Il discorso di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, all’evento a Milano “Creare legami, guarire la democrazia”, promosso da Comunità democratica con l’obiettivo di cercare di allargare l’alleanza di centrosinistra
Siamo arrivati al 18 gennaio.
Nelle scorse settimane c’era molta attesa. Troppa forse.
Due diversi incontri. Milano e Orvieto
Un terzo incontro anche a Brescia.
Tutti e tre oggi. Per una ragione.
Il 18 gennaio è una data certamente evocativa. Almeno per qualcuno. Certamente per noi.
Per chi senza inseguire la cultura delle esagerazioni, cerca almeno di coltivare la memoria. E con essa preparare il futuro.
Era il 18 gennaio 1919 quando Sturzo lanciò il suo appello ai liberi e forti.
Tante cose ci inducono a ricordare.
Ma allo stesso tempo, il 18 gennaio è un giorno come un altro. Che ci chiede solo di essere vissuto.
Una data che si ripeterà anche il prossimo anno e quelli a venire.
Domani sarà il 19, poi il 20 gennaio e così via. Perché la storia continua. Sempre.
E il futuro si costruisce così. Passo dopo passo. Guardando avanti. Liberi dagli schemi, forti delle idee.
Forse qualcuno aspettava di trovare oggi annunci di soluzioni già pronte di fronte a una realtà tanto complessa.
Ma questo, lo sappiamo, non è possibile. Non esiste una storia che possa essere scritta così.
Quanto alle identità…Vedo in una certa narrazione il rischio di ridurle quasi ad una caricatura. Ma anche esse sono complesse.
Non possiamo ridurre l’identità di ciascuno di noi all’interno di una cornice rigida, circoscritta, fissa.
Specialmente oggi, in un periodo storico in cui si costruiscono etichette solo per ritagliarsi spazi di visibilità e potere; o peggio per etichettare e colpire gli altri.
Le etichette sono solo un modo per non aprire gli occhi di fronte a una realtà sempre più complessa, che chiede invece di essere guardata in profondità per essere compresa.
Nessuna identità è immobile. Altrimenti muore. Anzi è già morta.
Così anche la democrazia non è un verbo da declinare al passato. Ma qualcosa in divenire, come un gerundio che può compiersi solamente con l’impegno di ognuno.
Con la partecipazione attiva, consapevole e più diffusa possibile.
Ecco perché quando sono stato invitato a partecipare, ho anticipato che sarei venuto:
– Non per parlare di me, o di un partito.
– Tantomeno di una corrente di questo o quel partito.
– Neanche per capire in quanti si riconoscono in un partito.
– Né, a maggior ragione, per contare quanti si rispecchino in una corrente.
– Neppure per parlare di un posizionamento in uno spazio geometrico astratto come il “Centro”.
– Ancor meno per discutere di come ritagliarsi uno spazio come partito o corrente sotto l’insegna della religione cattolica.
– Chi si professa cattolico sa perfettamente di essere chiamato (insieme ad altre culture) a essere sale e lievito della società. Ingredienti di cui si può sentire la mancanza, quando non ci sono, ma che certamente non devono coprire i sapori degli altri ingredienti. Sono chiamati ad esaltarli, non a coprirli. Un piatto non potrà mai essere assaporato e ricordato per il sale o il lievito. Ma sarà ricordato certamente per la loro assenza.
– Del resto, “partito” e “cattolico” possono persino essere considerati due concetti in
contraddizione tra loro. Uno definisce la parte; l’altro l’universalità.
– Pietro Scoppola scriveva che “la maturità del cattolicesimo dei politici italiani si misurerà proprio sulla capacità di abbandonare la nostalgia per un proprio partito esclusivo, e lavorare piuttosto per … la democrazia di tutti”.

Bene, fin qui ho fatto l’elenco di tutto quello che – almeno secondo me – noi non siamo e che non vogliamo. Ho detto tutto quello che avevo pensato non avrei nemmeno dovuto dire.
E allora qualcuno mi potrebbe domandare che cosa sei venuto a fare.
Ecco, la mia risposta è che sono venuto – da semplice cittadino – a parlare di politica.
– Anzi di Paese.
– Perché cos’altro è la politica se non l’avere a cuore il Paese. E quindi tutti.
– Esiste il Paese in cui viviamo e in cui siamo chiamati ad agire.
