L’intervento del presidente Pier Paolo Baretta all’evento organizzato dall’Associazione Culturale “Iscritti a parlare” (guarda il video)
Ciò che percepiamo tutti, da qualche tempo, è che sta cambiando tutto: il nostro modo di vivere e di lavorare, le nostre abitudini, i nostri valori.
La vita è più comoda, ma più stressante. Le tecnologie ci aiutano, ma ci condizionano. La partecipazione e la solidarietà non tengono il passo all’individualismo e all’indifferenza.
Attorno a noi si indeboliscono le sicurezze verso le istituzioni, si diffonde un’assuefazione all’informazione, in diretta, di guerre, violenze, soprusi.
Su tutto «regna» (si fa per dire…) un disordine globale, di fronte al quale ci sentiamo confusi e impotenti.
Questa è l’agenda!
La verità è che siamo partecipi di una straordinaria epoca storica. «Non un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca» l’ha definita papa Francesco. Con tutte le conseguenze che questo comporta.
Se è così e vogliamo cercare di capire e trovare delle speranze, dobbiamo ammettere, in questo mondo dove tutto è ormai interconnesso, che i nostri problemi quotidiani, le nostre ansie e le nostre personali opportunità dipendono dalla piega che prenderanno gli eventi globali.
E gli eventi globali ci dicono che è in atto un crescente tentativo egemonico – più o meno arrogante, più o meno violento – da parte delle tre grandi potenze (America, Russia e Cina) sul resto del mondo per il controllo economico, e conseguentemente politico, del futuro.
Sia l’operazione in Venezuela, che le pretese sulla Groenlandia, che l’attacco russo all’Ucraina, o le rivendicazioni cinesi su Taiwan, al di là di tutte le dichiarazioni formali sui principi, la democrazia e le identità nazionali – anche quando vengono evocate con giuste motivazioni, come nel caso dell’Iran – hanno esplicite motivazioni economiche. Perfino l’occupazione di Gaza, con l’indecente proposta di farne una spiaggia di lusso, ma non per i residenti, ha – incredibilmente – preso questo strada.
Non dobbiamo stupirci. Il problema che dobbiamo esaminare non riguarda tanto la giusta condanna morale e politica di questo tentativo egemonico e i modi con cui avviene, ma le ragioni che lo muovono: il mondo sta, appunto, cambiando rapidamente e il futuro è senza controllo.
Per rendersene conto è sufficiente scorrere i dossier irrisolti che riempiono l’agenda (per semplicità comunicativa li sintetizzo in tre macro-questioni).
Primo. L’assenza di una governance globale.
Le principali cause sono:
– la caduta di ruolo delle istituzioni internazionali (Guterres sta addirittura dichiarando bancarotta!);
– la scarsità di soluzioni politiche intermedie; solo gli Stati Unini (finora) e l’Unione Europea hanno solide gestioni comunitarie o federali;
– la debolezza e lentezza delle aree economiche multilaterali sulle quali si era molto puntato all’apice della globalizzazione: Mercosur, Nafta, Brics, Asean (paesi del sud est asiatico), ACP (Africa, Caraibi, Portorico).
Secondo. La crescita e la sua qualità.
Segnata da:
– insostenibili disuguaglianze sociali;
– poco impegno generale per lo sviluppo sostenibile sul piano energetico e climatico;
– uno sviluppo tecnologico impetuoso che necessita di componenti ricavati da minerali nuovi e «rari» o, meglio, allocati in aree specifiche del pianeta, ma non in quelle di proprietà dei grandi.
Terzo. La demografia e le migrazioni.
Che stanno producendo una modifica strutturale degli equilibri sociali ed economici sia tra le diverse aree del mondo, che all’interno di esse.
Per provare a descrivere, come fosse un racconto, la portata di tutto ciò faccio riferimento a una vicenda storica che, per delle singolari analogie, ci può aiutare.
