10 marzo, 21 aprile, 9 giugno e, infine, un non meglio precisato weekend di novembre. Se il 2024 è stato ridefinito dall’autorevole settimanale britannico Economist come “il più grande anno di elezioni della storia, con più di 4 miliardi di persone, più della metà della popolazione mondiale, chiamate a esprimere un voto, anche l’Italia non sarà da meno.

Oltre all’appuntamento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, che vedrà coinvolti l’8 e il 9 giugno oltre 51 milioni di italiani, si voterà anche in 4 regioni e in 3699 comuni, tra cui 6 capoluoghi di regione e 21 di provincia. Dopo la Sardegna andranno al voto Abruzzo, Basilicata, Piemonte e Umbria. E c’è una domanda che circola insistentemente tra addetti ai lavori e analisti politici all’indomani della vittoria di Alessandra Todde. Cosa succederà ora? Quali saranno le conseguenze sugli equilibri di maggioranza e opposizione?

Le mosse del centrodestra
Una prima, parziale, risposta è arrivata a 48 ore dal risultato sardo. Con una nota congiunta, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Udc hanno annunciato la conferma di Vito Bardi in Basilicata, di Alberto Cirio in Piemonte e di Donatella Tesei in Umbria. “Impareremo dagli errori” aveva annunciato Giorgia Meloni, dopo la sconfitta di Paolo Truzzu, e l’errore sembra proprio essere stato quello di aver forzato la mano con gli alleati di centrodestra per imporre il proprio candidato. Per le prossime elezioni regionali via libera, dunque, alla continuità e non a scelte di rottura che complicano i rapporti con gli alleati e rischiano di avere ripercussioni anche sul piano nazionale. Se la conferma del forzista Cirio in Piemonte appariva scontata, lo erano meno quelle del compagno di partito Bardi in Basilicata e della leghista Tesei in Umbria. Ma a quindici giorni dal voto in Abruzzo, che vede correre per la riconferma il fedelissimo Marco Marsilio, Giorgia Meloni non poteva rischiare défaillance e voltafaccia nelle urne da parte degli alleati. I sondaggi, d’altronde, non sono confortanti. Il presidente uscente ha un vantaggio risicato sullo sfidante di centrosinistra Luciano D’Amico, ex-rettore di Teramo, a cui è riuscito il miracolo di tenere insieme tutta l’opposizione, da Renzi a Calenda, dal Pd ai 5 Stelle, fino alla sinistra radicale. A separe i due aspiranti presidenti di regione ci sarebbe uno scarto che i sondaggisti stimano tra i 2 e i 4 punti, un divario colmabile sull’onda dell’effetto Todde. Perché il voto sardo non è mai stato un voto locale.

L’isola che anticipa il destino dei leader
Lo sanno bene D’Alema e Veltroni, ma anche Berlusconi e Salvini. Nel luglio 1999 il voto nell’isola avviò la crisi del governo D’Alema I che cadde da lì a pochi mesi, dando avvio alla riconcorsa e alla successiva affermazione di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001. Nel 2004 stessa dinamica, ma a destini invertiti. La vittoria di Soru anticipò la fine del rapporto di fiducia tra italiani e Berlusconi, il cui secondo governo cadde l’anno dopo. Vittima del voto sardo fu nel 2009 Walter Veltroni che, uscito sconfitto dalle elezioni politiche dell’anno precedente, con la percentuale di voti più alta di sempre per il Pd, era rimasto alla guida del partito. La vittoria di Cappellacci fu il colpo di grazia perla segreteria Veltroni e per il sogno di un Pd a vocazione maggioritaria. Fino al 2019, quando la vittoria di Solinas in Sardegna anticipò di qualche mese il successo di Salvini alle elezioni europee di giugno, poi compromesso dal Papeete.

Galassia centrosinistra, manuale per l’analisi di una vittoria
Nelle ore in cui i voti arrivati dalle sezioni mancanti riaccendono le speranze del centrodestra per un riconteggio che potrebbe portare a un clamoroso ribaltone, i partiti di opposizione – Pd e M5S, ma anche Azione e Italia Viva – dovrebbero provare a comprendere se il voto sardo possa essere davvero la cartina di tornasole di una crescente insoddisfazione verso le politiche del governo Meloni e quale sia la strada migliore per intercettare questo disagio e trasformarlo in consenso. Per farlo, bisognerebbe essere capaci di fare una serie analisi della vittoria.

Partiamo dal contesto e dai candidati. Ancora a poche settimane dal voto del 24 febbraio, la vittoria del centrodestra in Sardegna sembrava cosa fatta, sull’onda dei sondaggi nazionali che davano FDI vicino al 30%. Eppure, a leggere tra le righe, Paolo Truzzu non era il candidato migliore. Sindaco di Cagliari dal 2019, nell’ultima indagine del Sole24Ore sul gradimento dei primi cittadini si era piazzato al terzultimo posto, tendenza confermata nelle urne, dove i cagliaritani hanno votato in massa per Alessandra Todde. Deputata, imprenditrice, già Sottosegretaria e Viceministra allo Sviluppo economico, la candidata di centrosinistra ha coniugato competenza, legame con il territorio, un programma condiviso e una campagna elettorale fatta casa per casa. Ha saputo creare in poche settimane un legame empatico con i propri elettori trasformando la non vittoria del centrodestra, in un tassello importante per il futuro dell’opposizione.

Le prossime elezioni europee, con il sistema di voto proporzionale, non potranno essere il banco di prova definitivo, ma le regionali sarde dimostrano che se il sogno veltroniano di un Pd a vocazione maggioritaria non può sposarsi con la realtà, è altrettanto vero che il sistema converge verso un bipolarismo di fatto che non può essere ignorato.

Non è solo questione di numeri, ne va del destino democratico del nostro Paese. Il richiamo di Mattarella sulle piazze e il dissenso è lì a dimostrarlo.

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