Ci sono dichiarazioni che, per la loro gravità, non possono essere liquidate come provocazioni o boutade politiche. Quando il segretario alla difesa degli Stati Uniti arriva a ipotizzare la cancellazione del diritto di voto per le donne, non siamo davanti a una “uscita infelice” ma a un segnale preciso: in una parte del mondo, perfino nei Paesi che si autoproclamano paladini della democrazia, c’è chi sogna di riportare indietro le lancette dell’orologio dei diritti.

E non illudiamoci che si tratti di un fenomeno lontano. La disuguaglianza femminile è ancora radicata anche nei Paesi che amano definirsi avanzati. Basta guardare al mondo del lavoro: una giocatrice di pallavolo licenziata perché incinta non è un episodio isolato, ma la punta dell’iceberg di un sistema che troppo spesso considera la maternità un ostacolo, anziché un valore sociale da proteggere. Allo stesso modo, le donne continuano a pagare il prezzo più alto in termini di opportunità di carriera quando si tratta di conciliare lavoro, gravidanza e cura dei figli.

Questi segnali, se letti con attenzione, raccontano una stessa storia: c’è una generazione di leader politici — da Trump a Putin, da Netanyahu ad altri nomi meno noti ma ugualmente pericolosi — che per mantenere il proprio potere sta tentando di frenare il cambiamento, alimentando paure e nostalgie di un passato ingiusto. Non è solo una battaglia di genere, è una battaglia sul futuro stesso della democrazia e dei diritti.

Ecco perché serve una rivoluzione culturale e politica degli under 50. Non per una guerra anagrafica, ma per affermare una leadership che guardi avanti, che abbia il coraggio di difendere e ampliare i diritti, non di contrarli. Una generazione capace di parlare il linguaggio del futuro, di riconoscere la diversità come ricchezza e di mettere al centro le nuove generazioni e le sfide del nostro tempo: transizione ecologica, giustizia sociale, parità di genere, pace.

Le lancette dell’orologio della storia si muovono solo in avanti. Ma perché continuino a farlo, qualcuno deve avere il coraggio di impedire che mani avide e nostalgiche tentino di spingerle all’indietro. Quel coraggio deve venire da noi, ora.

(dal blog di Riccardo Corbucci)

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