud rispetto al resto d’Italia, trainata soprattutto dal Pnrr.
Il quadro che emerge dal rapporto in realtà è di grande incertezza. Se infatti nel 2024 si conferma, per il secondo anno consecutivo, una crescita del Sud più accentuata che nel resto del Paese, le previsioni per il 2025 sono di un rallentamento della crescita soprattutto nelle regioni del mezzogiorno. A politiche invariate, il 2025 rappresenta infatti un anno di passaggio verso differenziali territoriali di crescita guidati da fattori strutturali sfavorevoli al Sud, a causa del rientro dalle politiche di stimolo agli investimenti privati e di sostegno ai redditi delle famiglie, solo parzialmente compensati dall’impatto positivo degli investimenti del Pnrr.
Tra i protagonisti della crescita ci sono sicuramente i Comuni per la loro capacità di gestire le risorse del Pnrr: li ha definiti “un grande esempio per la spesa pubblica italiana”. Il Pnrr vale il 75% della crescita del sud, cosa accadrà con la fine del Piano?
Le analisi Svimez confermano il ruolo determinante di stimolo del Pnrr alla crescita dell’area. Ma la gran parte dei progetti di investimento è ancora in fase di attuazione. Nella fase attuativa è emerso il protagonismo dei Comuni che hanno gestito oltre 30 miliardi di investimenti Pnrr. Il maggiore sforzo attuativo richiesto ai comuni del Sud è desumibile dalle risorse pro capite da mobilitare: circa 600 euro per abitante in media nelle regioni del Mezzogiorno, a fronte di 430 euro nel Centro-Nord. La buona notizia è che nonostante il disinvestimento sul personale dell’ultimo decennio, i Comuni del Mezzogiorno sono fin qui riusciti a mobilitare una quota di risorse in linea con gli obiettivi del Piano e mostrano stati di attuazione non molto distanti dal resto del Paese. Un dato importante che conferma la validità strategica del Pnrr di puntare sul ruolo degli enti locali. Occorre però in questo quadro dare continuità al ciclo di investimenti anche dopo il Pnrr, evitando il ritorno, come sembra già emergere dall’ultima legge di bilancio, alle politiche di tagli agli enti locali che hanno caratterizzato la fase pre-covid.
Nel Rapporto si evince preoccupazione per il 2025 e il 2026, soprattutto a causa della crisi dell’automotive e degli stop agli incentivi, come la Decontribuzione Sud. Quali misure si possono mettere in campo per limitare i danni?
La decontribuzione ha contribuito negli ultimi anni ad ampliare l’impatto occupazionale della ripresa al Sud. Secondo stime Svimez, l’abrogazione comporterà una riduzione di due decimi di punto della crescita del Pil del Mezzogiorno e di tre decimi dell’occupazione, con circa 25 mila posti di lavoro a rischio. Occorre riaprire subito una vertenza con Bruxelles per riconoscere la necessità di un intervento che, almeno in parte, sterilizzi i maggiori costi a carico delle imprese del sud, per le carenze di infrastrutture e per i maggiori costi energetici. Più in generale, occorre rafforzare le politiche industriali con interventi selettivi. Il Rapporto evidenzia che non ci può essere uno sviluppo diffuso e sostenibile del Mezzogiorno senza un rafforzamento del suo settore industriale. La crisi dell’automotive rischia invece di pregiudicare lo stesso futuro industriale di quest’area. Ricordo che nel 2024 l’89% delle auto italiane sono state prodotte negli stabilimenti del Sud. Complessivamente il settore automotive impiega al Sud, tra diretti e indiretti, 45 mila lavoratori. I dati del 2024 sono drammatici: meno 100 mila auto prodotte pari ad una contrazione del 25%, con punte del -63% a Melfi. Rispetto a questo quadro è necessario un maggiore protagonismo italiano nel favorire una strategia europea per la transizione ponendo al centro la riconversione e rilancio degli stabilimenti del Sud.
In molti avevano riposto speranze nella Zes, perché invece non sembra sortire benefici per l’economia meridionale?
