“Lettera al direttore” pubblicata su Avvenire di domenica 22 giugno 2025

Elly Schlein e Maurizio Landini si alleano nel radicalismo referendario, Meloni assorbe Sbarra in un posto chiave del suo governo. Il «combinato disposto» di questi due fatti e la loro tempistica aprono uno scenario gravido di conseguenze. E non positive. Nessuno dei due eventi è automaticamente dipeso dall’altro, né si giustificano a vicenda, ma è evidente che si sono progressivamente alimentati i contesti che hanno portato a questo esito. La spaccatura sindacale viene da lontano, ma si è accentuata con il governo delle destre.

Di fronte a un cambio di quadro politico così drastico la Cgil, pur formalmente interloquendo col governo, ha accentuato un atteggiamento intransigente sul piano sindacale e guardingo sul piano politico, trovando sempre più nel PD una sponda.

La Cisl ha invece scelto, come è nella sua natura (e come dovrebbe essere per qualsiasi associazione di rappresentanza), di trattare senza pregiudizi con l’esecutivo, offrendo ampie disponibilità negoziali; ma, anche a causa della stretta PD/Cgil, di rischiosamente nuotare – politicamente parlando – da sola  in un mare agitato e pieno di secche.

Però, come era prevedibile, il difficile quadro economico con il quale Meloni e Giorgetti devono fare i conti, non consentiva di portare a casa risultati tali da giustificare per la Cgil un’intesa con un governo di destra e per la Cisl un accordo separato, tipo San Valentino.

In questa empasse, da un lato, le strade tra Cgil-Uil da una parte, e Cisl dall’altra, si sono ancor più divaricate ed entrambe indebolite. Dall’altro, la politica, in particolare Schlein e Meloni, ha perseguito il disegno di aggregare i corpi intermedi alle rispettive logiche e prospettive elettorali. Il Pd lo ha fatto sostenendo la battaglia di retroguardia sui referendum sul lavoro e FdI lo ha fatto sostenendo, ancorché indebolendola, la legge sulla partecipazione voluta dalla Cisl.

L’esito è quello che vediamo.

Possiamo concludere quindi che, diversamente dal passato, assisteremo a un nuovo esplicito collateralismo sia a destra che a sinistra? 
Mi pare un esito tutt’altro che scontato.

Negli ultimi trent’anni – almeno – la vicinanza (che pure c’è stata) dei partiti con questo o quel sindacato non ha mai coinciso con un’alleanza strutturale e quasi identitaria e, tantomeno, con l’appartenenza (ci aveva provato la Lega a farsi un sindacato in proprio, ma fallendo, e anche l’Ugl si era smarcata dall’essere la cinghia di trasmissione della destra).

Al contrario il sindacato, anche quando ha fatto alleanze con questo o quel governo, o vi si è opposto, su questioni fondamentali (la politica dei redditi, le pensioni, il mercato del lavoro), lo ha fatto da protagonista; sia facendo gli accordi, come è stato prevalentemente per la Cisl; sia opponendosi, come è successo, talvolta, per la Cgil. Ricordiamo tutti le grandi manifestazioni, sia quelle unitarie, sia quelle separate; i grandi accordi (e i loro protagonisti: Carniti,Benvenuto/Lama; Trentin, Cofferati/Marini, D’Antoni).

La letteratura ci dice che quegli accordi furono la salvezza del paese, ma anche che l’opposizione a quegli accordi (il caso più clamoroso e interessante è quello di Trentin) manifestava una domanda sociale spesso inevasa, che andava oltre le logiche di schieramento.

La composizione sociale del voto ce lo dice da tempo.
Un vecchio detto sostiene che, nel quadro politico post ideologico, i lavoratori si cautelano in due modi: uno quando entrano in cabina elettorale e l’altro quando, come lavoratori e cittadini, si difendono dagli effetti del loro stesso voto! Se questo equilibrio viene meno, ne esce indebolita la democrazia stessa.

Per questo, il disegno antico della politica di assimilare le forze sociali (sindacali e non) alle logiche di schieramento elettorale ha dimostrato un respiro corto ed è, ogni volta, naufragato. E se, malauguratamente, dovesse funzionare condannerebbe il sindacato confederale alla irrilevanza. È opportuno e urgente che questo dibattito si apra sia nella politica che dentro il sindacato.

Lo scenario internazionale così difficile, i vincoli europei stringenti, le difficoltà economiche del Paese prefigurano una stagione politica e sociale di grande complessità. Appare quindi necessario il recupero di una identità sindacale pluralista e, in ogni caso, autonoma, comunque in grado di assicurare una rappresentanza generale del mondo del lavoro, oggi così frantumata.

Ma è altrettanto necessario ricostruire una politica che sappia dialogare con l’insieme dei corpi intermedi rinunciando alla tentazione di fagocitarli. Il problema, quindi, non sono Landini e Schlein o Meloni e le scelte personali di Sbarra, ma il futuro della politica e della rappresentanza sociale. Quindi di tutti noi…

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