– Esiste la ricerca del bene comune. Realmente comune a tutti.
– Esiste il contesto globale in cui il nostro Paese è inserito e in cui l’Italia ha un ruolo
importante da giocare.
Del resto, non era forse questo l’invito di Sturzo in quel lontano 18 gennaio: “cooperare
ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti”.
Se è vero che il nostro Paese appartiene a tutti, allora tutti siamo sempre chiamati a
occuparcene, nel tempo e nel luogo in cui ci troviamo.
Quel che abbiamo letto sui giornali nelle scorse settimane – anche dopo la mia uscita
dall’Agenzia delle entrate – sembra essere l’espressione di un interesse a capire il “chi”
e non il “cosa” o il “perché”.
Ormai siamo abituati a interessarci solo al “chi”, siamo assuefatti ai talent show e alle
nomination.
Siamo rassegnati all’idea di Paesi o di democrazie che possano essere salvati solo da
una persona o da un nome. Senza neanche aver chiara quale sia l’idea di Paese che
quella persona abbia in mente.
Senza aver mai davvero trovato un modo per discuterne. Insieme.
Mentre la politica è un impegno da prendere seriamente.
Non è l’illusoria promessa che un futuro migliore possa arrivare comunque e senza fatica.
E neanche il cinico realismo di chi crede che ormai nulla si possa almeno provare a fare.
Non è il miope egoismo di un ceto politico interessato solo alla sopravvivenza.
È un impegno lungimirante che deve tener conto delle curve della democrazia, dei suoi
tempi per ascoltare diverse voci, considerato che nessuno è depositario di verità.
Non un impegno preso per una solta volta. Non la vetrina di qualcuno per un giorno.
Non un appuntamento riuscito più o meno bene, di cui si possono occupare i giornali.
Il confronto non può essere affrontato come si fa con la dieta: la si inizia il lunedì, ma
già dal martedì si pensa ad altro.
Perché la politica non dipende mai da un buon inizio, anche se con le migliori intenzioni.
È impegno di ogni giorno.
Perché si è cittadini ogni giorno.
La politica non la si fa per forza di inerzia.
Si fa attraverso decisioni chiare, precise, trasparenti e, specialmente, condivise.
È questo l’unico modo per riportare le persone al voto. E per esprimere leadership condivise.
Nel leggere i giornali, le reazioni a incontri come questo testimoniano invece un modo
singolare di osservare e raccontare la politica. Secondo schemi già vecchi.
Ma esiste anche un altro modo. Che non vede la politica come un opaco gioco di potere
riservato a pochi. Che allarga lo sguardo. Che vede anche chi non c’è.
Vede…
– Chi ha smesso di esserci.
– Chi ha perso fiducia nella politica.
Vede…
– Tutti quelli che potrebbero esserci ancora.
– Tutti quelli che hanno smesso di votare.
– Tutti quelli che hanno rinunciato a partecipare alla costruzione di un futuro migliore per questo Paese.
– Tutti quelli che sono rassegnati per l’assenza di una politica che offra realmente una visione di Paese di futuro e non un elenco di offerte.
La prima responsabilità di chi si impegna in politica è quella di riportare alla partecipazione e al voto chi non c’è più.
A partire dalle nuove generazioni di giovani che non si sono mai avvicinati, che non hanno mai votato e non intendono nemmeno farlo.
La politica non può ridursi a una conta di voti e percentuali; tanto meno alla conta solo
di chi c’è ancora. Non può escludere dal gioco democratico, dal confronto culturale e
sociale, la metà di chi avrebbe diritto a essere protagonista.
In democrazia la politica è il campo di tutti.
È quando le democrazie si corrompono che il campo si restringe sempre di più e la
politica diventa gestione opaca del potere.
La buona politica si nutre dell’impegno a coinvolgere anche chi non c’è.
Un dovere, questo, ancora più grande per chi si riconosce nell’eredità del cattolicesimo
democratico. Per chi si riconosce nella definizione della politica come la più alta forma
di carità e non come il più basso e trasformista esercizio del potere.
Sentire questo dovere non è una questione di buoni sentimenti.
Ma avvertire l’esigenza vitale di costruire non un’operazione di cosmesi, ma un’agenda
politica seria, condivisa, diversa, generosa e aperta.
Avere la consapevolezza che per farlo occorre confrontarsi proprio con quella metà di
Paese che ha rinunciato a credere che la politica possa offrire risposte.
