Il recente rapporto Ocse presentato a Tokyo ha delineato un futuro a tinte fosche per il sistema pensionistico e la sostenibilità del welfare del nostro Paese

Aumento dell’aspettativa di vita, incremento del numero dei pensionati a carico delle casse previdenziali, un sostanzioso ‘buco demografico’ legato all’ammanco di circa 6 milioni di potenziali lavoratori (da previsioni Istat). Sono queste le cause che, secondo il Rapporto Working better with age, presentato dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nei giorni scorsi a Tokyo, porrebbero l’Italia in una condizione futura piuttosto rischiosa per quanto riguarda l’intero sistema pensionistico, tanto che entro il 2050 il numero dei pensionati dovrebbe essere superiore a quello dei lavoratori. Tra i Paesi più colpiti da questo mix di fattori ci sono la Grecia, la Polonia e, per l’appunto, l’Italia. Interessata, ma in misura minore, la vicina Francia, la quale ha fatto registrare buoni risultati nelle politiche di incentivazione demografica.

Dalle baby pensioni a Quota 100: la dis-equità del sistema pensionistico italiano

A complicare il quadro, scrive Dario Di Vico su L’Economia del Corriere della Sera, ci sarebbe il fatto che “in questi anni l’età del pensionamento non si è affatto allungata nella media dei Paesi Ocse tanto che i ricercatori hanno stabilito un parallelo tra oggi e 30 anni fa. Tanto per capirci, i tempi in cui esistevano ancora quelle che chiamavamo baby pensioni e si risolvevano le crisi di interi settori industriali con massicce dosi di prepensionamenti di operai e impiegati. Da allora, sembra incredibile, ma per i grandi numeri non è cambiato molto e provvedimenti come la legge Fornero sono stati tentativi di raddrizzare la situazione oramai in zona Cesarini”.

Proprio quella riforma Fornero che fu primo (o al massimo secondo) baluardo da combattere e cancellare nella campagna elettorale della Lega salviniana. Prima mossa riparatrice? Quota 100, che, secondo le stime governative, avrebbe dovuto creare 3 nuovi posti di lavoro per ogni pre-pensionato. E qui di nuove note amare: dopo quattordici mesi di esecutivo gialloverde, la soluzione proposta da Salvini si è dimostrata sovrastimata e insufficiente: infatti, di 300mila destinatari potenziali, nel primo anno solo 160mila circa hanno ‘approfittato’ di questa possibilità.

Ma il problema è anche un altro: “Quota 100 si è rivelata poco equa nei trattamenti tra i diversi segmenti dei pensionandi, costosa e non strettamente necessaria dal punto di vista macro-economico”, spiega Andrea Garnero, economista presso il direttorato per l’occupazione e gli affari sociali dell’Ocse, che prosegue: “Sia chiaro l’Ocse non pretende che lavorino tutti indiscriminatamente fino a tardissima età ma pensa che il ritiro debba essere governato con strumenti flessibili che allunghino i tempi di uscita ma che contemperino le esigenze dei singoli e quelle delle imprese. Magari con forme di part time negli ultimi anni di lavoro”.

E dunque, quelle di “Quota 100” e della “Legge Fornero” sono questioni tutt’altro che stabili, definite e definitive, e con buona probabilità saranno destinatarie di attenzione da parte del nuovo esecutivo. Della necessità di una revisione ne è convinto il Segretario della Cgil Maurizio Landini il quale, di recente, intervenendo a margine dell’assemblea generale della Camera del Lavoro a Reggio Emilia ha dichiarato: “Mettere mano alla riforma Fornero per cambiarla è una priorità”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here