Siamo nel 1570. Il successore di Solimano il Magnifico, il sultano Selim – uno che si presentava così (cito tra virgolette): «imperatore dei turchi, signore dei signori, re dei re, ombra di Dio, signore del paradiso terrestre e di Gerusalemme» – insomma, un tipo con un ego di fronte al quale Trump appare un dilettante – scrive alla Signoria di Venezia: «Vi chiediamo Cipro che voi ci dovete dare volontariamente o con la forza; e non fateci sguainare la nostra terribile spada perché faremo una guerra crudelissima contro voi ovunque; né fate affidamento sul vostro tesoro perché noi lo faremo improvvisamente sfuggire dalle vostre mani come un torrente. State pertanto attenti a non suscitare la nostra collera».
La versione moderna può essere: «Non vogliamo invadere la Groenlandia, la vogliamo comprare» […] «Se non vogliono farlo in modo semplice lo faremo in maniera dura». Successivamente, a Davos, Trump è stato più prudente, ma il senso resta questo.
Cipro, nel Cinquecento, era addirittura più importante della Groenlandia di oggi e almeno quanto l’Ucraina. Strategica per la posizione centrale nello scacchiere mediterraneo; snodo delle principali rotte commerciali; ricco porto di transito di mercanzie, in particolare sale, zucchero e spezie (le «terre rare» di oggi).
Il sultano fece seguire alle parole i fatti. La brutale conquista di Famagosta provocò la reazione sdegnata di tutto l’Occidente che portò, solo l’anno dopo, all’epico scontro di Lepanto (del 1571).
Poiché le transizioni storiche (allora come ora, quando siamo solo agli inizi) durano a lungo, va ricordato che il dossier Cipro esplode dopo un crescendo espansionistico ottomano, successivo alla conquista di Costantinopoli, avvenuta poco più di un secolo prima (1453).
Peraltro, il successo occidentale a Lepanto fu, in verità, più psicologico, che politico. Dopo un anno, il Sultano, sconfitto, aveva ricostruito la flotta e continuò ad espandersi ancora per un secolo. Venezia, pur vittoriosa, era ormai sfibrata e dopo pochi mesi, nel 1573, cedette Cipro, riducendo la sua influenza nel Mediterraneo.
Inoltre, la nuova rotta sudafricana attraverso il capo di Buona Speranza (1488) (che possiamo equiparare alla rotta artica di oggi), e la scoperta (1492) delle Americhe (le Indie di allora, cioè, potremo dire, la Cina e l’India per noi contemporanei), rese necessaria una nuova tecnologia marittima, spostando il baricentro su Spagna e Portogallo.
Venezia non si riprese più e, tra alti e bassi, cominciò un lento declino (splendido, in verità, ma pur sempre declino!).
La lega cristiana (l’Europa di allora!) si sciolse subito e iniziarono le guerre intestine di religione (la Guerra dei trent’anni), segnate da fanatismi: la notte di San Bartolomeo, l’inquisizione… (l’Isis? Capitol Hill? i neonazisti? Torino…).
Inoltre, a seguito delle innovazioni tecnologiche (le armi da fuoco e, soprattutto, la stampa… vogliamo dire l’intelligenza artificiale?), la modernità irruppe e segnò la fine di schemi consolidati, compreso quello che a comandare fossero solo in due: l’imperatore e il Papa.
Sicché, appena 60 anni dopo Lepanto il mondo era totalmente diverso. Con la pace di Vestfalia (1648), nacque un nuovo ordine mondiale e il moderno Stato Nazione. Autonomo, laico e legittimato a difendere i propri interessi, ma dentro un sistema di diritto internazionale che garantiva i rispettivi confini e, soprattutto, (notare bene) la non ingerenza.
La minaccia turca cessò definitivamente pochi decenni dopo, con la battaglia di Vienna (1688). Così, l’equilibrio definito a Vestfalia è durato, con qualche scossone, fino a poco tempo fa.
