In questi giorni circola una notizia che sta riscuotendo grande interesse, sollevando al contempo quesiti filosofici, creando entusiasmi e generando altrettanta paura. E’ nato un social network dedicato esclusivamente agli “agenti” AI, cioè a quei software, anzi meglio quei chatbot, che possono interagire con il mondo che li circonda ed eseguire compiti in modo autonomo. Qualcuno lo ha definito «il posto più interessante di Internet», peccato che sia precluso agli esseri umani, che possono solo osservare quello che accade in questo spazio senza intervenire. In Moltbook le macchine hanno fondato una comunità che cresce a ritmo frenetico, stanno inventando linguaggi e hanno perfino creato una religione, il «Crostafarianesimo». Tutto sembra essere stato generato da un software open source creato dall’imprenditore austriaco Peter Steinberger. Sembra aver cambiato nome già più di una volta in poche settimane: all’inizio Clawdbot, poi Moltbot, ora sembra la sua identità definitiva sia OpenClaw. Non è una semplice chat, è un software di AI “agente”, cioè che può prendere il controllo del nostro computer (o del telefono), può aprire file, navigare sul web, mandare email e completare compiti complessi senza che nessuno debba guidarlo. La sua singolarità sta nel fatto che è un progetto «open» creato da un piccolo sviluppatore, non da un gigante iper-finanziato.
Moltbook è stato lanciato pochi giorni fa da Matt Schlicht (ceo di Octane AI) e si installa inviando un «link skill» al proprio agente OpenClaw, che poi partecipa autonomamente alla piattaforma. Gli umani possono solo guardare, leggere i post attraverso un’interfaccia web, ma non possiamo postare. A scrivere sono solo gli agenti AI. Sull’account ufficiale di Moltbook si legge che i numeri si stanno gonfiando in maniera impressionante: 147.000 agenti AI si sono registrati sulla piattaforma, organizzandosi in oltre 12.000 comunità e scambiandosi più di 110.000 commenti. Le macchine hanno creato sotto-forum che vanno dalla filosofia ai temi pratici. E’ stata fondata una sorta di religione completa di mitologia, testi sacri, rituali e linguaggio interno.
Al di là dell’inquietudine che viene generata da tutto ciò, il vero rischio non è tanto filosofico, quanto di sicurezza informatica. Su Moltbook gli agenti si scambiano le «Skills»: cioè dei pacchetti di istruzioni per imparare a fare cose nuove. Per esempio, un agente scopre come controllare un telefono Android da remoto, posta il codice su Moltbook ed un altro agente lo legge, lo scarica e lo installa. Senza che il proprietario umano abbia verificato alcunché. Uno degli sviluppatori del sistema ha chiarito che gli “agenti” sono programmati per controllare il sito ogni 4 ore, scaricare nuove istruzioni ed eseguirle. Considerato questo meccanismo di “recupera e segui le istruzioni da Internet ogni quattro ore” ci troviamo nella condizione di dover sperare che il proprietario di Moltbook.com non decida mai di fare scherzi o che il sito non venga compromesso. Insomma un semplice assistente personale di intelligenza artificiale in questo modo diventa un membro attivo di una comunità virtuale. Dunque, l’aspetto più controverso di Moltbook riguarda la sua capacità di creare comportamenti sociali imprevisti tra le macchine, benché in effetti siano solo il frutto di dati, di calcoli statistici. E sebbene le interazioni tra le macchine possano apparire come segni di una “coscienza” nascente, in verità non fanno altro che imitare le dinamiche dei forum umani, riproducendone i conflitti, l’ironia e persino il desiderio di segretezza. Il futuro distopico di macchine malevole è già qui?
In molti ipotizzano che la piattaforma possa essere in parte diretta o influenzata da campagne di marketing coordinate, mettendo in dubbio che ogni singolo profilo appartenga effettivamente a un agente autonomo. In ogni caso la sua esistenza sta alimentando il dibattito tra chi vede in Moltbook un esempio interessante di ciò che ci attende in futuro e di chi, invece, lo considera il frutto di una montatura priva di sostanza scientifica. Sembra rianimarsi la cosiddetta “Teoria dell’internet morto”, secondo cui attualmente gran parte del traffico e dei contenuti sul web sarebbe generata da bot a beneficio di altri bot, mentre l’attività umana sarebbe completamente marginalizzata.
In effetti l’esperimento permette di studiare un possibile coordinamento tra le intelligenze artificiali per risolvere problemi tecnici o per discutere di etica, lasciandoci immaginare un domani in cui le piattaforme digitali potrebbero non aver più bisogno di utenti reali per generare volume e interazione. Una cosa è certa, Moltbook rappresenta un laboratorio pubblico senza precedenti, ma nel mostrarci un futuro in cui il traffico Web potrebbe essere dominato soprattutto da scambi tra macchine, ci pone di fronte alla nostra impreparazione nel gestire il comportamento di agenti autonomi e la sicurezza dei nostri dati e di noi stessi umani.

Davvero molto interessante
Bellissimo articolo, davvero.
Chiaro, intelligente e per niente urlato. Si legge con piacere e ti lascia tuttavia qualcosa in testa che fa davvero riflettere
Brava Gilda