Una bella piazza quella che, sabato 15 marzo, si è radunata a Roma per manifestare a sostegno dell’Europa.
Tante persone, tantissime… un “popolo”, le ha definite l’ideatore, Michele Serra.
Il popolo, si sa, non è tutto uguale, non la pensa tutto allo stesso modo; per sua natura è plurale. Ma c’è qualcosa che lo può tenere unito: dei valori, degli interessi, una comune prospettiva o una preoccupazione.
Tutto questo si respirava tra la gente che ha gremito piazza del Popolo, storico spazio dove da decenni partiti, sindacati, movimenti hanno esercitato ed esercitano il diritto civico e democratico di riunirsi e dire la propria insieme, collettivamente.
Così è stato anche stavolta. Ma con una differenza: non è stata una piazza di parte, la manifestazione di questo o di quello…
No! Stavolta è stata davvero la piazza di tutti quelli che sono venuti sotto una sola bandiera: quella blu dell’Europa.
Variopinta ed eterogenea per cultura, condizione sociale, età, le gente era serena e convinta.
La serenità è il prodotto dell’unità. Le divisioni quotidiane che la cronaca politica ci consegna non potevano essere ignorate. Sarebbe sciocco anche solo pensarlo e sarebbe sbagliato esorcizzarle. Ci sono state anche assenze non comprensibili, ancorché motivate dai temi dirimenti: la difesa comune, il riarmo e, di conseguenza, le diverse prese di posizione sull’appoggio incondizionato, condizionato, dubbioso, all’Ucraina e, per converso, la distanza, o meno, dalla Russia o da Trump.
Ma non era questo il cuore politico della manifestazione. Il motivo prioritario per il quale si è deciso di scendere in piazza e, appunto, di farlo senza sventolare bandiere diverse, era l’Europa. Era necessario affermare che la prospettiva europea viene prima, e deve venire prima, di ogni discussione. Da qui la convinzione, diffusa tra i manifestanti, che solo una vera, solida, irreversibile prospettiva europea ci salva dai rischi di un inesorabile declino. Convinzione che dev’essere ancor più decisa oggi, di fronte alla precarietà e complessità degli equilibri globali, che Trump rende ancor più problematici, con Russia e Cina pronte a chiudere tutto in un gioco a tre.
Per questo esplicito e percepibile bisogno di Europa, per la numerosa partecipazione, per il clima positivo tra i presenti e anche per le modalità, quasi informali, con cui è stata indetta, la piazza europea di sabato 15 marzo è stata un successo.Il punto, ora, è sapere che cosa questo successo rappresenta un momento di speranza collettiva e fiducia importante, ma privo di conseguenze politiche. O l’avvio di un percorso, di un processo destinato a crescere?
La risposta non viene dalla piazza; la piazza ha espresso una domanda e, direi, ha posto una rivendicazione e l’ha girata alla politica, che, come ha ricordato Corrado Augias, porta le vere responsabilità.
Certo, è fondamentale che la società, nel suo complesso, partecipi e si viva come protagonista, in prima persona, del progetto Europa; ma a guidarlo non può che essere chi ha il compito istituzionale di rappresentarla.
In questo senso, ha assunto un grande significato la presenza dei sindaci e dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani.
Il particolare momento storico che stiamo vivendo è segnato dall’incertezza, dal disorientamento delle persone e delle comunità, dal bisogno di riferimenti certi.
Chi è convinto che la risposta stia in una visione partecipativa della democrazia ritiene anche che, nell’assenza di una solida governance globale, nei limiti evidenti degli Stati nazionali, nella debolezza di una prospettiva europea (invece indispensabile), occorra moltiplicare i luoghi e animare le sedi della prossimità, della sussidiarietà.
Non come rifugio, ma come prospettiva!
I territori sono i luoghi; le reti istituzionali e associative che danno vita a relazioni comunitarie le sedi.
I comuni sono al centro, all’incrocio di queste reti comunitarie. I comuni e l’Europa rappresentano, insieme, un argine alla piena che ci sta inondando e un presidio di democrazia reale, non solo formale, di partecipazione e socialità. Gaetano Manfredi, presidente nazionale dell’Anci e sindaco di Napoli, lo ha detto, parlando dal palco: “abbiamo portato a Roma il cuore delle nostre comunità… vogliamo più Europa nelle città”. Non solo nelle città italiane, ma in quelle europee. Per questo il passo ulteriore è la mobilitazione dei comuni d’Europa.
Così come ha un preciso significato la presenza in piazza dei sindacati confederali, che, divisi da troppo tempo, hanno trovato nell’Europa un terreno unificante.
Ma quali sono i passi necessari perché questa bella piazza non resti solo la fotografia di un’ulteriore speranza delusa?
Il primo di questi passi è tenere alto il tiro. Molti dicono che questo non è il tempo delle utopie o dei sogni, che l’Europa è ormai un miraggio e conviene adattarsi al principio di realtà. No! Al contrario:
“È tempo di Europa!”, come dice il Manifesto lanciato dall’Associazione Fondaco Europa, che sottoscriviamo e pubblichiamo. C’è una differenza tra utopia e sogno. Le utopie sembrano fuori dalla nostra portata, i sogni no; possiamo realizzarli. E lo abbiamo già fatto.
Dopo la seconda guerra mondiale sembrava impossibile solo immaginare quanto, all’inizio del conflitto, fantasticarono a Ventotene Spinelli e gli altri; e, poi, quanto audace sembrò il sogno di Schumann e via via di De Gasperi, Adenauer, Delors, Prodi…
È ancora la storia a dirci come questo processo è venuto crescendo e si è imposto.
Sono due le condizioni che lo hanno consentito.
La prima è stata la tenuta di una visione riformista; la capacità, cioè, di tenere insieme, di non mettere in contraddizione, il sogno con la realtà. La costruzione progressiva, per tappe – per piccoli, e talvolta grandi, passi – del mercato comune, della libera circolazione delle persone, della moneta unica sono state possibili perché la concretezza delle decisioni parziali ha sempre avuto come orizzonte l’idea dell’Europa federale.
Ma questa politica ha retto per la seconda ragione: la testarda cocciutaggine di un gruppo di fondatori prima, costruttori poi. Persone e Stati che hanno fatto da traino, da volano. Che hanno fatto la differenza.Oggi sembra porsi lo stesso problema. Di fronte alla lentezza dei processi con i quali si muove l’Europa, bloccata dall’unanimismo nelle decisioni, sottoposta alla contraddizione istituzionale (gli elettori eleggono il Parlamento, ma né loro, né il Parlamento eletto possono scegliere il governo); disorientata dall’avere una Costituzione e un libero movimento di merci e persone, ma non un regime fiscale omogeneo e, come ora appare clamorosamente attuale, non disporre di un adeguato sistema di difesa europea.
Dobbiamo recuperare e rilanciare la visione degli Stati Uniti d’Europa, che non rinunciano alla ricchezza delle proprie differenti specificità, ma perseguono l’obiettivo di una maggiore integrazione verso un vero e proprio Stato federale.
Ciò significa ridisegnare i poteri istituzionali; completare il processo di integrazione, con priorità alla difesa e alla fiscalità comune; adeguare alle nuove sfide globali l’economia sociale di mercato e lo stato sociale.
Servono anche dei leader che promuovano e sostengano questo rinnovato sogno, questa realistica utopia.
Leader collettivi, prima che singole persone. Cioè proprio gli Stati!
Abbiamo bisogno di un nuovo “Patto di Roma”, con protagonisti convintamente disposti a intestarsi e a guidare questa nuova fase della storia europea.