Napoleone fu una parentesi e il Congresso di Vienna, del 1815, confermò lo schema. E gli effetti della Rivoluzione francese e americana si dispiegarono più avanti, ma senza intaccare l’impianto del potere nazionale. Semmai va detto che, mentre su liberté ed égalité molta strada si è fatta, la fraternité è del tutto incompiuta.
Uno scossone allo schema fu dato dalla folle tragedia della Prima guerra mondiale.
Sulla quale si legga lo storico Clark, che cerca di rispondere a questa attuale e cruciale domanda: come è stato possibile che un continente in pace nel giro di pochi mesi sia precipitato nella peggiore guerra della storia? La risposta è nel titolo del libro: «I sonnambuli». Di fronte al precipitare della crisi, tutti – sovrani, politici e militari delle grandi potenze – hanno agito come dei sonnambuli… incapaci di comprendere, incapaci di reagire.
Non vorrei esagerare, ma mi sembra il rischio che corre l’Europa in questa fase della storia.
Terminato il conflitto, coscienti del dramma, le grandi potenze provarono a fare un passo in avanti creando la Società delle Nazioni.
Ma questa prospettiva fu bruciata da un’errata, quanto tragica, gestione dei trattati di pace da parte dei vincitori (Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Italia) che penalizzarono economicamente in maniera eccessiva la Germania sconfitta, aprendo la strada al nazismo. E su questo si legga Keynes, che c’era a Versailles, nel suo piccolo grande libro «Le conseguenze economiche della pace».
Dopo la Seconda guerra mondiale si riprovò con l’Onu e il Welfare State. La distensione e la collaborazione pacifica hanno trovato un momento «magico» tra il ‘58 e il ‘62 con la coincidente leadership di Kennedy (la Nuova frontiera), Krusciov (la destalinizzazione), Giovanni XXIII (il Concilio). Era un periodo di straordinaria espansione economica generale e di ottimismo. Per dare conto dell’aria che si respirava vale solo la pena di ricordare che «Blowin’ in the wind» di Bob Dylan è 1962!
Ma poi, una successione di eventi che si sono verificati con una rapidità impressionante, ha provocato una valanga che ha cambiato completamente e definitivamente il paesaggio.
– la caduta del muro di Berlino (1989);
– l’abolizione della separazione tra banca di risparmio e banca di affari (1999 | Glass-Steagall act) che ha dato il via alla finanziarizzazione dell’economia su scala planetaria (da cui la crisi dei sub prime del 2008 e l’avvento dei fondi di investimento);
– l’ingresso della Cina nel WTO (2001);
– internet e le nuove tecnologie digitali che hanno reso il mondo davvero un villaggio;
– le migrazioni dai quartieri più poveri del villaggio (Africa e Nord Africa, Messico, Est Europa, Asia) verso quelli più ricchi (Stati Uniti e Unione Europea).
Sicché, i confini e la dimensione nazionale sono ormai, di fatto, una convenzione difesa con affanno.
Questa lunga digressione per dire che oggi ci troviamo in bilico tra la crisi definitiva del vecchio ordine che, come ho detto, fu un grande passo in avanti per quei tempi, ma che, alla lunga, ha dimostrato di non reggere alla prova di un mondo davvero interconnesso e l’assenza di uno nuovo ordine fondato su regole condivise di cooperazione globale.
In questo contesto Trump, e con minore veemenza verbale Putin, considerano che il controllo del futuro non sia garantito da una pluralità di democrazie indipendenti, bensì dall’istaurarsi di una nuova visione imperiale (possiamo dire… pre Vestfalia?). Sono solo i rapporti di forza a stabilire le regole del gioco. E chi è più forte è anche giudice e padrone (cuius regio, eius religio).
Ovviamente, la Cina ha tutto il vantaggio che ciò accada e attende senza particolari ansie lo svolgersi degli avvenimenti, insinuandosi negli anfratti della globalizzazione in crisi.
