Mentre l’interesse generale dei media è ipnotizzato dalla situazione politica degli Stati Uniti, compressa tra una campagna elettorale ricca di colpi di scena e molte incertezze sugli esiti delle prossime elezioni presidenziali, Pechino diventa protagonista con la firma di un accordo di unità nazionale tra 14 fazioni palestinesi, Fatah e Hamas comprese e l’incontro con il Ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba. Se la Cina, da sempre, ha dato ampia dimostrazione del suo pragmatismo politico-economico, ora più che mai il suo interesse certamente è motivato dal prendere una rotta specifica: riequilibrare l’ordine mondiale in crisi anche a proprio vantaggio.
Prima di tutto veniamo all’accordo di “unità nazionale”, sottoscritto dai due grandi rivali d’oriente, Fatah e Hamas, che intende determinare il controllo palestinese sulla Cisgiordania e su Gaza una volta conclusa la guerra. Dopo tre giorni di intensi colloqui, l’accordo arriva inaspettato a costruire una piattaforma di base per un “governo di riconciliazione nazionale ad interim” basato su quattro assi fondamentali: l’istituzione di un governo di unità nazionale provvisorio; la formazione di una leadership palestinese unita in vista di future elezioni; la libera elezione di un nuovo Consiglio nazionale palestinese; e una dichiarazione generale di unità di fronte ai continui attacchi israeliani.
La vera svolta dell’accordo, però, segna una riconciliazione tra Hamas e Fatah, i due partiti politici palestinesi, grandi rivali fin da quando scoppiò il conflitto nel 2006, che vide prendere il controllo della striscia di Gaza da parte di Hamas. Ma chi sono e cosa vogliono i due schieramenti? Fatah, acronimo inverso di Harakat al-Tahrir al-Filistiniya o Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese in arabo, significa “conquistare”. E’ un movimento laico fondato in Kuwait alla fine degli anni ’50 dai palestinesi della diaspora dopo la Nakba del 1948 – la pulizia etnica della Palestina da parte del movimento sionista che mirava a creare uno stato ebraico moderno nella Palestina storica. I fondatori del movimento furono il defunto presidente dell’Autorità Palestinese, Yasser Arafat, e Mahmoud Abbas, che è l’attuale presidente dell’Autorità Palestinese.
Basate sulla lotta armata contro l’occupazione israeliana iniziata nel 1965, la maggior parte delle sue operazioni armate furono effettuate dalla Giordania e dal Libano. Durante il governo di Yasser Arafat e dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, Fatah fu il partito dominante nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), creata nel 1964 con l’obiettivo di liberare la Palestina e oggi rappresentante del popolo palestinese presso le Nazioni Unite.
Dopo essere stato espulso dalla Giordania e dal Libano negli anni ’70 e ’80, il movimento ha mutato i suoi obiettivi, virando dalla lotta armata alla negoziazione con Israele. Negli anni ’90, l’OLP guidata da Fatah, rinunciò ufficialmente alla resistenza armata e appoggiò la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva la costruzione di uno stato palestinese sui confini del 1967 (Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza), accanto a uno stato israeliano. Successivamente l’OLP firmò poi gli Accordi di Oslo, che portarono alla creazione di una Autorità Palestinese come organismo di autogoverno ad interim destinato a portare ad uno Stato palestinese indipendente
Hamas, di contro, è l’acronimo di Harakat al-Muqawamah al-Islamiyya, Movimento di Resistenza Islamica. La parola Hamas significa zelo. E’ stato fondato a Gaza nel 1987 dall’imam Sheikh Ahmed Yasin e dal suo aiutante Abdul Aziz al-Rantissi, poco dopo l’inizio della prima Intifada – rivolta palestinese contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Il movimento all’inizio era una filiazione dei Fratelli Musulmani in Egitto, con un’ala militare, le Brigate Izz al-Din al-Qassam, istituita con l’obiettivo di liberare la Palestina storica. Il movimento ha inoltre fornito in molte occasioni di assistenza sociale alle vittime palestinesi dell’occupazione israeliana. Solo nel 2017 Hamas rompe i legami con i Fratelli Musulmani, affermando di voler accettare la nascita di uno Stato palestinese sui confini stabili nel 1967 con il ritorno dei rifugiati palestinesi. Il movimento ritiene che “la fondazione di ‘Israele’ sia del tutto illegale”, differenziandosi in questo dall’OLP, pur essendone componente. Nel 2005 Hamas è entrato nella politica palestinese come partito politico ottenendo una vittoria schiacciante su Fatah alle elezioni parlamentari del 2006. Dopo le elezioni, dal 2007, Israele ha lanciato ben tre guerre contro Hamas e la Striscia.
