Intervista al senatore Antonio Misiani, responsabile Economia e Finanze del PD

Lei ha definito la manovra del Governo “un testo per la decrescita ingiusta, che porta dritto verso la recessione”. Quali sono in particolare i provvedimenti che critica?
L’economia italiana si sta fermando ma questa manovra si preoccupa solo di rispettare le nuove regole di bilancio europee, senza mettere in campo alcuna visione e strategia per rilanciare la crescita. L’emblema è il quasi azzeramento del fondo a sostegno dell’automotive. Una scelta folle, se pensiamo alla crisi drammatica che sta vivendo quel settore. Ma la lista potrebbe proseguire col taglio drastico delle detrazioni edilizie, il definanziamento dei fondi per gli investimenti dei comuni, l’estensione della web tax a tutte le imprese digitali comprese quelle piccole e medie, il sostanziale fallimento di Transizione 5.0, l’indebolimento dei principali strumenti di politica industriale. Altro che crescita. Così andiamo dritti verso la recessione. E mettiamo in pericolo anche l’equilibrio dei conti dello Stato, perché gli obiettivi macroeconomici della legge di bilancio sono chiaramente irrealistici e questo condizionerà negativamente anche i numeri della finanza pubblica.

Tra i settori più colpiti ci sono i giovani, le innovazioni, le imprese, la sanità, le pensioni. Quali conseguenze ci saranno se il testo dovesse essere confermato?
Il problema principale è la sanità. Nel 2025 il fondo sanitario nazionale, in rapporto al PIL, scenderà al 6,05%, il livello più basso degli ultimi 15 anni. E la discesa proseguirà negli anni successivi. Questo sistematico sotto finanziamento della sanità pubblica sta aggravando i mali del sistema e il risultato è che, da una parte, sta esplodendo la spesa sanitaria privata delle famiglie e, dall’altra, quattro milioni e mezzo di italiani rinunciano semplicemente a curarsi perché non se lo possono permettere. La sanità non è l’unico servizio pubblico dimenticato dalla manovra: per le politiche per la casa non c’è un euro, per il trasporto pubblico locale solo 120 milioni a fronte di un fabbisogno di risorse aggiuntive di un miliardo e settecento milioni. Per la previdenza, tutto rimane fermo e l’aumento delle pensioni minime è un ridicolo euro e ottanta centesimi al mese.

Il Partito Democratico ha presentato il documento “Per un’altra Italia”, che contiene 5 controproposte con le priorità per la manovra: in cosa consistono?
Elly Schlein ha concluso la festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia indicando cinque priorità del nostro progetto di governo per l’Italia. La sanità pubblica. Istruzione e ricerca. Lavoro e salari. Le politiche industriali per la conversione ecologica. I diritti sociali e civili. Le nostre proposte per la manovra riflettono questi obiettivi: un consistente rifinanziamento del sistema sanitario nazionale; alcune misure per il sistema scolastico; il salario minimo e alcuni interventi di contrasto della precarietà; il ripristino del fondo automotive e le misure per le politiche industriali; il congedo parentale paritario.

Le opposizioni riescono a essere unite sugli emendamenti alla manovra? Esiste una strategia comune?
Le proposte più importanti, in primis quelle che riguardano la sanità pubblica, le politiche industriali, il congedo paritario, le abbiamo condivise e presentate insieme alle altre forze di opposizione. Vogliamo costruire un terreno comune innanzitutto per le politiche economiche e sociali. È un punto decisivo per la credibilità di un progetto di governo alternativo alla destra. Dobbiamo indicare una prospettiva nettamente diversa dalla politica di galleggiamento della destra. Abbiamo bisogno di una strategia di crescita per gli anni successivi alla fine del PNRR, imprimendo una forte spinta agli investimenti pubblici e privati nella transizione ecologica e digitale, costruendo una nuova politica industriale, immaginando meccanismi di mobilitazione degli investitori istituzionali verso l’economia reale. Il sistema tributario va rdicalmente rivisto, ampliando la base imponibile IRPEF, orientando l’imposizione sulle imprese verso lo sviluppo sostenibile, perseguendo e una maggiore equità orizzontale e verticale e accelerando il recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale. Il lavoro dignitoso, stabile e ben retribuito deve tornare al centro, introducendo un salario minimo, riducendo gli spazi del lavoro precario, aiutando il sistema delle imprese a crescere e a irrobustirsi. I servizi pubblici essenziali vanno finanziati adeguatamente e profondamente riformati nell’ottica di un nuovo contratto sociale, a partire da sanità, istruzione e ricerca. Questi a mio giudizio sono gli obiettivi chiave di una possibile strategia comune.

La situazione dell’automotive è motivo di grande preoccupazione per il Paese. Come si sta comportando il Governo, quali sono le responsabilità dell’Esecutivo e quali sono, invece, le proposte del Pd?
Il governo sull’automotive sta facendo danni, questa è la verità. Il ministro Urso ha passato mesi a rilasciare interviste in cui indicava a portata di mano l’obiettivo di produrre un milione di veicoli. In realtà, chiuderemo l’anno alla metà di quella cifra. In una situazione di crisi gravissima, la destra ha pensato bene di tagliare drasticamente il fondo di sostegno del comparto. Una scelta dissennata che la dice lunga su quanto realmente importi a questo governo dell’industria automobilistica. L’automotive è in profonda crisi in tutta Europa perché le grandi case produttrici hanno pensato prevalentemente ad alzare i prezzi dei modelli, fare utili stellari per distribuire dividendi ai loro azionisti ma senza investire sulla frontiera tecnologica. Che, piaccia o non piaccia, è rappresentata dal motore elettrico e dalla guida autonoma. La Stellantis di Carlos Tavares è stata un modello di questa strategia di corto respiro. Ora che si è dimesso, è tempo che Elkann venga in Parlamento assumendosi le proprie responsabilità e prendendo impegni precisi e vincolanti. Tutti devono fare la propria parte. Gli imprenditori e i manager, rimboccandosi le maniche e rimettendosi a fare gli industriali e non i finanzieri. L’Unione europea e i governi nazionali, mettendo in campo politiche industriali robuste e non solo obiettivi e scadenze da rispettare, perché la decarbonizzazione va fatta ma non può portare alla deindustrializzazione. Chi non può e non deve pagare il prezzo di questa crisi, sono i lavoratori.

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