Mark Carney (ex governatore della banca centrale inglese e, ora, primo ministro canadese), nei giorni scorsi, a Davos, è stato drastico. Quella che stiamo vivendo non è una transizione, ma una rottura tra la retorica ufficiale delle relazioni e delle diplomazie, alla quale ci eravamo assuefatti, e la realtà. Cito: «Le grandi potenze hanno iniziato ad usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come strumento di coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare».
Molti economisti – e anche Carney – sostengono che il mondo «trumputiniano» sarà più povero per tutti, anche per gli imperi. In effetti l’America ha un sacco di problemi finanziari e i dazi non stanno producendo l’effetto sperato; la Russia sta peggiorando. Solo la Cina sembra esente, ma il prezzo sociale sul quale si poggia il suo sviluppo potrà reggere nei prossimi trent’anni? Così per l’India.
Eppure, il FMI pubblica dati che sembrano dimostrare che la crisi politica in atto non influenza più di tanto i mercati. Il Pil mondiale è stabile: + 3,3% nel 2024, nel 2025 e nel 2026; + 3,2% nel 2027.
Ma, ecco il punto: come sempre vale la regola di Trilussa. Se Cina e India crescono, rispettivamente, del 5 e del 7,3%, vuol dire che c’è chi cresce al 2,1 (gli Stati Uniti), all’1,3 (l’Europa e la Germania, con punte del 3% in Spagna e Polonia); chi allo 0,6 (come l’Italia).
E c’è chi non cresce proprio. Mezza Europa: Ucraina, Kosovo, Moldova, Albania, Macedonia del Nord, Georgia, Bosnia ed Erzegovina, Bielorussia, Montenegro e Serbia.
E mezzo mondo: Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Eritrea, Gambia, Haiti, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo (Rdc), Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan, Togo, Yemen.
Il problema è trasversale. L’1% della popolazione possiede quasi la metà della ricchezza mondiale. Il 10%, l’85; mentre il 90% più povero solo il 15%.
Il 10% più ricco (concentrato negli Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Regno Unito, Canada, Italia) si accaparra il 52% del reddito globale, mentre la metà più povera ne guadagna solo l’8,5%. Infine, alla faccia della meritocrazia, il 63% della ricchezza miliardaria è ereditaria!
Il problema, quindi, non è la crescita, che globalmente c’è. Ma la sua qualità; ovvero la disuguaglianza della crescita e quindi delle condizioni di vita degli abitanti e di potere degli Stati.
Non ho tempo per parlare anche della emergenza climatica e dell’urgenza di uno sviluppo sostenibile. Non sfugge, però, a nessuno che una buona parte del futuro riguarda proprio il conflitto in atto su questo cruciale problema.
In questo contesto diseguale e nel quale vacillano le regole condivise il tentativo egemonico avrà gioco facile perché costringerà i più deboli, non solo i più poveri:
– o a sottomettersi (la vicenda del Board a pagamento istituito da Trump è la dimostrazione di un nuovo feudalesimo);
– o a difendersi in proprio, competendo tra loro sul terreno proposto dai potenti, per cercare di stare al passo, accentuando un processo di emulazione, perché «se non sei al tavolo, sei nel menu!» (Jerry Wuttke, presidente della camera di commercio tedesca in Cina, a proposito della necessità di commerciare con la Cina, recentemente citato anche da Mark Carney).
Al massimo, alla fine delle proprie convenienze, i “grandi” potranno accettare una nuova Yalta.
A questo punto si pone la domanda: esiste una alternativa?
Per provare a individuarla è preliminare che essere consapevoli e accettare che:
- non si torna indietro: l’ordine finora conosciuto non si ristabilirà;
- il conflitto è una condizione strutturale della storia (solo la nostra generazione, in questo angolo di mondo, ha goduto di pace per 80 anni ininterrotti!). Possono solo (e non è poco) cambiare i mezzi: armi, economia o diplomazia;
- affrontare il futuro ognuno per sé è la via più breve per consegnarci all’imperatore (chiunque sia).
