In uno scenario globale turbolento e instabile, in una situazione economica nazionale stagnante e di disaffezione civica, ripartire dalle città e investire sui comuni, il principale punto d’incontro delle comunità locali, può rappresentare la strada più diretta per rilanciare senso civico e progettualità di crescita.
Perciò, studiare e discutere questo mondo è urgente e necessario. È questo l’obiettivo che si propone la nuova rivista di Ali, l’associazione dei comuni progressisti, che è stata presentata a Roma, presso la prestigiosa sede della Enciclopedia Treccani.
Già nel sofisticato nome della rivista – Eutopica – (e nella bella e raffinata veste grafica) si intravvede l’ambiziosità del progetto. Il curatore del secondo numero, Francesco Porcelli, introducendo il dibattito che ha accompagnato la presentazione, lo ha confermato, insistendo sull’equilibrio tra equità ed autonomia, come condizione, per i territori, per finanziare il futuro.
È il tema al centro di questo numero della rivista, che propone un insieme di saggi che delinea quella che possiamo, senza remore, definire una vera e propria «cultura del bilancio». Prospettiva necessaria e affascinante che consente di guardare all’ente locale – che spesso è una delle maggiori «imprese» del territorio – come un vero attore della crescita.
Un approccio che Roberto Gualtieri, presidente di Ali, ha rafforzato rivendicando una maggiore autonomia finanziaria e organizzativa dell’ente locale, sempre più in difficoltà per il crescente peso dei compiti e delle responsabilità, cui bisogna far fronte senza risorse sufficienti.
Lo scenario, infatti, che hanno di fronte gli amministratori locali è caratterizzato da tre principali aspetti.
- una crescente e sempre più sofisticata domanda di investimenti e servizi. Crescita quantitativa: più trasporti, più igiene urbana, più assistenza. Ma anche qualitativa: più piste ciclabili; più verde; più tempo libero (spettacoli, sport, cultura) e, in controtendenza con la fuga dalle urne, una richiesta di maggiore partecipazione civica (comitati, associazioni, movimenti…).
- Il permanere e il diffondersi di drammatiche emergenze croniche: casa; povertà e disuguaglianze; sicurezza.
- l’emergere di nuovi problemi (e inediti capitoli di bilancio): cambiamenti climatici; integrazione; mediazione culturale; livelli essenziali di prestazione, ecc.
Le entrate non bastano. I trasferimenti statali si assottigliano e, come ha ricordato Cecilia Guerra, i vincoli del patto europeo non consentono di prevedere una inversione di tendenza. Al tempo stesso, la capacità fiscale dei comuni è al limite e pesa la difficoltà a riscuotere le tasse. Negli ultimi anni si è provveduto a investire utilizzando le risorse del Pnrr. Ma siamo agli sgoccioli.
Cosa succederà dopo il 2026? Al momento non disponiamo di alcun piano, né europeo, né nazionale, che fronteggi il rischio del vuoto che si creerà. Se questo è il contesto, bisogna reagire affrontando più aspetti.
Il primo è consentire ai comuni di gestirsi, in piena autonomia e responsabilità, la propria capacità fiscale oggi sottoposta a troppe limitazioni, liberando il bilancio dalla attuale logica autorizzativa. Si vedano l’imposta di soggiorno; le addizionali; i servizi a domanda individuale e il fondo crediti di dubbia esigibilità (che, però, finalmente ha trovato una prima risposta nella legge di bilancio).
In secondo luogo, è necessario riordinare la legislazione esistente contestualizzandola alla luce dei cambiamenti intervenuti negli anni nella vita pubblica. Consideriamo, per esempio, la Tari, totalmente indipendente dalla esplosione dei flussi turistici. O l’Imu, che prescinde dalle condizioni sociali dell’ambiente urbano.
In terzo luogo, dobbiamo accelerare la innovazione tecnologica dell’amministrazione pubblica. Ernesto Maria Ruffini ha ricordato che se non ci fosse stata la fatturazione elettronica sarebbe stato ben più difficile gestire il Covid.
Dunque: autonomia, riordino, innovazione… Tutto ciò porta al punto di fondo: serve una riforma complessiva della finanza locale che recuperi il federalismo irrisolto, ma non nella direzione che era stata imboccata con la autonomia differenziata, bensì completando il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni in un’ottica di perequazione, come ha sottolineato Silvia Scozzese, e di compartecipazione.
Per riuscirci è necessario «riformare» anche la visione e il ruolo professionale degli amministratori locali a cominciare da coloro che si occupano direttamente di risorse, che – anche simbolicamente – potremmo rinominare: da contabili a programmatori economici, da Ragioniere generale a direttore finanziario, da assessore al bilancio a responsabile economico…
Anche un’innovazione terminologica può far parte di quel cambio di mentalità che abbiamo chiamato «cultura del bilancio».