L’elemento di maggiore novità della Zes unica è il tentativo, dopo molti anni di politiche orizzontali, di impostare una strategia organica per il rafforzamento industriale del Mezzogiorno attraverso il ritorno a un principio di selettività, funzionale all’obiettivo di irrobustire alcune filiere strategiche nazionali ed europee identificate nel Piano strategico. Il potenziale della Zes unica non è tanto negli strumenti specifici previsti, quanto nella possibilità di orientare e coordinare, sulla base di strategie definite a livello di macroarea, anche le altre programmazioni di sviluppo territoriale (Pnrr e fondi di coesione). Un percorso che però necessita di un’accelerazione delle procedure attuative – il Piano strategico non risulta ancora formalmente approvato – e di risorse certe nel tempo per le agevolazioni alle imprese (il credito d’imposta Zes è finanziato per il solo 2025), ma soprattutto di una continuità di impegno politico. Il primo punto che abbiamo posto al Governo, dopo la nomina di Fitto a Commissario europeo, è stato di evitare uno spacchettamento delle deleghe su Affari europei, Sud e Pnrr. Il principale elemento di novità perché consentiva un maggiore coordinamento delle ingenti risorse disponibili per investimenti nel Mezzogiorno. Un messaggio che sembra al momento solo parzialmente recepito.
Nonostante i dati positivi registrati negli anni scorsi dal Sud, nell’ultimo decennio c’è stata la fuga di ben 200mila “cervelli”. Come arginare questo vero dramma sociale per il Meridione?
La vera questione in Italia è proprio l’emigrazione dei giovani qualificati. Tema che riguarda l’intero Paese (dal 2012 al 2022, 138mila giovani laureati hanno lasciato l’Italia) ma che diventa vera emergenza nel Sud. Negli ultimi 10 anni i giovani laureati che hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord sono quasi 200mila. Ci si sposta dove si trovano migliori opportunità lavorativa e migliori condizioni salariali. La domanda di lavoro nel Mezzogiorno, cresciuta soprattutto nel settore dei servizi a basso valore aggiunto legate alla filiera del turismo, non è tale da offrire prospettive allettanti per chi possiede competenze avanzate.
Lei si è dimostrato molto scettico sull’autonomia differenziata: cosa la preoccupa di più?
La Svimez in questi anni non ha mancato di far sentire la sua voce, attraverso studi e audizioni parlamentari, sui rischi di frammentazione delle politiche pubbliche e di ampliamento dei divari di cittadinanza che sarebbero derivati dall’attuazione dell’autonomia differenziata. I rilievi della Corte Costituzionale confermano molte delle critiche avanzate in questi anni e colpiscono di fatto i punti cruciali della Legge 86/2024: possibilità di devolvere intere materie; derubricazione dei Lep a meri adempimenti amministrativi; svilimento del ruolo del Parlamento. Il richiamo della Corte non può rimanere inascoltato, le trattative con le Regioni richiedenti maggiori autonomie andrebbero sospese. Il percorso verso una maggiore autonomia deve essere riportato all’interno di un’ordinata attuazione del federalismo simmetrico, basato sui princìpi, inderogabili, della sussidiarietà verticale e orizzontale e della solidarietà nazionale. Un percorso che deve necessariamente partire dal superamento delle iniquità della spesa storica, attraverso una compiuta assicurazione di livelli essenziali delle prestazioni basati su fabbisogni e costi standard, e dalla garanzia di un fondo di perequazione in grado di rimuovere i divari territoriali nella dotazione di infrastrutture economiche e sociali.
Lei conosce molto bene la realtà di Napoli: qual è il suo giudizio sulla città? Sta davvero attraversando una nuova fase di rilancio e “restyling”?
Napoli sta cambiando. Si è avviato a partire dal Patto per Napoli siglato dal Governo Draghi con la giunta comunale presieduta dal Sindaco Manfredi un nuovo percorso basato su responsabilità e visione. Il Patto non è un semplice Piano di risanamento, ma un autentico Piano di rilancio. La vera sfida è ora quella di costruire, intorno a questo percorso, una rigenerazione della città. Aprendo a una nuova stagione di cittadinanza partecipata. Per questo dico: non solo il Patto per Napoli, ma il Patto con Napoli. I dati recenti di un bilancio in equilibrio e gli investimenti in atto con le risorse Pnrr sembrano indicare che si è sulla strada giusta.
Infine l’evasione fiscale, che resta una piaga per tutta l’Italia. Quali misure è necessario adottare per provare a combattere il fenomeno?
L’evasione è un triste primato nazionale che riguarda tutte le aree del Paese. Nelle città del Sud c’è senz’altro un problema specifico di alta evasione delle imposte locali con conseguenti effetti sulla capacità dei Comuni di erogare servizi. Anche su questo, Napoli sta evidenziando segnali di cambiamento. Investire sulle piattaforme digitali e sulla interconnessione tra le banche dati al fine di migliorare la capacità di riscossione è la strada maestra per aumentare la base imponibile e per consentire nel medio periodo, senza aumentare le aliquote già spesso più alte che nel resto del Paese, un incremento delle risorse necessarie a migliorare i servizi per la cittadinanza.