Non si tratta di costruire nuovi partiti o nuove aree all’interno di un partito.
Si tratta di coinvolgere insieme nuovi elettori.
Andando a cercarli in quella metà di popolazione che ha smesso di affidare alla politica
le proprie speranze.
Strappandoli via da quell’astensionismo che è diventato la più grande forza politica del
Paese se solo trovasse il modo di essere coinvolta in un processo, in un cammino.
Discutere su come si coinvolgono i cittadini – che sono i veri attori protagonisti della
storia di questo Paese – è il primo passo per fare politica.
Avviare una discussione realmente aperta per ricevere idee e proposte da chiunque
voglia partecipare. Questa è la sfida delle democrazie in crisi. Ricominciare.
Iniziare dal basso, non dall’alto. Riattivare la partecipazione di tutti. Aprire canali di
dialogo per parlare di tutto quello che non trova più spazio di ascolto nei partiti.
Esistono già, a livello locale, esperienze che ci dicono che è possibile. Amministratori,
sindaci che interpretano questo modo di fare politica. Liste civiche che hanno riattivato
l’entusiasmo e la partecipazione dei cittadini.
Il bene comune è troppo importante per ridurlo a una sfida tra persone per trovare chi
meglio incarna (magari per lo spazio di un mattino) il ruolo di salvatore della Patria o di uno schieramento.
È la pluralità il sale della democrazia. Più teste pensanti ci sono e più è probabile che emergano le soluzioni migliori.
La democrazia è un telaio dove possono, anzi devono poter convivere i fili dei diversi colori chiamati a tessere la tela del nostro Paese.
Nessuno ha la risposta esatta in tasca, la ricetta perfetta per risolvere tutte le questioni
e i problemi che ogni giorno affrontiamo come comunità.
E, se anche qualcuno l’avesse, quella ricetta avrebbe un difetto che la renderebbe di fatto inutilizzabile: non essere stata prima pazientemente condivisa con gli altri.
Se una ricetta viene calata dall’alto è difficile che qualcuno vi si possa riconoscere.
Oggi, qui è riunita una parte importante dell’eredità del cattolicesimo democratico.
La domanda che ci si dovrebbe porre è qual è l’ingrediente che oggi un cattolico può
portare nella politica.
Cosa contraddistingue un cristiano che si impegna in politica?
Qual è il dovere dei cristiani che camminano nella storia?
Sicuramente è il loro modo di vedere nel prossimo non un nemico da abbattere, ma un
interlocutore per costruire insieme il futuro di una comunità, di un Paese.
Perché non c’è salvezza senza corresponsabilità.
Ecco perché non si deve aver paura di tornare a usare parole che oggi sembrano lontane
dalla politica per uscire dalla mediocrità di un linguaggio grigio e stereotipato.
Per fare un nuovo vino da mettere in botti nuove.
“Escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi”, come diceva il Presidente
Aldo Moro.
Ora, lo dico con il massimo rispetto, come possiamo tutti insieme uscire dalla
mediocrità della politica? Qual è lo stato di avanzamento delle proposte alternative in
campo? E nel campo delle opposizioni, qual è la proposta politica della sinistra? Qual
è l’offerta, realmente competitiva che offre la sinistra? Dove è stata discussa? Con chi?
Quando?
Non singole questioni, non emendamenti a soluzioni elaborate da altri. Ma una
speranza sul futuro di questo Paese.
Una visione larga, condivisa che è la sola a poter riportare la gente al voto.
Da elettore di centro-sinistra, mi sembra che tanto ancora si possa fare, ed elaborare,
per offrire una proposta politica forte e convincente.
Abbiamo tanto da dire e tanto da ascoltare su come le democrazie possono affrontare
la crisi economica e climatica. Tanto da dire e da ascoltare sulla questione giovanile e
sul necessario e insostituibile protagonismo dei giovani; sulla politica del lavoro; sulla
politica industriale, sul fenomeno delle migrazioni e dello spopolamento delle aree
interne; sulla globalizzazione e sulla rinascita dei nazionalismi, sull’esplosione della
civiltà digitale e sulla sfida della intelligenza artificiale; sulla difesa della libertà e sul
falso mito della post verità; sulla tutela della salute; sulla difesa della libertà di
informazione e di manifestazione del pensiero; sulla equità fiscale; sulla amministrazione della giustizia; sulla ricerca della pace e sulla realtà di nuove forme di guerra, sulla privatizzazione della conoscenza, sulla crisi della educazione; sul ruolo delle donne e sul modo in cui la politica può abbandonare un certo persistente maschilismo mascherato che riemerge.