Oggi, con la sottoscrizione dell’accordo, le 14 fazioni firmatarie si determinano ad una unione come unica possibile via di reazione alla vendetta di Israele per i fatti del 7 ottobre. Tuttavia, l’intesa raggiunta a Pechino, presentata dalla stampa cinese come un grande successo diplomatico e da guardarsi nel contesto delle recenti iniziative per riconoscere lo Stato di Palestina messe in atto da alcuni governi europei, presenta non pochi ostacoli ed alimenta molta diffidenza.
In fondo già nel 2022, ancora con la mediazione di Pechino, fu siglato un analogo accordo in Algeria, senza produrre svolte significative. Tra i palestinesi di Gaza, alle prese con la devastazione di un conflitto di cui non si intravede la fine, l’annuncio è stato accolto con scetticismo, mentre l’opposizione israeliana a qualsiasi ruolo futuro di Hamas è il più serio di una serie di ostacoli all’accordo, considerato inaccettabile. A complicare le cose, c’è il tempismo dell’iniziativa, che arriva in un momento di altissima tensione tra le due fazioni. Di recente il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato che Hamas porta “la responsabilità legale, morale e politica” di prolungare la guerra di Gaza. I leader del partito islamista a loro volta hanno rinfacciato al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, il cui mandato è scaduto nel 2009, di schierarsi con Israele e con gli Stati Uniti per mantenere il suo incarico.
Sul fronte israeliano, è significativo che nelle critiche provenienti dai funzionari israeliani, finora, non si fa alcuna menzione del ruolo svolto da Pechino. Del resto l’intesa arriva in un momento critico per Israele, con Benjamin Netanyahu in visita ufficiale a Washington che, recitando il mantra del “restiamo uniti” ha dichiarato di vedere il futuro di Gaza, oggi luogo di “barbarie”, come una terra semplicemente “smilitarizzata e senza radicalismi”. Del resto la prudenza di Netanyahu oggi è dovuta alla necessità di dover fronteggiare i recenti cambiamenti nella politica interna statunitense, visto che la candidata Kamala Harris è stata più volte critica per il modo in cui Israele ha condotto la sua guerra contro Hamas, alimentando il sospetto che se vincesse le elezioni potrebbe adottare una linea più dura nei confronti di Israele.
Al contempo, la Cina mantiene buoni rapporti con lo Stato Ebraico anche se sostiene da decenni la causa palestinese: favorevole a una soluzione a due stati, Pechino ha già riconosciuto lo stato di Palestina. Gli insuccessi del passato e le divisioni del presente, tuttavia, non sembrano scoraggiare Pechino che già ad aprile aveva ospitato colloqui tra Hamas e Fatah. La riconciliazione è considerata dai cinesi come una questione interna delle fazioni palestinesi, ma allo stesso tempo è vista come l’occasione per giocarsi la carta di nuovo mediatore in Medio Oriente per promuovere la visione di un ordine mondiale alternativo ai fallimenti dell’egemonia statunitense.
Un ulteriore segnale in tal senso è la visita di due giorni a Pechino del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, che ha fatto incassare alla Cina il ruolo di “attore chiave” nella apertura di un tavolo delle trattative con Mosca, a cui l’Ucraina ha dato segnali di apertura. L’ambizione di proiettare un’immagine da “potenza responsabile” è una postura evidente da mesi, e certamente il passaggio è favorito dal caos americano. Tra l’annuncio del ritiro di Joe Biden, il possibile ritorno di Donald Trump, l’incertezza di una alternativa democratica, ha convinto Xi che diversi paesi possano ritenere gli Usa imprevedibili e adottare un approccio più dialogante con la Cina.
(Foto di Christian Feng su Unsplash)
