Poco ci interessiamo noi occidentali al continente africano, benché il suo andamento economico negli ultimi decenni sia stato tutt’altro che stagnante e benché, diversamente da come viene percepito dalla sensibilità collettiva, sia una regione ricca di risorse estrattive (combustibili fossili e minerali) indispensabili alle nuove tecnologie e con grandi potenzialità di sviluppo. Non dimentichiamo che nel sottosuolo africano si trovano rispettivamente il 7% e il 9% delle riserve globali di petrolio e di gas, mentre a svolgere un ruolo chiave sono anche i minerali critici la cui domanda a livello mondiale, secondo le previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), dovrebbe quadruplicare entro il 2040. Si stima che l’Africa detenga circa un quinto dei principali metalli necessari per la transizione energetica, oltre il 48% delle riserve globali di cobalto (concentrato soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo) e il 47,6% delle riserve di manganese (di cui la gran parte in Sudafrica), nonché riserve di grafite, rame, nichel e altri materiali di importanza strategica.

Al contrario di quello che l’opinione pubblica immagina, la regione ha registrato un andamento dinamico e profondamente intrecciato con quello delle sue relazioni esterne, si presenta come l’area più diversificata del pianeta per numero di entità etniche e linguistiche (circa duemila), ha una superficie superiore per estensione a Stati Uniti, Cina e India messi insieme, detiene il record di popolazione più giovane del pianeta e di popolazione che cresce e si urbanizza più rapidamente di qualunque altro stato. Dal 2000 al 2020, la popolazione subsahariana è aumentata del 72%, un’espansione destinata a proseguire fino a superare la soglia dei 2,1 miliardi di persone nel 2050 (il 22% di quella mondiale) e oltre 3,4 miliardi nel 2100, riducendo gradualmente il divario con l’Asia.

Tutti questi fattori dovrebbero farci intuire che l’Africa giocherà un ruolo importante, se non determinante nel XXI, e non solo in termini negativi. Del resto i rapporti dell’Africa subsahariana con il resto del mondo stanno vivendo una profonda trasformazione, perché il quadro internazionale sempre più diversificato e competitivo genera nuove opportunità, come pure perché i grandi shock globali degli ultimi anni (dalla pandemia del Covid 19, all’impatto della guerra in Ucraina e adesso alla crisi israelo-palestinese) si sono naturalmente riflessi nel contesto africano, con importanti implicazioni socioeconomiche e politiche. Pertanto, in un periodo in cui i paesi europei, tra cui l’Italia, guardano ai rapporti con il continente africano con una rinnovata postura, si dovrà tenere conto di questo riposizionamento dell’Africa nel contesto internazionale, promuovendo scambi economici e politici con la regione sia sul piano bilaterale che multilaterale. E’ bene sapere che l’andamento economico dell’Africa subsahariana negli ultimi decenni ha vissuto due grandi fasi economiche, a vent’anni di distanza circa l’uno dall’altro, in concomitanza con altrettanti passaggi chiave.

La prima fase si colloca nel periodo tra il 2000 e il 2014 ed è caratterizzata da una inedita crescita media annua del 5,3% – pur con ritmi diversi da caso a caso e tassi molto contenuti o addirittura negativi, per buona parte del periodo, in paesi come Costa d’Avorio, Zimbabwe o Gabon. Questo processo è stato alimentato dalla combinazione di vari elementi: alcune riforme politiche ed economiche introdotte negli anni Ottanta e Novanta, i prezzi delle materie prime tendenzialmente favorevoli legato all’aumento della loro domanda nei mercati mondiali, un miglior contesto per gli investimenti esteri, il rinnovato sostegno degli aiuti internazionali e alcuni sviluppi tecnologici. Per effetto di questi fenomeni, tra il 2000 e il 2014 il Pil pro capite della regione subsahariana è aumentato del 36%, pur in maniera contenuta, considerata la forte espansione demografica. In quegli stessi anni alcuni stati africani avevano ridotto gradualmente il livello di povertà: la Tanzania era passata dall’86% nel 2000 al 49% nel 2011, seguita da Ciad e Repubblica del Congo ed l’Etiopia dal 61% al 31%.