Detto ciò, per rafforzare questo approccio da real politik, può essere utile osservare che il Turco e Venezia non smisero mai di avere rapporti economici (è una lunga storia di dazi ed esenzioni) e di commerciare tra loro (mentre a Lepanto ci si scannava a Venezia, il centro commerciale turco era aperto).
Cinismo o deterrenza? Entrambi.
Fatto sta che quel flusso ininterrotto di interessi gestiti attraverso gli scambi commerciali e i conflitti economici, ha funzionato anche da deterrente e spesso ha reso vane o, ahimè, solo dolorose, ma mai risolutive, le guerre, quanto lo furono, invece, i trattati commerciali.
Ciò che voglio dire è che se vogliamo evitare nuove Lepanto, o comunque evitare l’opzione militare e costruire una «nuova Vestfalia» (?) fondata sulla cooperazione globale, più che sul potere nazionale, dobbiamo gestire il conflitto globale, che c’è e ci sarà, spostandolo esplicitamente dalle armi al piano economico, costruendo risposte di cooperazione e di compromesso, ancorché competitive, che soddisfino, almeno in parte, gli interessi economici di ciascuno, anche del turco odierno…
Non sono in grado di dire come ciò si può tradurre in concreto nel caso di specie, ma, quel che so è che si vis pacem, para negotium.
Innanzi tutto, rilanciando tutte le sedi internazionali di mediazione oggi anestetizzate e costruendo zone economiche diversificate, interscambi globali di investimenti, tra tutti i soggetti economici intermedi.
In tale ottica la diplomazia, cosciente di questo nuovo scenario, deve riprendere il suo ruolo perduto (compresa la diplomazia del pinguino…).
Per com’è messa la situazione, questa agenda alternativa può essere interpretata e sostenuta, nonostante tutte le sue debolezze, soprattutto dall’Europa.
Un’Europa però diversa, più cosciente delle proprie potenzialità. L’Europa è ancora oggi il più grande mercato mondiale, con un valore totale di quasi 8 mila (7.870) miliardi di euro nel 2024, più di Stati Uniti e Cina. L’UE è il principale esportatore mondiale di beni e servizi manifatturieri ed è anche il maggiore mercato di esportazione verso circa 80 paesi in tutto il mondo.
Ha ancora una visione sociale del mercato e ha sviluppato una avanzata sensibilità sulla emergenza climatica.
Quanto ha fatto l’Europa col trattato Mercosur, INDIA creando la più grande area di libero scambio del mondo, va in questa direzione. Si tratta della miglior risposta possibile ai dazi americani.
Certo, 25 anni di trattative sono niente nell’ottica del nostro racconto, ma sono un’eternità vista la velocità dei tempi moderni.
Bisogna accelerare ed allargare in questa direzione. Anche perché qualche mese fa la Cina ha avviato un’operazione analoga, con finalità commerciali, ma non solo, coi paesi non NATO, per capirci.
Non credo basti. La questione Ucraina e la formazione di un sistema di difesa europea sono l’altra gamba che tocca il problema del ruolo dell’Europa nel nuovo disordinato contesto. Prima che sia troppo tardi. Non ho bisogno di ricordare che l’Ucraina possiede tra i più importanti giacimenti di titanio, litio, grafite e manganese.
(E, spero di non essere frainteso, se sottovoce dico che proprio l’urgenza di concludere dignitosamente la guerra in Ucraina potrebbe, mentre sosteniamo Kiev, farci riconsiderare l’idea di una politica economica verso la Russia che agisca da scambio, per negoziare noi – non Trump, o almeno non da solo – una pace continentale con un compromesso difficile, ma accettabile per l’Ucraina).
Ciò deve valere anche a favore di una maggiore determinazione europea a sostegno delle proteste in Iran, che detiene il 13,3% delle riserve di Petrolio mondiale (subito dopo il Venezuela) e il 16% di gas naturale; oltre a cromo, rame, ferro, zinco, piombo e oro. Senza trascurare (Cipro insegna) che l’Iran è leader mondiale di pistacchi, zafferano e melograno.
