La forza è certamente preferibile al suo contrario, come strumento efficace di azione e protezione, propria ed altrui e perfino collettiva, ed in tal senso ha il suo immenso valore, tanto che l’uomo si è sempre impegnato ad accrescerla oltre i propri limiti muscolari, con strumenti e congegni meccanici e con materiale propellente ed esplosivo. Per l’energia e l’effetto che produce la forza può anche servire a fini distruttivi, utili all’uomo, come eliminare ostacoli, o trasferirli. Può, però, essere spesso utilizzata a fini molto dannosi, come strumento di intimidazione, offesa, distruzione e morte tra privati ed anche tra nazioni. E tale uso degrada l’uomo e gli produce il deserto intorno ed è stato all’origine di tutte le stragi prodotte da odi, scontri, guerre.
Vittima designata e senza scampo, il debole può salvarsi solo se un particolare congegno o favorevole circostanza venga in suo soccorso ed allora può farsi beffe del forte, come l’agnello della favola che, trovandosi su un muro alto, insultava il lupo che passava da sotto e di rimando gli diceva ‘non sei tu che mi insulti, ma questo muro’. Se alla forza si associa l’astuzia, la miscela diventa micidiale ed invincibile, insensibile alla pietà, ma spesso anche al proprio danno. Per impedire ogni uso irrazionale della forza fisica interviene la legge, che regola i rapporti umani e indica l’ambito dell’agire ‘razionale’, e quindi umano, contrapposto ad ogni comportamento deleterio e degradante dell’uso della forza fisica.
L’umanità saggia ha ritenuto così di formulare leggi finalizzate al suo contenimento anche come prepotenza sociale. E don Lorenzo Milani aveva ragione nell’affermare che la legge è l’usbergo dei poveri e dei deboli contro la prepotenza dei forti. E solo questa finalità rendeva una legge giusta, ben consapevole che i forti riescono pure ad imporre leggi che, invece, le loro prepotenze le legittimano, rendendole ammissibili come espressioni della competizione sociale, irrinunciabile motore di progresso collettivo, pur se pagato dal sacrificio della parte più debole, a cui si può imporre tutto perché non ha mezzi di ritorsione. E così spesso la legge non è più finalizzata alla giustizia e tradisce il suo compito: non è freno alla forza, ma sua legittimazione, e può perfino minacciare di cancellare dal pianeta un’ intera civiltà di millenni, con una ulteriore folle escalation rispetto al passato, quando si si sono, con due sole bombe atomiche, cancellate due città.
La classe dei deboli, dove e quando vige una tirannia, non ha alcuno strumento per la propria difesa, mentre dove fiorisce la democrazia potrebbe con il voto imporre delle leggi giuste a propria legittima protezione, costituendo ed utilizzando la maggioranza elettorale. E tuttavia, alla debolezza della classe proletaria spesso si associa la sua divisione, perché molti poveri disperati si adattano a rendersi subalterni ai potenti e a vivere da servi o da schiavi, pur di sopravvivere. Allora il diritto e la legge, da difesa dei deboli, e perfino con il loro consenso, si trasformano in arma dei forti autorizzati a sfruttarli, e tradiscono il principio fondamentale della giustizia, che è quello di perseguire l’uguaglianza non solo delle possibilità o chances, ma anche delle condizioni concrete di vita di chi, o per ignavia o per il concorso di condizioni avverse, non è riuscito a costruirsi una condizione economica e sociale di sopravvivenza.
E tuttavia, concedere dignitose condizioni di vita ai poveri sarebbe anche interesse dell’intera collettività, ricchi e potenti compresi, perché in fondo i soldi che la collettività concede ai non-abbienti entrano nel circolo produttivo dell’aumento delle richieste di mercato, soprattutto dei beni di consumo di base, e ciò ne stimola la produzione a tutto vantaggio dei produttori. La solidarietà sociale non è, pertanto, interesse solo dei diretti beneficiari, che sono i poveri, ma anche di coloro che ne producono i beni, perché ne trarranno maggiori introiti.
Non si tratta di utopie, ma di meccanismi reali di mercato, che ci richiamano a condizioni di concreta realtà, e impongono un cambiamento di prospettiva nel riferimento a quei valori che hanno trovato una esplicita e suggestiva enunciazione nella predicazione e nell’esempio del trentenne palestinese Gesù di Nazareth, due millenni fa, e sono registrati nei suoi Vangeli. Essi si riferiscono all’amore del prossimo, anche del nemico, al rispetto dei deboli, soprattutto bambini e donne, alla mitezza, alla tolleranza, alla misericordia, alla distribuzione dei beni, del pane agli affamati e delle cure ai malati. Atteggiamenti repellenti per la forza e spesso per le autorità di governo.
Ma essi non potranno mai essere utilizzati contro qualcuno, come può avvenire con la forza e con le leggi. Essi tendono alla pace, alla concordia ed al rispetto e solidarietà verso i meno forti. Secondo la previsione del gesuita paleontologo evoluzionista Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), i valori evangelici, con il diffondersi della comunicazione di massa, attraverso le tecnologie della telecomunicazione, prevarranno nella società. Quei valori di superiore umanità finiranno per imporsi anche alla intera legislazione planetaria, perché corrispondono alle esigenze della cefalizzazione, la capacità di comprendere, che alimenta l’attuale fase evolutiva dell’uomo, che è quella del massimo sviluppo della intelligenza collettiva, già avviata da poco più di un secolo dai mass-media. E fanno del nostro pianeta un villaggio globale, già descritto M.MacLuhan (1911-1980) , in cui tutti conoscono tutto, con esponenziale sensibilità umana.
Questa società così interconnessa e consapevolizzata esigerà sempre di più una legislazione unificata su principi universali condivisi e questi non possono che essere quelli della uguaglianza e della dignità di ogni essere umano di qualsiasi età, razza e cultura, e quelli della solidarietà, della tolleranza, della pace, della compassione, del rispetto dei deboli.
E mentre le leggi e il diritto possono tradire la giustizia e la dignità dell’uomo, provocando conflitti, guerre e stragi, ciò non avverrà mai con i valori di umanità e fratellanza, di rispetto dei deboli e bisognosi, dei bambini e delle donne, predicati due mila anni fa dal trentenne palestinese Gesù, messo a morte sulla croce dal popolo nesciente, deviato nei suoi comportamenti dalla casta sacerdotale in combutta con il potere politico.
La torsione della legge e della forza a danno del prossimo non potrà più avvenire per la irreversibile presa di coscienza dei valori, che vanno ben al di là delle leggi, ed entrano nella comprensione razionale e nella prassi confermata di una accogliente umanità, unificata dal reciproco rispetto e perfino dall’amore. Chi usa la forza, e sottomette ad essa le leggi, apparterrà ad una fase preumana e residuale, consapevole ora di quanto sia demenziale distruggere il bel pianeta, che gli è stato concesso di vivere ora, con tutti i vantaggi delle acquisite conoscenze e consapevolezze circa i beni irrinunciabili, materiali e sociali, che esso può produrre sotto l’egida della creativa razionalità, frutto massimo dell’evoluzione dell’homo sapiens.