La seconda fase, successiva al 2014, si caratterizza invece per un forte rallentamento della crescita economica dovuta al crollo del prezzo internazionale del petrolio e al rallentamento dell’economia cinese, con la conseguente riduzione nella domanda di altre materie prime. Tra il 2015 e il 2019 (dunque già prima della pandemia), pur rimanendo positiva, la crescita media si era assestata su un ben più modesto 2,8%. Alcuni giganti regionali, come l’Angola, la Nigeria e il Sudafrica, si trovarono di fronte ad un vero e proprio tracollo, mentre paesi, come l’Etiopia, il Rwanda, la Costa d’Avorio, la Tanzania e altri ancora, continuavano a registrare tassi di crescita elevati. Dunque il continente si andava mostrando con un assetto a crescita variabile.

La pandemia nel 2020, con l’arresto del turismo ed il crollo del prezzo delle materie prime, ha invece provocato la prima recessione dell’intera regione. A questo si è andato ad aggiungere un rallentamento economico alimentato tanto dalle difficili condizioni macroeconomiche globali, legate ad incertezza geopolitica ed elevata inflazione, come pure dalle ricadute del conflitto in Ucraina, che si è riverberato sulle importazioni di grano e sul prezzo di beni alimentari ed energia.

In questo scenario, il rapporto medio tra debito pubblico e PIL per i paesi dell’Africa subsahariana ha raggiunto il 56% nel 2022 (un valore che supera il 60% quando si considera l’Africa nel suo complesso), con paesi in situazioni particolarmente delicate come Eritrea, Mozambico, Zimbabwe e Ghana che hanno toccato, rispettivamente, il 146%, il 102%, il 102% e il 99%. Lo Zambia, che si è dichiarato insolvente nel 2020, il Ghana, dopo aver visto una nuova crescita del debito a partire da metà degli anni Duemila, ha dichiarato default nel dicembre 2022 e chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale, con cui ha raggiunto a maggio un accordo per un prestito di 3 miliardi di dollari.

Secondo le ultime stime a disposizione, l’impatto della pandemia da Covid-19 e del conflitto in Ucraina avrebbe generato circa 28 milioni di nuovi poveri nel periodo 2020-2022, portando il totale di africani sotto la soglia di povertà estrema a 420 milioni – pari al 60% del totale a livello globale. Questo dato si accompagna a quello dell’aumento del numero di persone in condizione di insicurezza alimentare nella regione, cresciuto di più di 46 milioni tra il 2019 e il 2021.

Infine, per restare sui dati critici, il sentiment dei governi regionali lascia trapelare una diffusa percezione di marginalizzazione della regione nell’agenda internazionale. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ad esempio, come pure per la risonanza internazionale accordata allo scontro tra Israele e Hamas, non sono mancate le critiche per la mobilitazione a favore di Kiev nelle sue varie forme (dal canale facilitato a supporto dei rifugiati ucraini all’abbondante flusso di aiuti finanziari e militari, nonché all’importante sostegno militare accordato da UE e Stati Uniti) ben maggiore rispetto a quella generata da crisi africane di lungo corso o particolarmente acute, come la grave emergenza alimentare nel Corno d’Africa o, più di recente, l’ondata di rifugiati e sfollati interni causata dalla guerra civile in Sudan.

L’Africa subsahariana dal 2000, grazie però al proprio dinamismo economico, seppure tra alti e bassi, vive una profonda trasformazione dei legami commerciali con la rosa dei partner esterni, che si è modificata profondamente, non solo per il ruolo da capofila che la Cina ha avuto negli ultimi vent’anni, ma anche per l’ingresso di partner non tradizionalmente presenti sul continente: Stati Uniti, India, Turchia, Russia e paesi emiratini, questi ultimi soprattutto con investimenti nelle infrastrutture portuali. Anche l’Unione europea ha avviato alcune grandi iniziative infrastrutturali come il Global Gateway: dei 300 miliardi di euro stanziati per il piano da Bruxelles, 150 miliardi sono dedicati all’Africa attraverso il Global Gateway Africa – Europe Investment Package, a testimonianza di quanto l’Africa sia considerata importante nel quadro delle iniziative strategiche europee di connettività.