Infine, e conviene all’Italia, bisogna spingere per una politica economica europea nell’area mediterranea. Il Nord Africa e il Vicino Oriente hanno bisogno di investimenti più che di armi…
Ma, qualora l’Europa si risvegliasse e volesse giocare sul piano internazionale le sue carte stabilendo un qualche primato economico, ha bisogno che la situazione interna sia di prosperità.
Tralascio le questioni politiche (integrazione e federalismo) e mi limito all’aspetto economico e sociale.
Per riuscirci il primo problema interno che deve risolvere è come proseguire nella politica avviata con il Next Generation Eu. Questa politica, nata come risposta all’emergenza Covid, ha, di fatto, cambiato l’approccio economico europeo alla questione della crescita e, necessariamente, del debito.
La svolta è stata clamorosa, in quanto fondata su due presupposti alternativi alla politica seguita fino ad allora.
Il primo: il debito comune. Solo la cooperazione finanziata con un debito comune (e niente più di un debito condiviso ci costringe a stare insieme!) ci salverà.
Il secondo: la finalità. Assicurarci un buon futuro attraverso la transizione digitale ed ecologica.
L’intuizione è stata decisiva per una Europa che veniva dalla Troika, prima di Draghi alla BCE. Ricordiamo la sua teoria sulla differenza tra debito buono e debito cattivo.
Ora che, quest’anno, il NGEU (o PNRR, Piano nazionale di ripresa e resilienza, come tristemente lo abbiamo tradotto noi) scade, questa strada va rinnovata se l’Europa vuole mantenere i suoi primati economici e sociali che sono decisivi nel definire i futuri rapporti di forza.
In questo contesto si muove l’Italia. Cito: «Noi storicamente abbiamo un problema di produttività del lavoro (che) dipende da diversi fattori […] un tessuto economico fatto da molte piccole e medie imprese, che […] hanno più difficoltà a investire e a innovare; c’è il tema di un accesso al credito che da noi è molto spesso difficile e certamente più oneroso che in altri sistemi; c’è il problema delle infrastrutture, che da noi sono storicamente più carenti di quello che accade in altri sistemi; c’è il tema di regole e adempimenti nel mercato del lavoro, che sono da noi particolarmente onerosi […] c’è il tema del terziario che è un settore ad alto valore produttivo, da noi è coperto soprattutto dalle professioni […] la crescita è sicuramente ancora troppo bassa».
No. Non è un comizio delle opposizioni. Sono le parole testuali della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella Conferenza stampa di inizio anno. Che continua: «Ma come procede un Capo di Governo e un Governo? Si guarda alle risorse che si hanno e si scelgono le priorità nei modi in cui lo si può fare. Avrei voluto fare anche altro? Certo, non avevo le risorse per farlo».
Potrei fermarmi qui… la fotografia di un paese in difficoltà non potrebbe essere più convincente!
Voglio, però, aggiungere poche considerazioni su altre sfide economiche e sociali che ci attendono, che considero addirittura più strategiche di quelle, pur importanti, che ci ha riferito la Presidente del Consiglio.
A queste sfide, che sto per dire, Meloni non ha risposto. Anche perché – e questo la dice lunga – nessune le ha fatto domande.
La prima è la fine, quest’anno, dei due principali incentivi economici: il Pnrr (di cui ho già parlato per la dimensione europea) e il Bonus edilizio.
Dopo il Covid, l’Italia si è ripresa rapidamente ed è cresciuta più degli altri principali paesi europei perché ha avuto una quota rilevante (quasi 200 miliardi – 191,5 per l’esattezza – dei 750 complessivi stanziati dalla UE, a valori 2020).
A queste risorse si deve aggiungere il bonus edilizio (il cui costo lordo per lo Stato è stimato in poco meno di 130 miliardi; al netto si arriva sottraendo le entrate collegate stimate nel 44% del costo). Il bonus è stato oggetto di forti polemiche e il governo lo ha ora fortemente limitato fino a concluderlo.
