A 75 anni dalla sua istituzione, tra difficili scelte e prospettive fitte di incognite, l’Alleanza Nato vive oggi uno dei periodi di maggiore turbolenza. Per l’occasione i leader dei 32 paesi membri in questi giorni sono riuniti a Washington, in una tre giorni di confronto sulle numerose sfide che li vedrà inequivocabilmente protagonisti.

Sul futuro dell’Alleanza pesano senza dubbio le traiettorie geopolitiche determinate da diversi fattori: la guerra in Ucraina, la competizione con la Cina e il conflitto in Medioriente. Ma forse ancora di più gravano le incertezze politiche degli Stati Uniti e l’avanzata delle destre estremiste in Europa.

Il più urgente dei punti all’ordine del giorno del confronto, secondo Jens Stoltenberg al suo ultimo vertice da segretario generale prima di cedere il testimone all’ex premier olandese Mark Rutte, riguarda la situazione Ucraina. Alla vigilia del summit, la Russia ha intensificato la sua offensiva con raid aerei e un vasto attacco missilistico su diverse città, uccidendo almeno 41 civili e danneggiando gravemente il principale ospedale pediatrico della capitale. L’attacco in pieno giorno ha avuto effetti tra i più ferali e di grande impatto sull’opinione pubblica, che hanno gettato sconcerto e profondo turbamento, soprattutto considerato che l’obiettivo è stato colpire, deliberatamente, il più importante ospedale pediatrico del paese.

Dunque, al vertice in corso i paesi membri sembra si apprestino ad approvare la creazione di un nuovo comando alleato (a Wiesbaden, in Germania) per l’assistenza e l’addestramento militare alle forze ucraine, oltre a varare a favore dell’Ucraina un pacchetto di 40 miliardi di euro per i prossimi dodici mesi. Si tratta di un impegno finanziario fortemente ridotto rispetto alla previsione iniziale di 100 miliardi di dollari, anche se spalmati su più anni. I tagli sono determinati inequivocabilmente dalle incertezze politiche con cui molti dei partecipanti si trovano a fare i conti e che impediscono di prendere impegni ‘a lunga scadenza’. Tra i leader coinvolti e presenti a Washington, per esempio, c’è il presidente francese Emmanuel Macron, alle prese con la formazione del nuovo governo all’indomani dei risultati elettorali di domenica scorsa. Anche il tedesco Olaf Scholz, il principale fornitore europeo di aiuti all’Ucraina, guida un governo profondamente impopolare, mentre nel suo paese l’estrema destra filorussa di Alternativa per la Germania (AfD) ha ottenuto più voti del suo partito alle elezioni europee dello scorso giugno. Gli olandesi, poi, hanno un nuovo governo guidato dall’estrema destra, mentre il Belgio è in amministrazione provvisoria. Più di una dozzina di importanti leader – eccetto Giorgia Meloni e Keir Starmer, appena insediatosi a Downing Street – purtroppo hanno gradimenti interni ai loro paesi assai negativi.

Nel corso del vertice, il nuovo premier britannico Keir Starmer, laburista moderato, ha evocato un patto di sicurezza rafforzato fra il Regno Unito e l’Ue, visto però come strumento “complementare” alla Nato e non come alternativa al legame transatlantico, confermato come pilastro geopolitico di Londra. L’ospite di casa, Joe Biden, è però colui che si trova nella peggiore situazione dovendo accogliere premier e capi di stato nel momento in cui deve tenere testa alle forti pressioni provenienti da esponenti del suo stesso partito, che gli chiedono di ritirarsi dalla corsa per la Casa Bianca. Ora la prospettiva di un ritorno di Trump alla presidenza americana non getta nello scompiglio solo i democratici. Il tycoon, in testa nella maggior parte dei sondaggi nazionali e in quelli negli stati ‘swing’ – cioè indecisi, ma cruciali per l’esito del voto – ha minacciato, se rieletto, di ritirarsi dalla Nato, di chiedere agli Stati membri di non frapporre scuse al finanziamento dovuto all’Alleanza e quel che è peggio, ha più volte ipotizzato che se tornasse nello Studio Ovale, metterebbe fine al conflitto in Ucraina ingenerando il sospetto di un suo avallo alla spartizione del territorio ucraino a favore di Mosca.

