Cgil, Cisl e Uil celebrano quest’anno il 1 maggio unitariamente, cioè insieme (il che, visti i recenti trascorsi, è quasi una notizia e molto positiva!) a Marghera, luogo simbolo del lavoro operaio del XX secolo. Una scelta retrò o la ricerca di una nuova identità che ha radici in una storia che però è cambiata?
La scelta del luogo non è estranea a questa domanda. Porto Marghera fu pensata nel 1917, in piena guerra, mentre, dopo Caporetto, tutto sembrava perduto. Capacità di visione lungimirante o avventurosa speculazione? Probabilmente entrambe. Resta il fatto che quella scelta segnò un passo nel futuro. Porto Marghera si sviluppò diventando una realtà produttiva di importanza internazionale: il secondo polo industriale d’Europa dopo la Ruhr.
Emancipazione e sfruttamento convissero per decenni dando vita a una esperienza collettiva che segnò l’identità di un territorio. Le lotte operaie, in cui maturò una forte coscienza ambientale, testimoniano questa inevitabile contraddizione.
Accanto alle fabbriche fu costruita una città dormitorio pensata, dal punto di vista urbanistico, come una moderna “città giardino”. Un grande quartiere operaio, ma ben lontano dalla Londra dickensiana, ancora presente in molti sobborghi industriali anche italiani. La prima globalizzazione degli anni ’70 spostò la convenienza a produrre nei paesi emergenti. Al tempo stesso, l’alluvione del 1966 provocò una giusta attenzione alle compatibilità ambientali.
La Legge speciale per Venezia, pur facendo propria una precisa riflessione su Marghera e il suo futuro, stabilì il primato della salvaguardia dell’ecosistema lagunare. Il che rese evidente la larga incompatibilità ambientale di parte delle produzioni che avevano reso Porto Marghera così industrialmente importante. L’avvento del turismo di massa, infine, fece di Venezia una meta conosciuta per le sue inestimabili bellezze artistiche, più che per le sue capacità industriali.
A quel punto qualcosa si inceppò. Imprenditori, politici e sindacalisti, per diversi interessi e convenienze, visioni ideologiche, spirito di conservazione, non sono stati in grado di dar vita al processo di riconversione di un area infrastrutturalmente molto dotata (reti ferroviaria e stradale, porto in parte limitato dai fondali non … oceanici, ma sicuro e attrezzato) e a confermarne la vocazione come ideale raccordo tra Est del mondo e centro Europa (come sempre è stata Venezia nella sua storia).
Così, una storia economica e un’identità sociale e politica si sono disperse, senza che si fosse coraggiosamente scelto di far evolvere la struttura industriale tradizionale verso una Porto Marghera nuova, con nuove presenze industriali, tecnologicamente all’altezza delle nuove sfide produttive. Iniziò, così, una fase di declino che portò alla sostanziale chiusura di un epoca.
Questi motivi storici fanno di Porto Marghera un simbolo attuale: nata su un’idea di futuro, morta per una assenza di futuro. Perché è proprio il futuro l’enigma di questo tempo incerto: la pace è compromessa; le disuguaglianze si allargano e dividono il mondo e le istituzioni si indeboliscono. Ma questo è proprio il senso del primo maggio: festa e dramma insieme.
Oggi, a Marghera, non si rinnovi solo un rito, ma ci interroghi anche sulle nostre (non solo sulle altrui!) responsabilità; per rinnovare un impegno che ci accomuna tutti e ciascuno. Tenaci e fiduciosi. Perché il futuro è nelle nostre mani.
Come ha cantato Ferruccio Brugnaro, operaio, sindacalista e poeta:
“C’è una stella
Maria
stasera
così limpida e grande
come la lotta che gli sfruttati
stanno sostenendo
ora nel mondo.
È così aggressiva e penetrante
che mi toglie
ogni coraggio di parola.
È come il tuo cuore
Maria.
È bella
come la terra che stiamo costruendo”.