Non va infine trascurato l’intensificarsi della “summit diplomacy” verso l’Africa, a dimostrazione dell’appeal del continente sul piano internazionale, che ha determinato il rafforzamento delle rappresentanze diplomatiche di molti paesi sul continente. L’esempio più lampante è forse quello della Turchia, che nel giro di 20 anni ha visto il numero delle sue ambasciate in Africa passare da 12 a 43. La stessa Italia ha aperto cinque nuove ambasciate a sud del Sahara, quasi tutte in Africa occidentale, arrivando ad un totale di 25.

L’Italia, in particolare, dopo un periodo di relativo disimpegno, nell’ultimo decennio ha mostrato la volontà di intraprendere con l’Africa subsahariana rinnovati rapporti: sono state compiute 25 visite bilaterali ufficiali compiute, dal 2013 ad oggi, da parte dei diversi Presidenti del Consiglio che si sono succeduti al governo o da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nonché sono state organizzate tre conferenze Italia-Africa a partire dal 2016. L’esecutivo attuale con una certa enfasi ha rilanciato l’attenzione verso il continente tramite il decreto-legge Piano Mattei, approvato il 4 novembre 2023 dal Consiglio dei Ministri, poi convertito in legge il 10 gennaio 2024, le cui componenti specifiche verranno delineate nei prossimi mesi. Per quanto gli osservatori abbiano sottolineato soprattutto l’attenzione del Piano al campo dell’energia e della gestione dei processi migratori, l’iniziativa sembra presentare un elenco di ambiti nei quali sviluppare collaborazioni con i paesi dell’area sulla formazione del capitale umano e l’allocazione di quote di immigrazione destinate al lavoro qualificato presso imprese italiane.

L’aspirazione del nostro Paese a proporsi come snodo di raccordo eurafricano rappresenta senza dubbio un potenziale significativo, ma pone al contempo una serie di caveat. Attualmente l’Africa subsahariana costituisce per l’Italia poco meno di un quarto degli scambi commerciali con il continente africano, e l’export verso l’Africa rappresenta solo il 3,4% di quello totale italiano. In entrambi i casi i margini di espansione potrebbero ampliarsi.

Attenzione dovrà essere riservata al ruolo del settore privato. Elaborare cioè una strategia concreta di inclusione delle piccole e medie imprese (PMI) di entrambe le parti, potrebbe conferire all’intervento maggiore dinamicità e valore aggiunto per un vero progetto di collaborazione strutturato e di lungo periodo.

La credibilità della proposta italiana dipenderà dalla realizzazione degli impegni presi, dalla scelta di obiettivi realistici nel delineare future iniziative, ma anche dalla coerenza con il quadro delle iniziative europee nel quale necessariamente andranno a inserirsi. Primariamente andrà esaminato e compreso il nesso tra il livello di sviluppo dei paesi di origine dei migranti e l’andamento dei flussi migratori. Leader e opinione pubbliche africane percepiscono l’interesse italiano ed europeo come eccessivamente incentrato sulla gestione delle migrazioni, incasellate nel dialogo politico come un aspetto problematico “da risolvere” nella relazione tra le due parti del Mediterraneo. Nella gestione dei processi migratori sarà indispensabile allentare l’attenzione ad una gestione prettamente securitaria ed emergenziale per sviluppare una più ampia visione di sviluppo e collaborazione congiunta.

Italia ed Europa sono chiamate ad una duplice sfida: da una parte, definire una partnership con i paesi africani incentrata sul rispetto e la promozione dei valori democratici per portare un concreto benessere e lo sviluppo dei paesi partner. Dall’altro, sarà cruciale stanziare fondi all’altezza delle promesse, puntare ad una comune cooperazione fiscale internazionale che risponda alle istanze della regione. I rapporti multilaterali con l’Africa subsahariana vanno coltivati anche massimizzando e regolarizzando l’uso di piattaforme di collaborazione come il G7; la presidenza italiana nel 2024 rappresenterà una nuova opportunità per promuovere un confronto aperto e produttivo tra le economie più avanzate e i paesi africani.

(Foto di James Wiseman su Unsplash)

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