A entrambi questi fattori va attribuita la crescita dell’occupazione che ha raggiunto, in ottobre, il record di 24,2 milioni (il 63%), con un incremento annuo dello 0,9%.
La conclusione di entrambi questi incentivi apre un buco di investimenti preoccupante i cui effetti si rifletteranno sul Pil che, come abbiamo visto già, cresce poco (0,6%, fonte Banca d’Italia; 0,8% fonte ISTAT) quest’anno e 0,8% nel 2027.
L’assenza di una politica che fronteggi questa prospettiva non è solo cattiva politica, ma ha anche una causa strutturale (ed è la seconda grande sfida): il debito. Il debito pubblico italiano è di circa 3.000 miliardi di euro (50 mila euro procapite); con un costo per interessi che supera i 70 miliardi di euro. Pesa il 135/140% del Pil (nel 1979 era il 37%).
In tempi di crescita, il debito è un problema gestibile. In tempo di stagnazione provoca una spirale negativa. Più di tanto non si riesce a contrarre la spesa, salvo politiche di rigore draconiane che è difficile adottare (oltre al fatto che nessun partito le vuole). Sicché per sostenere la spesa si deve ricorrere a nuovi debiti e così via…
Ora l’Europa, col nuovo patto di stabilità, ci chiede di ridurre il debito del 3,3% in 7 anni (0,5% all’anno). Sono circa dieci miliardi all’anno.
Quest’anno è stato un anno di aggiustamenti, ma la prossima legge di bilancio, che sarà quella prima delle elezioni politiche, dovrà affrontare il problema. Finora non si vede traccia di un piano…
In tutto ciò – ed è la terza questione – la situazione generale si complica ulteriormente a causa della crescita della povertà e delle disuguaglianze. 5,7 milioni di persone (2,8 milioni di famiglie) sono in povertà assoluta e ca 8,7 milioni in povertà relativa, rispettivamente il 10 e il 15% ca della popolazione.
La povertà assoluta corrisponde a un reddito individuale tra i 650 e i 900 euro mensili a seconda delle zone. L’Isee di povertà si attesta ai 15 mila euro annui. Quindi, si è poveri se si percepisce un reddito individuale inferiore ai 12 mila euro annui o a 15 mila come famiglia.
Siccome il reddito medio familiare è di circa 31 mila euro e quello individuale di 34 mila (il mediano è di 30 mila) e la spesa media delle famiglie (fonte Confcommercio) è di ca 22 mila euro, si vede bene il dislivello tra i ceti, o le classi… Infine, il 10% possiede il 60% della ricchezza (di cui l’1% più ricco detiene da solo il 24%) e il 70% ha meno di 12.500 euro nel conto corrente.
Questa ampiezza di divario comporta due conseguenze: una evidente diffusione dell’economia sommersa (testimoniata dai 90 miliardi di evasione fiscale) che, in parte, relativizza l’impatto sociale del fenomeno, ma a danno del benessere collettivo, e uno schiacciamento verso il basso della classe media.
C’è un ultimo aspetto che voglio evidenziare ed è la crisi demografica.
La positiva longevità italiana, tra le più alte del mondo (oltre 85 anni) combinata con la denatalità (1,2 figli per donna), comportano, provocano un declino inesorabile (e meno splendido di quello veneziano!).
Abbiamo solo tre strade: fare figli, ma gli effetti si misurano nel tempo e vanno comunque create le condizioni sociali che lo consentano (asili nido, flessibilità nel lavoro, reddito…). Nel frattempo, bisogna fare di tutto per mantenere i giovani in Italia con percorsi di carriera più rapidi e soddisfacenti e, infine, smetterla con politiche migratorie discriminatorie o solo buoniste, ma, attraverso rigorose selezioni, offrire vera accoglienza, formazione e una sostanziale integrazione.
Mi fermo qui. L’agenda è, ovviamente, molto più lunga ed articolata, ma per avviare la discussione può bastare.