Abbiamo bisogno di riaprire un cantiere di idee.
Non dobbiamo e non possiamo lasciarci confinare nel campo di una politica intesa
come recita a soggetto di attori comprimari; semplicemente tesi a difendere la loro
parte in commedia. Serve più generosità. Serve mettersi in discussione.
Sta a ognuno di noi sentirsi protagonista attivo di una sfida più grande, impegnati tutti
a declinare un’offerta politica alta.
Sta a ognuno di noi avere l’ambizione di essere non numeri primi, ma numeri due per
costruire insieme una proposta condivisa.
La domanda, oggi, è d’obbligo.
Chi sono, oggi, i liberi e i forti ai quali si rivolgerebbe Sturzo?
Liberi da cosa?
Forti di cosa e per fare cosa?
Di cosa ha bisogno oggi la nostra democrazia?
Di certo non ha bisogno di sedicenti super-uomini, ma di cittadini liberi che ritrovino
l’entusiasmo di partecipare. E di una classe politica capace di accoglierli con
generosità.
Possono sembrare concetti astratti, parole vuote e romantiche. Ma non lo sono.
La crisi della democrazia non è una cosa astratta.
È legata a visioni del mondo e del potere che non mettono la persona al centro.
Il tema di fondo della politica e della democrazia è come legare il rispetto della persona
con l’efficienza.
Oggi la persona rimane sullo sfondo, messa nell’angolo come Davide di fronte a novelli
Golia; apparentemente destinata alla sconfitta di fronte a paradigmi tecno-efficientisti
di dominio e di possesso che di fatto mortificano libertà e verità in cambio di una
pseudo-efficienza del tutto illiberale.
Qual è il ruolo della politica di fronte a chi può piegare a suo piacimento le reti di
comunicazione mondiale avvelenando i pozzi di un’informazione libera e
consapevole?
La crisi della democrazia è reale quando assistiamo alla silenziosa instaurazione di un
modello neofeudale dove ci sono feudatari che scatenano i loro vassalli per difendere i
loro privilegi.
Essere spettatori, a maggior ragione in un’epoca come quella attuale, è un lusso che
non ci possiamo permettere.
Sabato scorso abbiamo ricordato un amico di cui oggi si sente in particolar modo la
mancanza: David Sassoli
Quanto mancano le sue intuizioni! Il suo ripetere che il valore della persona e la sua
dignità sono il nostro modo per misurare le nostre politiche…
David è stato fondamentale nella costruzione di quella che viene chiamata la
maggioranza Ursula che ormai da due legislature governa l’Europa.
Forse, se ci fosse ancora lui, ci farebbe riflettere su come quella maggioranza nata in
un momento di necessità potrebbe diventare una scelta solida per essere alternativi alla
destra.
Alternativi.
Perché, come si diceva molti anni fa, se vinci con la destra è la destra che vince!
Senza essere nemici, ma alla destra noi si deve essere alternativi!
Alternativi con una scelta politica chiara precisa vera condivisa; fondata su una
assunzione di responsabilità. Su una scelta di civiltà.
Di David mancano anche le parole.
Ecco, lui ci ha insegnato ad aver cura delle parole e a non aver paura delle belle parole
anche quando sono ritenute scandalose da chi non è pronto a mettersi in discussione.
Ne ricordo in particolare due, che sembrano poco politiche e in realtà descrivono una
politica: amicizia e amore.
Troppo facile amare gli amici, ma è con gli avversari che occorre confrontarsi; con le
persone diverse da noi; con quelle che ci sembrano distanti dal nostro modo di pensare,
a volte anche dalla nostra storia.
Chi si scandalizza di fronte a queste parole forse ha dimenticato chi è.
Per essere creduti bisogna essere credibili. E per essere credibili non possiamo tagliare
le nostre radici.
Ecco, allora, chi siamo? Quale è la nostra storia?
Per risponderci, non dimentichiamo le parole di Rosario Livatino: alla fine dei nostri
giorni la domanda che ci sarà posta non è se siamo stati credenti, ma se siamo stati
credibili.