Una NATO con ‘meno America’, anche a prescindere da chi sarà il futuro Presidente, comporterà con ogni probabilità una chiamata all’intervento per gli altri alleati.

Una NATO con ‘più Europa’, rafforzando il ‘pilastro’ europeo dell’Alleanza e le relazioni dirette con l’UE, si profila come un cammino pieno di ostacoli e insidie, a cominciare dall’effettiva volontà e capacità dei governi di investire più risorse (finanziarie, industriali e anche umane) per la difesa del continente. Fino allo scorso anno sono stati pochi i Paesi alleati che hanno rispettato la promessa di investire il 2% del Pil in spese per la Difesa e la Nato, di contro negli ultimi anni si assiste ad un drammatico aumento della spesa per la difesa in Europa e Canada, mentre oggi 23 paesi membri hanno promesso di farlo.

L’ultima bozza uscita dal vertice Nato dice che la Nato continuerà a sostenere l’Ucraina “nel suo percorso irreversibile verso la piena integrazione euro-atlantica, compresa l’adesione alla Nato” (lo riporta l’agenzia britannica Reuters, che cita una propria fonte nell’Alleanza). Un senso di sconcerto e instabilità aleggia, però, nella tre giorni di Washington anche a causa delle decisioni compiute in totale autonomia dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, che prima si è recato a Mosca, per incontrare il presidente Vladimir Putin, e poi a Pechino per colloqui non annunciati con il leader cinese Xi Jinping. Ci si chiede se il suo comportamento sia un corteggiamento dei leader autoritari, oppure una sfida agli obiettivi di politica estera dell’Alleanza che ha imposto sanzioni alla Russia e considera il leader cinese un “rivale sistemico”.

I resoconti ufficiali dichiarano che la Cina ha tenuto la barra dritta sulla fine dei combattimenti in Ucraina, benché l’Ucraina respinga le condizioni sul tavolo perché le considera a favore della Russia. La preoccupazione nei confronti della Cina e della sua amicizia apparentemente “senza limiti” con la Russia di Putin, già emersa nei documenti dell’Alleanza fin dal 2019, a causa di una sua esercitazione congiunta con la Bielorussia presso la frontiera polacca, proprio alla vigilia del summit, ha preso ulteriore forza, anche se la maggioranza degli alleati europei appare determinata a mantenere la NATO nell’area ‘euro-atlantica’ e a concentrarsi sulla sua mission originaria: deterrenza e difesa.

Proprio durante il vertice, la Cina ha espresso la sua “opposizione” al fatto che la Nato “si rechi nella regione Asia-Pacifico incitando al conflitto e allo scontro”. In una conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha esortato la Nato a mantenere la sua “natura difensiva e regionale”, esprimendo la speranza che l’organizzazione non metta in atto posture che possano in qualche modo alimentare conflitti e scontri e minare la prosperità e stabilità regionali. Lin ha consigliato all’Alleanza di “svolgere un lavoro più pratico per la pace, la stabilità e la sicurezza globale”.

Al vertice, infine, sono stati di nuovo invitati – oltre a Zelensky – anche i leader di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud, conferendo al summit una connotazione da Occidente ‘globale’, forse proprio perché si trova ad un crocevia incerto per il suo futuro. Il percorso dell’Ucraina verso l’adesione alla Nato è comunque oramai “irreversibile”, anche se Kiev dovrà dimostrare impegno e determinazione nell’ambito della democrazia e della lotta alla corruzione.

Un’ultima questione è l’attenzione non pervenuta sul conflitto Israelo-Palestinese, che al contrario dell’Ucraina, difficilmente sarà sotto i riflettori nel summit in corso. Numerosi paesi del Sud Globale accusano di “ipocrisia” l’Occidente, il G7 e la NATO di non esprimere la “giusta” pressione nei confronti di Netanyahu o una efficace condanna dei raid israeliani su scuole e ospedali. Scenari simili, simili “operazioni speciali”, differenti reazioni. Dunque, il Summit, che si profilava come un evento essenzialmente consensuale e celebrativo, primariamente come una sorta di piattaforma politico-elettorale per Joe Biden, con una vigilia piuttosto movimentata, si profila come un evento le cui conclusioni determineranno non poche critiche ed ulteriori riflessioni.

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